Camillo - Il blog di Christian Rocca

cose che non resteranno

Di Conte, Allegri eccetera

Conversazione su Ultimo Uomo con Fabio Barcellona e Federico Sarica, a cura di Tim Small. Continua...

Israele-Gaza

Senza andare molto indietro nel tempo, anche perché sarebbe peggio, la domanda è: perché israeliani e palestinesi sono di nuovo in guerra (ammesso che prima fossero in pace)? Segue timelime (molte parentesi): Continua...

Charlie Haden, 1937-2014

Charlie Haden, assieme a Gary Peacock e a Dave Holland, è stato il più grande contrabbassista che abbia mai ascoltato dal vivo. E lo ho ascoltato decine di volte. Mi stupiva ogni volta. Ogni concerto. Ogni disco. Ogni collaborazione. Quel contrabbasso era lui, riconoscibile, unico. Non poteva essere un altro. Non potevi confonderlo con altri. Melodia prima di tutto. Era un gigante. Teneva il ritmo, ma il suo tocco era melodia allo stato puro. Non saprei quale dischi consigliare di Haden, dai primi con Keith Jarrett agli ultimi da poco usciti. Dalle incursioni con Brad Mehldau e Lee Konitz alla collaborazione feconda con Pat Metheny (ascoltate Under the Missoury Sky e provate a restare indifferenti). Straordinari i duetti con Egberto Gismonti (chitarra o pianoforte), quelli antichi e i più recenti. Strepitosi i trio Magico con Gismonti e Jan Garbarek (uno su tutti: Folk Songs). E poi il suo Quartet West, la sua Liberation Music Orchestra (l'ultimo disco: Not in our name), le incursioni per niente banali nella musica caraibica con Gonzalo Rubalcaba (Nocturne), il First song con Enrico Pieranunzi, il primo incredibile disco, Wish, di Joshua Redman. Le meravigliose registrazioni raccolte nei sei volumi The Montreal Tapes. Il fantastico duo con Kenny Barron The Night and the City registrato in un club con un sublime sottofondo di piatti e di bicchieri e di New York. I lavori con Carla Bley e l'attività di sideman di lusso (con chiunque).

Li consiglio tutti. Charlie Haden era un grande. Il più grande.

Qui una selezione, parziale, su Spotify.

Pillole di Gommalacca\John Surman e Keith Jarrett-Charlie Haden

Ho una strana fissazione: non ascoltare il jazz d'estate. Non ci riesco. Mi pare una musica prettamente invernale, temo per le troppe zanzare prese all'Arco della Pace quando si faceva il festival jazz. Ho un'eccezione: John Surman, anche se definire jazz la musica di John Surman, il John Surman dell'Ecm, è riduttivo. Le condizioni devono essere particolari: casa di campagna stile radical chic alla Bertolucci; isolamento dal popolo; casse di qualità e potenti rivolte verso gli ulivi; Portrait of a Romantic, il primo brano tratto da Private City, anno domini 1987, naturalmente Ecm.
Poi ditemi (anche con soluzione meno chic di Bertolucci).
Tutto questo per dire che ci sono le eccezioni alle eccezioni. Per cui in questo momento sto ascoltando moltissimo, in macchina, il nuovo disco di Keith Jarrett e Charlie Haden, Last Dance, sempre Ecm (stessa session del disco precedente, stesso mood, stessa classe).
Qui un lungo e antico ritratto di Keith Jarrett (c'erano ancora le Torri Gemelle, per dire)

Update

È morto Charlie Haden, aveva 76 anni.

Fouad Ajami, 1945-2014

È morto Fouad Ajami, un gigante.

Un tweet nostrano sul New York Times

Questa mattina ho notato su Twitter che, nell'intervista a Vittorio Zucconi sul Venerdì, Hillary Clinton ha cambiato versione sulla famosa fotografia nella Situation Room della Casa Bianca scattata durante i 38 minuti dell'operazione Bin Laden. La foto ritraeva Hillary con la mano davanti alla bocca e con uno sguardo spiritato che è subito sembrato il simbolo dell'angoscia del leader che seguiva con ansia e preoccupazione un'operazione così importante e decisiva contro il terrorismo. Hillary però svelò che in realtà in quel preciso momento aveva messo la mano davanti alla bocca perché soffriva di una fastidiosa tosse allergica. Nell'intervista di oggi invece l'allergia è sparita e Hillary ha riaccreditato la tesi più da statista, quella dell'angoscia del leader. Jason Horowitz del New York Times ha visto il tweet nostrano e ne ha fatto un articolo sul giornale newyorchese. Questo. Ah, dice che sono "Veteran della politica americana". Thanks.

Tony Blair, gigante

Un lungo e strepitoso articolo di Tony Blair su Iraq, Siria, Libia e occidente. La cosa più sensata, anzi l'unica cosa sensata, scritta in questi giorni sul nuovo caos iracheno e non solo.

A che cosa serve lo Stato

A che cosa serve lo Stato? Tre rivoluzioni in cinque secoli hanno contribuito a dare una risposta. Ma non basta. Ne serve ancora un’altra, al passo con i tempi. La prima rivoluzione è nata intorno all’idea di contratto sociale di Thomas Hobbes e ha riconosciuto che lo Stato serve a garantire l’incolumità dei cittadini. La [...] Continua...

C’era una volta un Muro a Berlino

Il 12 giugno 1987, esattamente 27 anni fa, Ronald Reagan fece il famoso discorso Tear Down That Wall. Qui un lungo articolo che racconta come nacque quel discorso e tutto il resto.

You look so good, #IL62

(Video)

In edicola venerdi 13, con il Sole 24 Ore

Che cosa c’è su #IL62

La storia di copertina è un estratto in esclusiva del nuovo saggio, La Quarta Rivoluzione, di John Micklethwite e di Adrian Wooldridge, il direttore e il principale editorialista dell'Economist. I due giornalisti raccontano e auspicano una quarta rivoluzione per cambiare l'idea dello Stato e per salvare la democrazia occidentale.

La foto di copertina, e quelle interne, sono della serie Faces in the Crowd dell'artista americana Alex Prager (a giorni, ad Art Basel, presenterà lo stesso progetto in versione short movie).

Questo numero ha anche un Music Report molto esteso, con dati sul mercato discografico, novità di ogni tipo, reportage da Nashville e una storia (anche italiana) su William Fantastic Man Onyeabor raccontata da Lorenzo Jovanotti.

Il fogliettone andrebbe scolpito nel marmo: I nostri figli non sono geni. L'Intervista Larga è a Daniel Libeskind. C'è un fantastico Tabloid speciale estate. Tanta Moda e la sempre più bella sezione culturale Le Rane.

Tra le firme di questo numero, oltre ai già citati, Matteo Bordone, Vincenzo Latronico, Claudia Durastanti, Giuliano da Empoli, Stefano Pistolini, Paolo Giaccio, Nadia Terranova e, in coppia, Marta Cagnola e Daniele Bellasio.

In edicola venerdì 13 giugno, con @ilsole24ore. E poi ovviamente anche su iTunes, Zinio e Business Class del Sole 24 Ore.

La nuova copertina #IL62



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Il nuovo numero di IL, il 62, uscirà venerdì prossimo 13 giugno con Il Sole 24 Ore

#LaQuartaRivoluzione

“Don’t do stupid shit”

La sempre in evoluzione dottrina Obama di politica estera, o meglio la non dottrina Obama di politica estera, passa ufficialmente dal Leading from behind/Bombing from Above al "Don't Fo Stupid Shit". Obama ne ha parlato, senza dire Shit, nel grandiosamente inutile discorso di West Point e in un pranzo di 90 minuti alla Casa Bianca con giornalisti ed editorialisti non necessariamente della sua parte (c'erano David Brooks, Susan Glasser, Jeffrey Goldberg, Tom Friedman, E.J. Dionne, Peter Bergen, Gerald Seib, Fareed Zakaria, Peter Beinart). Durante l'incontro pare che abbia usato la parola shit.

Ora il punto è che la prima "stronzata" l'ha fatta, scambiando cinque top talebani con il protagonista di Homeland.

Adelante, Obama, con juicio

Domani il presidente americano Barack Obama, con un gran discorso a West Point (dove Bush annunciò la dottrina del first strike) proverà a definire, ancora una volta la sua indefinibile politica estera. Criticato da più parti, da destra come da sinistra, per il suo distacco dagli affari internazionali e per la mancanza di una dottrina coerente, Obama è costretto a ridefinire la sua visione. Un compito difficile dopo anni di sbandamenti tra approccio Realpolitik e scatti idealisti, tra istinto pacifista e uso massiccio di bombardamenti con i droni, ulteriormente complicati dai disastri diplomatici con la Russia, il caos geopolitico in Ucraina, la crisi umanitaria in Siria e l'impasse con l'Iran. Anche l'ultima beffa, quella di essere stato sostituito dal Papa nel tentativo di accordo tra arabi e israeliani non depone a favore della leadership obamiana.

E insomma, a West Point, proverà a confutare le accuse di isolazionismo e a rilanciare l'interventismo. Un passo oltre, si dice, rispetto al leading from behind, al guidare il mondo dal sedile posteriore coinvolgendo gli altri. La parola d'ordine questa volta è "interventismo, ma senza esagerare". Insomma, la dottrina manzoniana dell'Adelante, Pedro, con juicio.

Lo specialista della sinistra

Claudio Cerasa è il cronista politico che conosce meglio di chiunque altro la natura della nuova classe dirigente della sinistra italiana. Non è un modo di dire: Cerasa sa di ciascuno dei protagonisti della Nuova Italia Renziana, e anche degli oppositori interni, più di quanto ne sappiano loro stessi. Ricordo che anni fa Cerasa proponeva [...] Continua...

articoli

Di Conte, Allegri eccetera

A che cosa serve lo Stato

Lo specialista della sinistra

Animal House of Cards

Renzi, Valls e l’ultimo mattone del Muro di Berlino

Non è mica da questi particolari

Qual è la Juve più bella?

Il fegato di Wall Street

Mo che il tempo si è avvicinato

Il nuovo stile paranoico della politica italiana

Come Davide Serra cambierebbe l’Italia

The Money Issue

Bush, ultima bozza

Obama e il mito del declino americano (con Datagate)

The food issue

Non proprio un endorsement di Bill de Blasio

Perché Rohani non ha riconosciuto l’Olocausto

Il mondo è ingovernabile

Prima di fare il Nobel per la pace a Putin

Ma a Renzi conviene dire ciao a Firenze?

Libri

SULLE STRADE DI BARNEY

Un viaggio nel mondo di Mordecai Richler

in libreria oppure online

 
 

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