Camillo - Il blog di Christian Rocca

cose che non resteranno

Che cosa c’è su #IL73


In copertina, l'avete visto, c'è Jonathan Franzen (con occhiali scuri). Franzen ci ha dato in anteprima un lunghiiissimo capitolo (la Parte II) del suo nuovo romanzo, Purity, in uscita in America il primo settembre e in Italia a febbraio 2016 per Einaudi.
Francesco Pacifico e Marco Rossari ragionano su questo libro e sul Grande Romanzo Americano (GRA). Mentre Matteo Marchesini e Guido Vitiello si concentrano sui tentativi, a volte riusciti e a volte maldestri, di un GRA nostrano (con mappa). Antonio Sgobba ci racconta, infine, le novità letterarie in uscita negli Stati Uniti e in Italia da qui alla fine dell'anno.

Segnalo, tra le altre cose, la riflessione sull'Europa di Giuliano da Empoli e il viaggio in Baviera di Michele Masneri. E anche una recensione del disco che sto ascoltando di più nelle ultime settimane, Currents, di Tame Impala.

In edicola venerdì 21 agosto con il Sole 24 Ore.

 

Il primo (gran bel) dibattito presidenziale

In realtà i dibattiti sono stati due. Uno pomeridiano, definito "happy hour", con i 7 candidati repubblicani alla successione di Barack Obama peggio piazzati nei principali cinque sondaggi nazionali. Il secondo, quello dei grandi, si è svolto tra i primi dieci candidati. Il dibattito delle riserve è stato abbastanza noioso: i 7 sembravano fossero un solo uomo, o donna, nel tentativo di convincere il paese, o anche solo gli organizzatori di Fox News e Facebook, di meritarsi il posto nella squadra A. All'unanimità dei commentatori, il dibattito dei piccoli è stato vinto (qualunque cosa voglia dire il verbo "vincere" a proposito di un dibattito) da Carly Fiorina. Si è notato anche Rick Perry con un piglio che non aveva mostrato quattro anni fa, quando in diretta tv si era dimenticato sul più bello i dettagli di una sua stessa proposta.

Che bravi, a Fox News
FoxNews è un canale di informazione super conservatore, ma la bravura dei suoi conduttori giornalistici (da Chris Wallace a Megyn Kelly a Bret Baier) è senza pari, e sconosciuta alle nostri latitudini. Il dibattito è stato condotto perfettamente, con domande intelligenti (tranne una domanda bizzarra proveniente da un utente Facebook: «Ultimamente avete sentito la voce di Dio? e che vi ha detto?». Megyn Kelly ha sintetizzato con un fantastico «Any word from God, senator Cruz?»). I tre di FoxNews nonhanno mostrato alcuna indulgenza nei confronti dei candidati repubblicani, anzi. Veramente bravi.


Il Trump Show
Ovviamente Donald Trump era la star, il candidato che tutti volevano ascoltare. Non solo perché guida tutti i sondaggi nazionali, ma anche perché avrebbe potuto spararla grossa. Non ha detto niente di clamoroso, nel senso che ha provato a mostrarsi "presidenziale", ma ha fallito miseramente. È rimasto quello che è: una specie di Beppe Grillo americano. Quando è da solo, forse, parla alla pancia del paese. Ma accanto a governatori o senatori non regge il confronto della gravitas.
Trump non otterrà la nomination e secondo me non vincerà nemmeno una elezione primaria. Le cose che propone non stanno in piedi, nessuna. Si è innervostito molto alle domande di Megyn Kelly, cui ha risposto da gran maleducato. È stato messo in difficoltà da Wallace sui suoi 4 o 5 fallimenti societari e da Baier sulle mille posizioni liberal del passato (già, Trump è liberal su molte questioni). Quando gli hanno chiesto come mai si candida alle elezioni avendo finanziato decine di candidati democratici, compresa Hillary, Trump prima ha risposto di aver finanziato anche tutti gli altri candidati repubblicani in quel momento sul palco con lui (Rubio ha detto: «No, a me no, anzi hai finanziato il mio oppositore quando mi sono candidato al Senato»), poi ha spiegato senza un'ombra di vergogna che li finanzia perché così poi quelli gli restituiscono un favore. Insomma se li compra e poi fanno qualsiasi cosa lui gli chiede. Anche Hillary, cui Trump ha chiesto (in cambio) di andare al suo matrimonio: «Non poteva dirmi di no». Ma è stata la prima furba domanda dei moderatori del dibattito a inchiodarlo: «Alzi la mano chi non esclude di candidarsi da indipendente nel caso perdesse le primarie». Gli altri 9 candidati hanno tenuto le braccia giù, The Donald ha alzato la mano. Potrebbe finire così, con lui che perde la corsa repubblicana e, in base a quanto rovinosamente la perderà, continua la sceneggiata candidandosi da indipendente. Con il risultato quasi certo, come successe ai tempi di Ross Perot, di far eleggere un Clinton contro un Bush.


Jeb
L'altro sotto osservazione era Jeb Bush. Il vero candidato favorito, anche se per i sondaggi non lo è ancora. Bush è partito lento, impacciato, si mangiava le parole. Meno simpatico di suo fratello. Meno portato di suo padre. Sembrava preoccupato di non fare gaffe. Non ne ha fatte, alla fine, ma i suoi primi interventi sono sembrati vuoti e piatti. L'unica cosa che gli importava trasmettere era: sono molto conservatore, ho attuato una politica conservatrice e ho portato risultati. A poco a poco si è ripreso, specie quando ha difeso un minimo di coordinamento federale sugli standard scolastici, ed è riuscito a dare la sensazione di essere il vero adulto sul palco. Quello serio. Quello non esagitato. Ha fatto ridere il pubblico con la battuta «in Florida mi chiamavano Veto Corleone» perché da governatore metteva il veto a ogni proposta di maggiore spesa pubblica avanzata dai democratici, ma non credo che il suo spin doctor sia stato contento che si sia paragonato, sia pur scherzosamente, al capo dei capi del Padrino.


Rubio
Marco Rubio è l'alternativa a Bush. Quella giovane. Quella che non si chiama Bush. Ha un'aria frizzante. Proietta una visione strategica («New American Century») ed è pacato e credibile, anche per la sua storia personale. È l'Obama conservatore, o almeno quello che gli si avvicina di più. In un cast hollywoodiano per il ruolo di presidente giovane, buono e ispanico lo prenderebbero subito. Non gli hanno fatto domande sulla politica estera, il suo forte. Dice cose di buon senso, ed è chiaro. Non spaventa. Sull'aborto ha fatto un passo indietro, decisamente più conservatore, negando di aver mai detto che sarebbe favorevole all'aborto in caso di stupro e pericolo per la madre. Glielo avranno consigliato sondaggi e focus group, ma potrebbe pagarla dopo, alle elezioni generali se fosse lui lo sfidante del candidato democratico. Un suo iintervento contro gli altri colleghi, in gran parte governatori e senatori, che magnificavano le cose fatte in passato dai loro posti di potere come a sottolineare che lui così giovane, invece, non aveva grande esperienza (di nuovo, come Obama) è stato soltanto apparentemente efficace. Rubio ha detto che «queste elezioni non possono essere una gara a chi ha il curriculum migliore, perché se fosse una gara a chi ha il curruclum migliore allora il nostro prossimo presidente sarebbe Hillary Clinton, visto che è stata al governo molto più di chiunque altro candidato». Il senso era che questa non è una gara sul passato, ma una rivolta al futuro. Un messaggio giusto, forte ed efficace. Solo che, a occhio, se dovesse ottenere la nomination repubblicana nell'autunno del prossimo anno sentiremo spesso la frase «se fosse una gara a chi ha il curruculm migliore allora il nostro prossimo presidente sarebbe Hillary Clinton».


Chris Christie
Chris Christie, dimagrito, si è fatto notare. Ha sempre quel tono e quella posa da Sopranos, che un po' diverte e un po' spaventa. Ma è stato chiaro, efficace, soprattutto sulle questioni di sicurezza nazionale e ha duellato non male con Rand Paul, mettendolo Ko. Non vedo come possa ottenere la nomination, ma è un gran peccato per i repubblicani.


Rand Paul
Il candidato libertarian del partito repubblicano è notoriamente un esagitato. È stato l'unico che sul palco ha urlato, più che parlato. Come se fosse a un comizio. Come se fosse Gasparri. Le sue idee sono molto radicali (vuole abolire lo Stato, praticamente), e isolazioniste in politica estera, anche se le ha moderate per apparire più credibile. Qualunque cosa dica però non riesce mai ad avere una postura presidenziale. E poi ogni volta che lo vedo, con quei riccioli morbidi semi turchini, mi viene in mente Corradino Mineo.


Scott Walker
Secondo i sondaggi è l'alternativa a Trump, anche se i sondaggi agostani dell'anno pre-elettorale hanno la stessa rilevanza dei titoli dei giornali sportivi sul calciomercato. Negli ultmi 20 anni, poi, nessuno dei candidati in testa nei sondaggi nell'agosto precedente l'anno elettorale è stato eletto presidente e quasi mai ha ottenuto la nomination. Walker governa il Wisconsin, uno stato progressista, e ha sempre vinto in modo smagliante battaglie difficilissime contro sindacati e opposizione. Vorrei però conoscere gli avversari. A me pare impresentabile. Dice cose senza senso, tipo che bisogna bocciare il patto nucleare con l'Iran in modo da fermare l'Isis. Dopo Ted Cruz è il più radicale di tutti. Non ha l'aspetto presidenziale. Sembra un ambiguo predicatore di campagna, di quelli con la faccia cattiva.


Ted Cruz
Il senatore del Texas è il più conservatore del gruppo. È anche il più trombone dei candidati. Qualsiasi cosa dica, anche quelle poche sensate, sembra finta, impostata, recitata. È uno con un curriculum di studi e professionale invidiabile, ma non si vede.


Mike Huckabee
L'ex governatore dell'Arkansas, nato a Hope, nello stesso paesino di Bill Clinton, è il più naturale. Non solo perché non è la prima volta che si candida a presidente, ma anche perché in passato ha vinto caucus e primarie e in quanto ex predicatore e conduttore televisivo parla benissimo. Dice cose super conservatrici, ma le dice con un tono, un'eleganza e una simpatia tali da renderle digeribili. Bravura da stand-up comedian quando ha iniziato la dichiarazione di voto finale dicendo: «Sembra che queste elezioni ruotino intorno a una persona che va molto forte nei sondaggi, che non ha idea di come si governi... una persona tormentata di scandali e incapace di comandare». E mentre tutti già si immaginavano la reazione furiosa di Donald Trump, Huckabee ha continuato con un «Naturalmente sto parlando di Hillary Clinton».


John Kasich
John Kasich, ex anchor man di Fox News ed ex senatore, è l'attuale governatore dell'Ohio, uno Stato fondamentale per vincere le elezioni presidenziali. Uno Stato che si vince al centro, con zone conservatrici e città popolari e progressiste. Kasich è noto per essere un grande oratore. Ma a me i suoi interventi  sono sembrati molto costruiti, artificiali. Gesticola troppo, poi. Comunque ha qualcosa da dire: è certamente il candidato più progressista dei 10. Ha parlato di diritti dei carcerati a rifarsi una vita, del dovere dello Stato di aiutarli a riprovarci. Ha parlato di poveri, di classe media e ha rivendicato, unico dei 10, l'uso dei fondi pubblici per sostenere chi non ce la fa. Un messaggio che alle elezioni presidenziali può avere successo, meno alle primarie repubblicane.


Ben Carson
Il neurochirurgo afroamericano sembrava lì per caso. Che non sia un politico lo si vede lontano un miglio. Lento, ragionatore, fuori posto ma simpatico. Alla fine, per differenziarsi dagli altri candidati che a ogni intervento ripetevano di aver fatto questo e quello (quasi sempre: tagliato le tasse, pareggiato il bilancio, creato posti di lavoro), ha detto «ok, ma io sono l'unico che ha separato due gemelli siamesi». Molte risate. Alla moderatrice che gli chiedeva come mai non parlasse mai di questioni razziali, ha dato la sua miglior risposta: «Perché sono un neurochirurgo: quando mi portano qualcuno in sala operatoria, opero il loro cervello, la cosa che li rende le persone che sono. Non è la pelle a renderle le persone che sono. Non sono i capelli. Bisogna superare tutto ciò perché come nazione siamo forti solo se siamo uniti. Siamo gli Stati Uniti d'America, non divisi».

Richler for Parliament 

Noah Richler, scrittore e saggista e figlio di Mordecai, si candida alle elezioni nazionali di ottobre nel seggio di Toronto per il New Democratic Party, partito di centrosinistra canadese in questo momento ben messo nei sondaggi nazionali.  Il collegio di Toronto, però, è una roccaforte del Liberal party - principale partito di centrosinistra del Canada, e per Noah sarà difficile sconfiggere la deputata uscente e rappresentante di Toronto ad Ottawa da lungo tempo. Forza Noah.  

#Lorenzoneglistadi2015 #SanSiro #DayOne

Alla fine, dopo oltre due ore, mi sono reso conto che il nuovo spettacolo di Jovanotti negli stadi deve essere visto tre o quattro volte per apprezzarlo in tutta la sua enormità. La prima per la musica, la seconda per le immagini, la terza per l'integrazione tra parole e video, la quarta per la consapevolezza della visione globale. 

Che io sappia non esistono altri show così altamente congegnati e prodotti, se non a Broadway, e per questo è corretto parlare di uno show e non solo di un concerto. 

Anche tecnicamente questo show è un portento. Una cosa su tutte: il megaschermo (una volta si chiamava così) dietro la Band ha una definizione mai vista, mentre l'uso delle luci, della grafica e delle illustrazioni farà giurisprudenza, come la fece lo Zooropa tour degli U2 molti anni fa. 

Alla prima a San Siro, io ho seguito la musica. Il suono, gli arrangiamenti, l'impatto dal vivo delle nuove canzoni. Il clima è decisamente più rock del solito, grazie anche alla seconda chitarra di Danny Bronzini. Riccardo Onori si smazza ancora gran parte del lavoro, ma è anche più libero nelle parti soliste (stupendo il finale di A Te, che a me nel disco invece non piaceva). 

A metà concerto c'è un prolungato momento epic rock che mi ha ricordato gli U2 pre Joshua Tree (non mi sono segnato su quale canzone, sorry). Certo, c'è anche la dance che piace tanto a Lorenzo, culminata in Non mi annoio, Falla Girare e Tanto Tanto Tanto suonate e cantate sul tempo di Non mi annoio. 

Day One ha preso il volo con Il più grande spettacolo ma la canzone che, a mio parere, ha reso di più è L'Estate addosso, compresa la citazione di Abbrozantissima e di Enola Gay: il pubblico cantava e ballava come se non ci fosse stato un domani e magicamente trasformava un'irresistibile melodia radiofonica in un rituale estivo da prendere maledettamente sul serio. 

Lo show, ancora da affinare in alcuni passaggi e cambi di scena, mi è sembrato al suo meglio nel momento "disco San Siro", e questo era capitato anche due anni fa, quando la Band suona Tutto l'amore che ho, La notte dei desideri e Tensione evolutiva. E, prima ancora, con Ora, Sabato e, malfunzionamento di microfono permettendo, Tutto Acceso. 

Sorprendente Serenata rap, anzi funk, in stile Prince. Tra le canzoni del nuovo disco, oltre a quelle già citate, anche L'Alba, Musica, una fantastica Il mondo è tuo e una potentissima Gli immortali con Lorenzo che canta a squarciagola, fino a strapparsi le corde vocali, in mezzo al pubblico. Ma ci sono anche Una scintilla e L'astronauta che a me sembrano su 30 canzoni le più deboli del disco, ma che invece sono tra le preferite di due dei tre amici con cui ho visto il concerto. In ogni caso è discutibile aver lasciato fuori Ragazza Magica, Libera, Si alza il vento, Le storie vere, Insieme, Con uno sguardo e altri brani del nuovo disco. E anche Baciami ancora. E vogliamo parlare del reato di non aver suonato Mi fido di te, attenuato solo dall'aver rispolverato Fango (assente nel precedente tour negli stadi)? Non ha cantato nemmeno Gente della Notte, che è un momento importante del suo repertorio. Ma vabbè, ciascuno ha le sue preferite. 

Il finale con Ti porto via con me è una di quelle esperienze che solo i grandi concerti sanno regalare: musica spenta e pubblico instancabile che intona un interminabile oh, ohoo, ohooo che risuona nelle orecchie anche fuori dallo stadio e anche adesso che sto scrivendo. Al modo di Biko di Peter Gabriel, per intenderci. 

Poi c'è Lorenzo. Più instancabile del suo pubblico e con uno sguardo metà orgoglioso e metà grato, forse anche stupito, che i pixel del megaschermo non riescono a nascondere. 

Alla fine era esausto. E felice. Pure io. 

PS

Tutta la mia stima al marketing di Topolino che durante Ragazzo fortunato ha fatto lanciare l'ultimo numero, quello con Paperotti, sul palco. Lorenzo lo ha preso, lo ha mostrato e se l'è messo in testa. Sembrava un momento scritto dello show, e anche perfetto. Invece no: è stata un'improvvisazione di un fan. Stasera mi sa che faccio lanciare IL. 

Che cosa c’è su #IL72

L'avete capito, è un numero dedicato all'estate, a tutte le cose belle e interessanti da fare, vedere e leggere durante le vacanze. È anche un Summer Fiction Issue con otto racconti originali a tema estivo scritti dai nostri scrittori residenti: Camilla Baresani, Annalena Benini (al suo primo racconto), Arianna Giorgia Bonazzi, Leo Colombati, Giorgio Fontana, Francesco Pacifico, Marco Rossari e Nadia Terranova. 

La foto di Lorenzo Jovanotti, scattata a Rockaway Beach, è di Samantha Casolari e nel Prologo leggerete la storia di questa cover e del luogo. 

Tra le altre cose, oltre a Yolo e alla Moda, da non perdere Mario Fillioley sulla scuola e Michele Masneri inviato e segregato all'Expo. 

In edicola venerdì 19 giugno con Il Sole 24 Ore.    

Il primo candidato presidente americano di sinistra

Il discorso di Hillary Clinton al Roosevelt Park è ben costruito, forse fin troppo, e regge bene anche la nota debolezza e freddezza della candidata sul podio. Hillary non è Obama e lo si capisce soprattutto nei momenti più riusciti del discorso: quando cita ai repubblicani Yesterday dei Beatles e quando spiega che uno dei vantaggi della sua elezione sarà che nessuno vedrà i sui capelli ingrigire, come è capitato a Obama e a molti altri, per il semplice fatto che lei si tinge i capelli da anni.  Anche quando le battute sono ben congegnate, lei non sembra natural. Ma ci siamo abituati. 

Il discorso, per metà inspirational e per metà contenutistico, aiuta a capire che tipo di candidato sarà Hillary. Scrivo "candidato" e non "presidente" perché questa è politica, Hillary e i suoi advisor sono maestri del posizionamento politico e non vogliono ripetere l'errore commesso nel 2007/8 quando lasciarono crescere alla propria sinistra un candidato capace di scaldare i cuori del Partito democratico e quindi di sconfiggerla alle primarie. 

Quello che ho visto è il discorso più di sinistra che abbia mai sentito da un major candidate americano. Molto più di quando parlava Obama, che comunque parlava sempre da moderato centrista e si limitava soltanto a schiacciare l'occhio alla sinistra americana e prevalentemente su sanità e Iraq. Obama, poi, era molto cauto nel mostrarsi agli elettori, temendo di spaventarli. Hillary sembra non avere questo timore. Non più. Almeno in questa fase. 

Leggete il testo del discorso: Hillary individua nella grande finanza, nelle banche, nei soldi delle corporation in politica, e ovviamente nei repubblicani, gli elementi che impediscono al sogno americano di realizzarsi, e poco importa se - repubblicani a parte - sono tutti elementi tradizionalmente organici alla storia trentennale dei Clinton. 

Le proposte di Hillary, oggi solo annunciate a grandi linee, sono tutte sull'economia, sul rafforzamento della classe media, sull'aiuto a chi non ce la fa. In particolare ha parlato di sostegno alle donne, alla comunità Lgbt, ai lavoratori dipendenti in modo da ampliare garanzie e diritti che nel mondo del lavoro noi in Europa conosciamo e gli americani no. Hillary vuole uno Stato molto più interventista di quello attuale (infrastrutture, asili per tutti eccetera). Messe insieme, al netto di sgravi fiscali promessi agli imprenditori, sono le proposte più di sinistra mai sentite da un candidato serio alla presidenza degli Stati Uniti. 

C'è però una cosa che non torna nella filosofia della sua candidatura esplicitata oggi e centrata sulla necessità che il presidente si impegni affinché il sogno americano sia esteso a tutti. Nella prima parte del discorso Hillary dice che il suo esempio è stata la madre. Non solo un esempio, ma anche un'ispirazione. Sua mamma fu abbandonata a 14 anni dai genitori e per vivere è stata costretta a fare le pulizie in casa d'altri. Eppure ce l'ha fatta. Hillary a un certo punto dice di averle chiesto che cosa le ha dato la forza e il coraggio di continuare:

"Her own parents abandoned her, and by 14 she was out on her own, working as a housemaid. Years later, when I was old enough to understand, I asked what kept her going.

You know what her answer was? Something very simple: Kindness from someone who believed she mattered.

The 1st grade teacher who saw she had nothing to eat at lunch and, without embarrassing her, brought extra food to share. The woman whose house she cleaned letting her go to high school so long as her work got done. That was a bargain she leapt to accept. And, because some people believed in her, she believed in me"

Be', a darle forza e coraggio di continuare - dice Hillary citando l'esempio di sua madre - è stata la gentilezza e la bontà di chi ha creduto in lei. Una maestra, una donna che l'ha aiutata negli studi... persone, individui. Non lo Stato. 

Non dico che lo Stato non debba farlo, anzi secondo me è questo il compito dello Stato, ma segnalo l'incongruenza di chi costruisce candidatura e discorso intorno a uno Stato protettore e interventista ma che cita come ispirazione e modello la storia di una donna che ce l'ha fatta grazie al lavoro, all'abnegazione e alla solidarietà privata della sua comunità. 

La nuova cover #IL72

 

In edicola venerdì 19 giugno con Il Sole 24 Ore. 

Il tradimento dei chierici, un’altra volta

Quanto ci manca Christopher Hitchens. Una volta, seduto a un tavolo di un ristorante a poche centinaia di metri dal Pantheon, mi disse: «Hanno paura». Sul quotidiano danese Jyllands-Posten erano state appena pubblicate alcune caricature di Maometto, il Profeta dell’Islam, che avevano scatenato proteste violente nel mondo islamico, minacce di morte nei confronti dei vignettisti [...] Continua...

Che cosa c’è su #IL71

La copertina e i titoli e gli autori dicono già tutto.
Di che cosa parliamo quando parliamo di libertà di parola
Duecentoquattro scrittori contestano un premio a Charlie Hebdo, malgrado i suoi vignettisti siano stati decimati da un commando di fanatici islamici.
Dicono che quella satira è eccessiva e diffamatoria, ma dimenticano che essere scandalizzati rientra nella dialettica democratica. Essere uccisi, invece, no.

Ne scrive Ayaan Hirsi Ali, ed è un grande vanto aver iniziato a collaborare con un eroe femminista e antitotalitario come lei. Poi un lungo saggio di Paul Berman e le riflessioni di Raphael Glucksmann, anche lui al debutto su IL, e di Alessandro Piperno. L'artwork è di Maria Corte.
#IL71 è anche un Sex Issue con articoli imperdibili di Annalena Benini, di Paola Peduzzi e di Chiara Lalli (benvenuta anche a lei) e infografiche a cura della redazione sulla più grande ricerca sui comportamenti sessuali dai tempi del Rapporto Kinsey.
Per il resto grandi articoli di Vincenzo Latronico, Andrea Minuz, Michele Masneri e di tutti gli altri. E poi molto altro, a cominciare da serie, film, musica e arte di Yolo fino alla cultura e i libri di Rane.
Infine, un estratto del nuovo romanzo di Guia Soncini (con illustrazioni di Emiliano Ponzi).
In edicola venerdì 22 maggio con Il Sole 24 Ore

La nuova cover #IL71


Di che cosa parliamo quando parliamo di libertà di parola
Duecentoquattro scrittori contestano un premio a Charlie Hebdo, malgrado i suoi vignettisti siano stati decimati da un commando di fanatici islamici. Dicono che quella satira è eccessiva e diffamatoria, ma dimenticano che essere scandalizzati rientra nella dialettica democratica. Essere uccisi, invece, no.

Articoli di Ayaan Hirsi Ali, Paul Berman, Raphaël Glucksmann, Alessandro Piperno, Christian Rocca
Cover's Artwork by @mariacorte

In edicola da venerdì 22 maggio con Il Sole 24 Ore

Pillole di Gommalacca/Mumford & Sons

Il nuovo disco dei Mumford & Sons, Wilder Mind, è bellissimo. Altrove troverete critiche opposte. Diciamo che non si leggevano stroncature così indignate a un gruppo più o meno dalla svolta elettrica di Bob Dylan. Però: i Mumford & Sons non sono Bob Dylan (anche se Sua Bobbità ha suonato con loro e con i veri eroi del neofolk, gli Avett Brothers). Più che Dylan, semmai, le critiche alla "svolta Coldplay" dei Mumford & Sons ricordano le nostalgie civatiane o tsiprasiane o pignete di una sinistra conservatrice, minoritaria e soprrattutto posticcia. Scrivo posticcia perché la sinistra estetica, chiamiamola per comodità hipster, è solo una posa, non un'idea radicata nella tradizione della sinistra (i comunisti agli hipster gli avrebbero menato), così come è una posa estetica anche il neo-folk dei londinesi Mumford and sons. Detto questo, a me piacevano i Mumford & Sons neo-folk e mi piacciono ancora di più in questa nuova versione più pop-rock, più commerciale, alla The National e alla Coldplay. Le nuove canzoni sono elettriche, con batteria e tastiere, si aprono al modo dei Coldplay e già te le immagini nelle arene con le luci bianche tutte accese a illuminare il pubblico che balla e canta. Ascoltate Believe, Snake Eyes, The Wolf, Tompkins Square Park, Just Smoke, Only Love, Hot Gates, vabbè, tutte. A ogni ascolto migliora. Bravi.

 

Considera i gamberi

L’ultimo romanzo di Sandro Veronesi, Terre Rare, si apre con una storia meravigliosa: «Oggi il tema del giorno è l’allarme gamberi. È su tutti i giornali, e non soltanto nelle pagine della cronaca di Roma, anche in quelle nazionali. I gamberi-killer della Louisiana. Ne parlano tutti con preoccupazione perché si tratta di una specie particolare, [...] Continua...

Un verista e un Bloomberg a Milano

Un Verista a Milano «Sì, Milano è proprio bella, amico mio, e credimi che qualche volta c’è proprio bisogno di una tenace volontà per resistere alle sue seduzioni, a restare al lavoro. Ma queste seduzioni istesse sono fomite, eccitamento continuo al lavoro, sono l’aria respirabile perché viva la mente; ed il cuore, lungi da farci [...] Continua...

Pillole di Gommalacca / Villagers

C'è questo piccolo disco che è una meraviglia. Si intitola Darling Arithmetics ed è di Villagers. Villagers, in realtà, è un ragazzo dublinese che si chiama Conor O’Brien (quattro quinti di Damien Rice e un quinto di Bright Eyes). Darling Arithmetics è il diario di un coming out omosessuale. Ascoltate, in particolare, Courage (col formidabile attacco: «Took a little time to get where I wanted. It took a little time to get free. It took a little time to be honest. It took a little time to be me») e Hot Scary Summers («Remember kissing on the cobblestones. In the heat of the night. And all the pretty young homophobes. Looking out for a fight»).

Giovedì sarà presentata la più grande invenzione del secolo, so far

I rumors ormai non si contano più e appare ormai certo che il grande annuncio che farà giovedì Elon Musk, il geniale imprenditore-inventore che guida Tesla, Space X e il progetto di HyperLoop (ricordate la cover di IL?), sarà una mega batteria per abitazioni private e aziende che consentirà di immagazzinare energia da sole o vento (oggi non si può) oppure di fare la scorta di notte (quando l'energia elettrica costa molto meno) per consumarla di giorno (quando collegarsi alla rete elettrica costa di più).

La batteria domestica sembra un frigorifero minimalista (bianco o di colore scuro) e costa 13mila dollari, ma le società elettriche americane sono pronte a coprire il costo per la metà (anche a loro conviene che di giorno i consumatori liberino spazio alla rete elettrica). 

300 famiglie in California stanno provando da un anno la batteria al litio di Musk (tecnologicamente la stessa usata per le auto Tesla). In a evada, intanto, procedono i lavori della mega-fabbrica di batterie di Musk - la Gigafactory - da 5 miliardi di dollari. 

articoli

Il tradimento dei chierici, un’altra volta

Considera i gamberi

Un verista e un Bloomberg a Milano

Siamo solo all’inizio

L’islamismo jihadista e noi

Jovanotti tutto acceso

Il (semi) capolavoro di Renzi e il più grande errore di Berlusconi dopo aver cacciato Pirlo

L’editoria è in crisi, ma non per Tyler Brûlé e le riviste di qualità

Strano, i talk hanno annoiato

Le magnifiche sorti e…progressiste

Forever Pischelli

Date Palazzo Chigi ad Antonio Conte, date la Nazionale a Matteo Renzi

Criticare Israele si può, ma così è nuovo antisemitismo

Class

Di Conte, Allegri eccetera

A che cosa serve lo Stato

Lo specialista della sinistra

Animal House of Cards

Renzi, Valls e l’ultimo mattone del Muro di Berlino

Non è mica da questi particolari

Libri

SULLE STRADE DI BARNEY

Un viaggio nel mondo di Mordecai Richler

in libreria oppure online

 
 

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