Camillo - Il blog di Christian Rocca

cose che non resteranno

Che cosa c’è su #IL63

Cominciamo dalla foto di copertina, e dal servizio interno. Il soggetto è il Lido di Venezia e l'autore è Massimo Siragusa. Il numero, The Movie issue, è dedicato al festival di Venezia e al cinema italiano. Gli articoli sono di Andrea Minuz, Guido Vitiello, Arnaldo Greco, Guia Soncini e per la prima volta su questo layout Malcom Pagani. C'è di che leggere e commentare.

C'è anche uno speciale Open d'Italia, con uno straordinario lungo e dimenticato articolo di quasi 80 anni fa di Dino Buzzati. Agli Open di Torino, a fine agosto, saremo presenti con uno stand e una socialata su instagram (se ci passate non dimenticate di prendere la sacca di IL).

Altre tre anticipazioni, tra le tante possibili: uno speciale su Gaza e Israele, un monumentale Alessandro Piperno su Donna Tartt e la prima lettura, di Vincenzo Latronico, del nuovo romanzo di Francesco Pacifico.

IL sarà in edicola con Il Sole 24 Ore venerdì 22 agosto. Lo troverete in digitale su iTunes, Zinio e se abbonati alla Business Class del Sole. Ma di carta è più bello.

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Panebianco e la fuga degli intellettuali

Il cuore dell'ottimo articolo di oggi di Angelo Panebianco sul Corriere è stato compiutamente affrontato nel 2010 in un formidabile libro di Paul Berman, La Fuga degli Intellettuali. Un saggio vergognosamente non tradotto e non recensito in Italia. Con eccezione.

La nuova cover #IL63

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Dopofestival. Il nuovo numero di IL, in edicola venerdì 22 agosto con Il Sole 24 Ore.

La famigerata neocon Hillary Clinton

Quella pericolosa neocon di Hillary spiega che il caos creato dal califfato Islamic State in Iraq nasce da errori ("failures") di Obama e, inoltre, dalla natura dell'Islam. Mentre a Gaza la colpa è di Hamas. Panico nelle redazioni italiane.

Stragi in Iraq, colpa di Bush. Not.

Leggi i giornali italiani, Zucconi e gli altri, e sembra che la strage islamista degli Yezidi in Iraq sia una conseguenza dell'invasione americana nel paese di Saddam. La verità ovviamente è opposta, come spiga il fatto che mai in questo undici anni avete mai sentito parlare degli Yezidi. Perché non ne avete mai sentito parlare? Perché gli Yezidi sono stati salvati dagli americani, dall'esercito e dall'aviazione americana, perché venivano sterminati prima, da Saddam. In questi anni gli Yezidi sono stati, con i curdi, i più tenaci sostenitori dell'intervento militare per rimuovere Saddam, il loro carnefice, e i più leali alleati degli americani. Per questo non ne avete sentito parlare mai, né prima quando venivano massacrati né dopo quando sono stati liberati. Le città e le montagne oggi messe a ferro e fuoco dai jihadisti Isis erano quello che Bush e Cheney immaginavano di poter replicare in tutto l'Iraq. Se oggi li stanno massacrando, di nuovo, è proprio perché erano stati finalmente liberati dagli americani, e quindi sono considerati traditori dai sunniti defraudati del loro duce, oltre che infedeli e adoratori di Satana. Ora potete tornare a leggere i giornali italiani.

Obama bombarda l’Iraq e ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere

Dunque Obama ha bombardato l'Iraq, scrive il New York Times nonostante la smentita del Pentagono ("l'opzione è sul tavolo" ha annunciato il Press Secretary della Casa Bianca). E lo ha fatto, o lo farà, perché dopo il ritiro delle truppe americane da Bagdad e dal paese invaso nel 2003 da un'ampia coalizione internazionale si è creato un vuoto colmato irresponsabilmente dalle forze governative sciite di Maliki, libere senza gli americani di fare quello che volevano, cioè una politica settaria, e dai guerrasantieri ISIS che vogliono creare un califfato islamico dall'Iraq fino al Mediterraneo (Bin Laden arrivava a pretendere anche Sicilia e Andalusia).

Quindi ora le abbiamo provate tutte: l'invasione militare in Iraq per cambiare il regime e promuovere la democrazia (Bush), l'alleanza ferrea con i player regionali tipo Arabia Saudita (Bush e Obama), l'alleanza traballante in Egitto (Obama), distacco e poi sostegno e poi restaurazione delle primavere arabe (Obama), abbandono della Freedom agenda (Obama), bombardamenti dall'alto per destituire il dittatore libico (Obama), porre ultimatum, non rispettarli e poi non fare assolutamente nulla anzi assistere alle stragi in Siria (Obama), fidarsi dei russi per risolvere le crisi in Iran e Siria riuscendo a rafforzare la Russia e aprire un altro fronte in Europa (Obama), mostrare antipatia verso il governo di Israele con Hamas che ci ha creduto (Obama), perdere lo storico alleato turco (Obama), riuscire a farsi uccidere un alto generale in Afghanistan (Obama), ritirarsi dall'Iraq (Obama) e ora essere costretti a ribombardare perché ritirandosi si è lasciato il campo libero ai guerrasantieri (Obama) che nel 2007 grazie al surge di Petraeus e al Sunni awakening invece erano stati fermati (Bush).

Piu che altro è Obama ad averle provate tutte, mostrando una totale assenza di strategia politica senza precedenti: un giorno il presidente è realista, un altro è idealista; un giorno è pacifista, un altro bombarda. Un giorno è guerriero riluttante, un altro è un realista riluttante. Un giorno guida il mondo from behind, un altro bombarda from above. Un giorno prende il Nobel per la Pace, un altro è realista ma se ne vergogna. Tutto questo caos è creato totalmente a caso, non è uno studiato "disordine scientifico" alla Fascetti. Nessuna strategia, solo attenzione a non fare nulla per evitare danni, ma con i danni che si affastellano e si moltiplicano proprio perché il leader del mondo non sa che cosa fare.

Bush aveva una sola idea, seria e sensata: dopo l'11 settembre e l'attacco all'America, rimuovere i regimi dittatoriali, guerrafondai e fomentatori dell'odio antioccidentale, antiamericano e antisemita e, contemporaneamente, promuovere la democrazia. Non c'è riuscito, ma ha comunque rimosso Saddam, cioè il principale responsabile dell'instabilità in Medio oriente, ha sbloccato lo status quo dispotico nel mondo musulmano, dando per la prima volta speranza di cambiamento, e certo ha scoperchiato il vaso fino quasi a esserne travolto (ma dal punto di vista americano è sempre meglio che i nemici si affrontino lì in trasferta e con i Marines piuttosto che in casa: meglio a Bassora che a Baltimora).

E peraltro, dopo anni di errori di valutazione, e di sottovalutazione, Bush era riuscito a rimettere in carreggiata le cose in Iraq con il surge di Petraeus e il Sunni Awakening. Obama era contrario al surge, anche se poi ne ha riconosciuto lo straordinario successo ("al di là delle più rose aspettative", disse). Eppure, poco dopo la sua elezione, si è ritirato dall'Iraq sulla base di un accordo e di un calendario di uscita siglato da Bush ma che Bush probabilmente avrebbe provato, e ci sarebbe riuscito, a rimandarlo.

I fatti sono questi. Bush ha scoperchiato il vaso, e non poteva fare altrimenti. Ha investito sulla promozione della democrazia, per il dopo. Giusta o sbagliata era una stratwtia, al di là del l'esecuzione perfettamente in linea con la storia e la tradizione liberale americana. Ma chi è venuto dopo di lui, Obama, ha cambiato tutto: ha voluto dare subito il segnale opposto, "cari regimi mediorientali, tranquilli, ora non proveremo più a farci cadere, anzi vi tendiamo la mano" (discorso del Cairo, 2009), con il risultato che l'America ha tagliato fonti, energie e inziative politiche, economiche e tecniche a favore dei democratici e liberali nella regione. Si è virago dall'altra parte innanzi a massacri anche con armi di sterminio e ha rinsaldato i regimi dispotici (con l'eccezione Gheddafi). Ora è costretto a intervenire militarmente in Iraq. Poi se magari capiscono che, per parafrasare James Carville, "It's Islam, stupid", magari si evitano guai di sottovalutazione.

Di Conte, Allegri eccetera

Conversazione su Ultimo Uomo con Fabio Barcellona e Federico Sarica, a cura di Tim Small. Continua...

Israele-Gaza

Senza andare molto indietro nel tempo, anche perché sarebbe peggio, la domanda è: perché israeliani e palestinesi sono di nuovo in guerra (ammesso che prima fossero in pace)? Segue timelime (molte parentesi): Continua...

Charlie Haden, 1937-2014

Charlie Haden, assieme a Gary Peacock e a Dave Holland, è stato il più grande contrabbassista che abbia mai ascoltato dal vivo. E lo ho ascoltato decine di volte. Mi stupiva ogni volta. Ogni concerto. Ogni disco. Ogni collaborazione. Quel contrabbasso era lui, riconoscibile, unico. Non poteva essere un altro. Non potevi confonderlo con altri. Melodia prima di tutto. Era un gigante. Teneva il ritmo, ma il suo tocco era melodia allo stato puro. Non saprei quale dischi consigliare di Haden, dai primi con Keith Jarrett agli ultimi da poco usciti. Dalle incursioni con Brad Mehldau e Lee Konitz alla collaborazione feconda con Pat Metheny (ascoltate Under the Missoury Sky e provate a restare indifferenti). Straordinari i duetti con Egberto Gismonti (chitarra o pianoforte), quelli antichi e i più recenti. Strepitosi i trio Magico con Gismonti e Jan Garbarek (uno su tutti: Folk Songs). E poi il suo Quartet West, la sua Liberation Music Orchestra (l'ultimo disco: Not in our name), le incursioni per niente banali nella musica caraibica con Gonzalo Rubalcaba (Nocturne), il First song con Enrico Pieranunzi, il primo incredibile disco, Wish, di Joshua Redman. Le meravigliose registrazioni raccolte nei sei volumi The Montreal Tapes. Il fantastico duo con Kenny Barron The Night and the City registrato in un club con un sublime sottofondo di piatti e di bicchieri e di New York. I lavori con Carla Bley e l'attività di sideman di lusso (con chiunque).

Li consiglio tutti. Charlie Haden era un grande. Il più grande.

Qui una selezione, parziale, su Spotify.

Pillole di Gommalacca\John Surman e Keith Jarrett-Charlie Haden

Ho una strana fissazione: non ascoltare il jazz d'estate. Non ci riesco. Mi pare una musica prettamente invernale, temo per le troppe zanzare prese all'Arco della Pace quando si faceva il festival jazz. Ho un'eccezione: John Surman, anche se definire jazz la musica di John Surman, il John Surman dell'Ecm, è riduttivo. Le condizioni devono essere particolari: casa di campagna stile radical chic alla Bertolucci; isolamento dal popolo; casse di qualità e potenti rivolte verso gli ulivi; Portrait of a Romantic, il primo brano tratto da Private City, anno domini 1987, naturalmente Ecm.
Poi ditemi (anche con soluzione meno chic di Bertolucci).
Tutto questo per dire che ci sono le eccezioni alle eccezioni. Per cui in questo momento sto ascoltando moltissimo, in macchina, il nuovo disco di Keith Jarrett e Charlie Haden, Last Dance, sempre Ecm (stessa session del disco precedente, stesso mood, stessa classe).
Qui un lungo e antico ritratto di Keith Jarrett (c'erano ancora le Torri Gemelle, per dire)

Update

È morto Charlie Haden, aveva 76 anni.

Fouad Ajami, 1945-2014

È morto Fouad Ajami, un gigante.

Un tweet nostrano sul New York Times

Questa mattina ho notato su Twitter che, nell'intervista a Vittorio Zucconi sul Venerdì, Hillary Clinton ha cambiato versione sulla famosa fotografia nella Situation Room della Casa Bianca scattata durante i 38 minuti dell'operazione Bin Laden. La foto ritraeva Hillary con la mano davanti alla bocca e con uno sguardo spiritato che è subito sembrato il simbolo dell'angoscia del leader che seguiva con ansia e preoccupazione un'operazione così importante e decisiva contro il terrorismo. Hillary però svelò che in realtà in quel preciso momento aveva messo la mano davanti alla bocca perché soffriva di una fastidiosa tosse allergica. Nell'intervista di oggi invece l'allergia è sparita e Hillary ha riaccreditato la tesi più da statista, quella dell'angoscia del leader. Jason Horowitz del New York Times ha visto il tweet nostrano e ne ha fatto un articolo sul giornale newyorchese. Questo. Ah, dice che sono "Veteran della politica americana". Thanks.

Tony Blair, gigante

Un lungo e strepitoso articolo di Tony Blair su Iraq, Siria, Libia e occidente. La cosa più sensata, anzi l'unica cosa sensata, scritta in questi giorni sul nuovo caos iracheno e non solo.

A che cosa serve lo Stato

A che cosa serve lo Stato? Tre rivoluzioni in cinque secoli hanno contribuito a dare una risposta. Ma non basta. Ne serve ancora un’altra, al passo con i tempi. La prima rivoluzione è nata intorno all’idea di contratto sociale di Thomas Hobbes e ha riconosciuto che lo Stato serve a garantire l’incolumità dei cittadini. La [...] Continua...

C’era una volta un Muro a Berlino

Il 12 giugno 1987, esattamente 27 anni fa, Ronald Reagan fece il famoso discorso Tear Down That Wall. Qui un lungo articolo che racconta come nacque quel discorso e tutto il resto.

articoli

Di Conte, Allegri eccetera

A che cosa serve lo Stato

Lo specialista della sinistra

Animal House of Cards

Renzi, Valls e l’ultimo mattone del Muro di Berlino

Non è mica da questi particolari

Qual è la Juve più bella?

Il fegato di Wall Street

Mo che il tempo si è avvicinato

Il nuovo stile paranoico della politica italiana

Come Davide Serra cambierebbe l’Italia

The Money Issue

Bush, ultima bozza

Obama e il mito del declino americano (con Datagate)

The food issue

Non proprio un endorsement di Bill de Blasio

Perché Rohani non ha riconosciuto l’Olocausto

Il mondo è ingovernabile

Prima di fare il Nobel per la pace a Putin

Ma a Renzi conviene dire ciao a Firenze?

Libri

SULLE STRADE DI BARNEY

Un viaggio nel mondo di Mordecai Richler

in libreria oppure online

 
 

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