Camillo - Il blog di Christian Rocca

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KEITH JARRETT

Si chiama sindrome da affaticamento cronico. E’ la malattia che per quattro anni ha tenuto Keith Jarrett recluso in casa. Keith è il più grande pianista jazz dell’ultimo quarto di secolo e il più grande pianista dell’ultimo quarto di secolo non poteva ammalarsi di una malattia comune. Nel suo corpo c’è un batterio parassita che ruba energia alle cellule e lo costringe a vivere come un malato di Aids nell’ultimo mese di vita.
Sono stati due anni d’inferno, più precisamente, due anni vissuti da uomo stanco. La terapia non c’era, non c’è. Non serve stare comodi a letto, non si guarisce così. L’attività fisica e mentale aggrava il senso di spossatezza. E poi, ancora, dolori muscolari e articolari, cefalea, rigonfiamento dei linfoidi, insonnia oppure sonno non ristoratore, malessere.
Ma c’è qualcosa di più, di intollerabile. E Jarrett questo non può sopportarlo. Era dal novembre del 1996 che non riusciva ad accettare la difficoltà di concentrazione, la memoria che se ne andava per tornare sempre più di rado. "Tremendo", dice oggi lui stesso, smagrito, provato, ma guarito. Deve tutto a Rose Anne Colavito, la sua seconda moglie con la quale vive in una fattoria del New Jersey, al confine con la Pennsylvania, a due passi da Allentown, il paesino dove è nato l’otto maggio di 55 anni fa.

Tanto per cominciare, Keith Jarrett non è nero. I suoi occhi bruni, la carnagione scura, la capigliatura afro, e naturalmente il jazz, hanno ingannato molte persone.
Aveva ventotto anni quando mise in musica le regole della Commedia dell’Arte, la sua specialità: i concerti di piano improvisations, l’improvvisazione solitaria al piano.
Funziona così. Jarrett sale sul palco e si siede sullo sgabello davanti al pianoforte. Non ha ancora idea di che cosa suonerà, fino a quel momento è stato chiuso nella sua camera d’albergo a leggere, meditare e mangiare macrobiotico. Nel pomeriggio aveva fatto un salto in teatro a provare due o tre Steinway gran coda. Soltanto pochi minuti per scartarne due, e poi scegliere quello davanti al quale ora è seduto. Non sa ancora che cosa suonare. Si concentra, in sala non vola mosca. L’attesa diventa imbarazzante. Infine si china sulla tastiera, le mani si avvicinano ai tasti, ne sfiorano uno, arriva una nota, poi l’altra, e succede quello che nessuno pensa sia possibile. Jarrett compone sull’istante, non c’è partitura, la sua è una composizione istantanea, senza rete, suona quello che la mente in una frazione di secondo gli suggerisce. Lo sforzo è sovraumano. Si contorce, ondeggia, si alza dallo sgabello, batte i piedi sul legno del palcoscenico, si agita, cerca di accompagnare le note anche con il corpo, canticchia la melodia un attimo prima di eseguirla, ansima. C’è chi dice faccia l’amore con il pianoforte. Quello che conta è la prima nota, le prime quattro. A volte l’attacco è faticoso, Jarrett non riesce a trovare il seme giusto, spesso gli riesce difficile uscire da una situazione in cui si è cacciato, e per questo il tempo che riempie i due silenzi trascorre per quaranta minuti. Capita che brancoli alla ricerca di un nucleo fecondo che tarda ad arrivare, ma il più delle volte la musica è meravigliosa. Si sente Chopin e il blues, il jazz informale e la poesia postromantica, un ritmo ostinato e una melodia indiana.
Il suo concerto più famoso è quello di Colonia, il disco jazz più venduto di sempre. Jarrett preferisce quello di Vienna, i più belli sono quelli di Brema e Losanna, ci sono quelli giapponesi, ce n’è uno anche a Milano, alla Scala dove ha suonato il 13 febbraio 1995.

La trattativa tra Keith Jarrett e il Teatro alla Scala è durata due anni. E’ stato l’evento musicale dell’anno, l’incontro tra un pianista che non porta mai la giacca, al massimo un gilet, e il teatro d’opera sempre più spaventato dalla profanazione che avrebbe subìto. Jarrett non è un tipo facile, basta un niente per mandare a monte un concerto. Una volta a New York, incavolato per la poca attenzione di un paio di spettatori, gli si è rivolto così: "Vi comunico che non state assistendo a un concerto, ma a un evento". C’è chi dice siano le bizze di un artista viziato, cui tutto è concesso. Lui dice: "Io rischio, dunque se non è tutto perfetto, se non riesco a concentrarmi, non suono". Una sera d’estate, era il 23 giugno 1988, al Teatro della Verdura di Palermo, ha chiuso all’improvviso il coperchio del pianoforte e se n’è andato. Uno spettatore aveva fischiato. Qualche critico ha scritto che era soltanto un pretesto, quella sera Jarrett non aveva trovato il seme giusto. Da quella sera palermitana l’elenco delle sue richieste fa sudare freddo i direttori delle sale da concerto. Il suo manager, Steve Cloud, si informa sul teatro, sul numero dei posti. Si fa mandare fotografie del palco e piantine della sala. Poi snocciola le richieste: "Il pianoforte deve essere posizionato davanti al proscenio oppure in corrispondenza con il sipario principale sul margine del palco o sopra la fossa dell’orchestra. Il palcoscenico non deve avere alcuna pendenza, neanche di un grado, perché Keith soffre di problemi alla schiena e non suonerà se il palcoscenico non è assolutamente piatto. Sappiamo che molti teatri d’opera, e in particolare le sale da concerto europee, hanno palcoscenici con una leggera pendenza per consentire una migliore vista al pubblico seduto in sala. Per cui se c’è una pendenza, anche leggerissima, va costruita una pedana che sia abbastanza resistente e larga da contenere sia il pianoforte sia Keith". Poi vieta la presenza dei fotografi sia al concerto sia alle prove, "perché Keith non vuole essere distratto dagli scatti, e nemmeno dai giornalisti". Gli aneddoti sulle nevrosi di Jarrett si sprecano, tutti ne raccontano uno diverso, sempre pronti a dimostrare quanto fu profetico Jarrett stesso una sera del 1971 a Torino. Allora Keith suonava nel gruppo di Miles Davis, ma non era ancora nessuno. Davanti a un piatto di spaghetti disse a Franco Fayenz: "Sai Franco, ho paura di quando sarò celebre, perché potrei perdere il senso delle proporzioni".

Quelle notti insonni nella fattoria di campagna sono state dolorose. Keith sapeva che non sarebbe mai più riuscito a suonare in quel modo. "Improvvisare è molto pericoloso  ha detto in un’intervista  Hai una sola chance, vivi l’esperienza del voler suonare, ma questa volontà deve essere feroce, devi separare la parte di te che ascolta, pur tenendola lì e insieme suonare, devi sentire quello che vuoi, e a quel punto, solo a quel punto, le tue dita faranno quello che vuoi". Non è una questione di tecnica o di creatività se c’è la chronic fatigue sindrome di mezzo. E quando non ci sarà più, come in questa estate del 2000, c’è la paura che possa ritornare. Rose Anne lo stimola, e sembra una scena notturna di "Donna al piano" (Guanda) di Bernard Mac Laverty. "Dài Keith suonami qualcosa". "Adesso? a quest’ora del mattino?". "Sì, adesso". "Che cosa vorresti sentire?". "Quello che vuoi, suona per me". In casa ci sono due pianoforti, uno Steinway americano e uno fabbricato ad Amburgo. Quando registra i dischi, Jarrett preferisce quello americano, perché ha più carattere, più colore e un timbro un pizzico più ricco. Nella camera insonorizzata che dà sul lago c’è anche un clavicembalo, per suonare Bach. Entrano, Keith beve acqua calda, mai caffè, mai tè. Rose Anne gli sistema lo sgabello del pianoforte, lo copre con il plaid, ma quello continua a scivolargli dalle spalle. Accende un lume e si siede sulla poltrona. Keith solleva il coperchio del piano. "Ah, no, è tremendo" dice boccheggiando. "Cosa?". "I pedali con i piedi nudi. Sono gelati". E poi, "te lo ricordi questo?", tenendo la testa appena inclinata, muovendola su e giù in modo quasi impercettibile. Le sue mani scorrono leggere come una piuma, sospese sopra la tastiera, e le dita si muovono agili. Ma questa malattia è una specie di morte perenne. Così Jarrett ha deciso di cambiare.

In realtà Jarrett odia il pianoforte. Il pianoforte è soltanto "un sistema meccanico" dal quale si sforza di tirar fuori ciò che vuole. Il pianoforte è lo strumento che gli consente di officiare il culto ascetico dell’improvvisazione, la ricerca di un altro livello di coscienza.
Ma quello stato di invasamento ispirato ai principi del sufismo, quelle esperienze totalizzanti, quella sofferenza estetico-religiosa, ora non ci sono più. I detrattori, e ce ne sono, pensano sia paccotiglia pseudo-filosofica di un uomo in piena crisi artistica, e mettono in dubbio perfino la sua malattia. E, invece, la sindrome da affaticamento cronico ha fatto capire a Jarrett di quanta energia necessiti un gesto semplice come voltare le pagine di un libro o infilarsi gli occhiali. E così è stato costretto a cambiare. Non solo la sua vita, anche la sua musica. Ha reinventato il proprio modo di suonare. Ha riscoperto la melodia, il fuoco della canzone, il gusto semplice della ballata d’amore. E’ la sua terapia. Ha messo da parte la composizione istantanea, di lato l’esibizionismo, cancellato le perversioni informali. Ora Jarrett bada all’essenziale, distilla le note, senza sbavature, senza enfasi, con parsimoniosa dolcezza. Ora lo accusano di essere un pianista da piano bar.

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