Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Michael Novak su Esportare l’America

Una delle idee guida del libro di Christian Rocca "Esportare l’America" (in edicola con Il Foglio) è che i neocon non siano davvero di destra. Un’altra ­ eco di Robert Kagan ­ che bisogna smettere di dire che Stati Uniti ed Europa sono legati da un cordone ombelicale ineliminabile. Una terza che il tratto distintivo dei neocon è la politica estera "intraprendente".
"I neoconservatori della prima generazione erano uomini e donne di sinistra che la Sinistra, soprattutto quella economica, finì per deludere. Ma in realtà i neocon si sono contraddistinti più per il modo d’intendere l’economia che non per un preciso orientamento comune in politica estera". Lo afferma Michael Novak, il più noto dei neoconservatori cattolici (i theocon), che è "George Frederick Jewett Scholar" in religione, filosofia e amministrazione pubblica all’American Enterprise Institute, di cui dirige i Social and Political Studies. Nel corso dei decenni, il pensiero di Novak si è emancipato dalle posizioni liberal facendosi più prossimo alla dottrina sociale della Chiesa e salutando poi l’enciclica "Centesimus annus" del 1991 come una benedizione del "capitalismo democratico" di cui è il massimo teorico. Novak, del resto, è proprio uno di quei neocon che hanno continuato a identificarsi con i democratici anche dopo aver rotto con la cultura progressista anni 60. "Negli Stati Uniti ­ dice ­ vi sono state frange del Partito Democratico fortemente anticomuniste, per esempio Jack Kennedy, Harry S. Truman, Henry Jackson. Allo stesso tempo, anche il conservatorismo è sempre stato diversificato. Non è mai stato strano dirsi a favore di una politica estera forte. Ciò che invece è suonato strano è il fatto che alcuni ex uomini di sinistra siano divenuti campioni del capitalismo, favorevoli alla cosidadetta scuola del supply side". Cioè? "Enfasi sui tagli fiscali e disincentivi per ogni tipo di cattiva regolamentazione statale". Un’economia del buon senso, insomma. "I neoconservatori hanno posto l’accento sullo sviluppo, sull’inventiva, sulla formazione del capitale e sul capitale di rischio, sulle nuove tecnologie". Il punto centrale? "La creatività".
E i loro avversari che cosa vogliono? "Gli economisti conservatori si fissano sulla questione del pareggio del bilancio, i liberal e i keynesiani auspicano insopportabili controlli statali. Quando Ronald Reagan e Margaret Thatcher si schierarono con i neocon, riuscirono a lanciare la rivoluzione della creatività in economia".
Tutta economia, dunque, solo economia? "Sì, ma dal volto umano. L’altro punto di originalità dei neocon è l’enfatizzazione della dimensione culturale e morale della vita economica. La distinzione fra neocon da un lato e conservatori e libertarian dall’altro sta nel fatto che per i primi il welfare state è necessario, ma bisognoso di essere trasformato nei princìpi cardine. Alimentare la dipendenza è per i neocon un grave difetto. A ciò vogliono sostituire l’imprenditoria di sé e il senso della responsabilità individuale. E quei programmi di assistenza caritativa volontaria che ispirano trasformazioni spirituali della persona". Il contrario dello stereotipo dei falchi rapaci. "Tipico della sensibilità neocon è la difesa dell’istituto familiare e della morale tradizionale, così come appunto della responsabilità personale: cose che la sinistra bolla come ‘borghesi’. Per i neocon, questo ethos si radica nell’eredità della classicità, del giudaismo e del cristianesimo. I neocon costituiscono una novità decisiva nell’America protestante, introducendovi riflessioni ebraiche e cattoliche. Noi cattolici ed ebrei tendiamo ad amare fortemente il continente europeo e la sua cultura, anche se ancora di più amiamo gli Stati Uniti. Per noi Europa e Usa condividono la stessa concezione della vita".
Marco Respinti

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