Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Bush e Gerusalemme

Milano. Le elezioni israeliane interessano Washington a prescindere da chi le abbia vinte. Bush e i suoi hanno lavorato a stretto contatto con la leadership di Kadima, il partito fondato da Ariel Sharon e ora guidato da Ehud Olmert. E’ ovvio, quindi, che il favore della vigilia andasse al partito di governo con cui sono state condivise le scelte di questi mesi. La relazione speciale tra Stati Uniti e Israele però va ben oltre il risultato elettorale di ieri. Bush è uno dei presidenti americani più vicini di sempre allo stato ebraico, ma allo stesso tempo ha parlato senza infingimenti di stato democratico palestinese. Certamente è il più amichevole tra i presidenti repubblicani, per la gioia dei teorici della cospirazione che nei giorni scorsi, ad Harvard, hanno pubblicato un paper sulla lobby ebraica che guiderebbe la politica estera di Washington. I due autori sono fautori di una strategia realista. Ieri, su Slate, sono stati sbertucciati da un intellettuale di sinistra come Christopher Hitchens, il quale ha ricordato che, se la lobby ebraica fosse davvero al comando della Casa Bianca, l’America avrebbe invaso l’Iran, non l’Iraq. E’ vero, però, che gli Stati Uniti sono i difensori d’Israele nel mondo. All’Onu pongono spesso il veto a risoluzioni che tendono a giustificare il terrorismo palestinese. Allo stesso tempo la Casa Bianca si è sempre raccomandata con il governo israeliano di non usare la forza in modo sproporzionato quando subisce violenze e di lasciare le zone occupate per compiere operazioni di sicurezza il più presto possibile.
Gli Stati Uniti, il 14 maggio 1948, sono stati il primo paese al mondo a riconoscere Israele, lo stato fondato dall’Onu assieme a uno stato arabo che non è mai nato a causa dell’opposizione dei paesi confinanti. Gerusalemme avrebbe dovuto essere amministrata dalle Nazioni Unite, ma i paesi arabi hanno rigettato la partizione dell’Onu e attaccato lo stato ebraico. Da quel momento Israele e Stati Uniti hanno sviluppato uno stretto rapporto d’amicizia politica, economica e militare, sulla base di valori democratici comuni, affinità religiose e interessi di sicurezza. Tra i due paesi vige dal 1985 un Trattato di libero scambio. Ogni anno Washington versa nelle casse israeliane quasi 3 miliardi di dollari. I due paesi non vanno d’accordo su tutto: gli Stati Uniti considerano l’occupazione del Golan una violazione del diritto internazionale e sono contrari alla vendita di armi israeliane alla Cina. Il Congresso americano, dal 1995, impone alla Casa Bianca di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e di trasferire il corpo diplomatico americano da Tel Aviv alla città santa, malgrado l’Amministrazione trovi sempre una scusa per non farlo.

Il ritiro da Gaza e le condizioni poste a Hamas
La prima differenza tra Bush e i predecessori riguarda gli insediamenti. Washington ha sempre disapprovato le attività edilizie israeliane nei territori palestinesi, perché avrebbero pregiudicato un futuro stato arabo. Nel 2004, Bush ha riconosciuto che è cambiata “la realtà sul campo”, ammettendo che sarebbe irrealistico immaginare un ritorno ai confini dell’armistizio del 1949. La seconda differenza è relativa al processo di pace. Dopo il fallimento dell’accordo di Camp David del 2000, Bush ha deciso di non partecipare a negoziati diretti tra israeliani e palestinesi. Condi Rice non ha nominato un suo inviato speciale nella regione, perché crede che sia meglio che israeliani e palestinesi lavorino insieme. Il piano ha funzionato, fino alla vittoria di Hamas. Ora si dovrà aspettare l’esito del voto israeliano, ma anche l’atteggiamento del nuovo governo di Hamas. Bush ha appoggiato il ritiro da Gaza di Sharon, come passaggio cruciale per tornare alla road map verso la costituzione di due stati. Condivide le precondizioni poste a Hamas da tutti i partiti israeliani per riaprire i contatti: il riconoscimento di Israele e il ripudio della violenza terrorista.

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