Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Fuori l’America dalla Nato

Vladimir Putin si lamenta. L’Europa si sta riempiendo di nuove basi Nato per installare il nuovo sistema antimissile e lui minaccia di puntare i razzi russi contro le città europee. Sta per tornare la Guerra fredda? No, e non soltanto perché Mosca vorrebbe costruire il sistema difensivo spaziale insieme con la Nato, ma anche perché in America si avvertono i primi segnali di un forte cambiamento strategico. Questi segnali sono raccolti in un nuovo libro appena uscito negli Stati Uniti con il titolo “The End of Alliances – La fine delle alleanze” (Oxford University Press). L’autore del saggio, Rajan Menon, sostiene che entro il 2020 scompariranno le alleanze militari americane con il resto del mondo, chiuderà la Nato, sparirà il patto bellico tra gli Stati Uniti e il Giappone e anche quello con la Corea del sud. Rajan Menon non è un black bloc, non è un antagonista comunista, è un professore universitario di Relazioni internazionali nonché studioso della New America Foundation, un think tank della terza via, né liberal né conservatore, noto per le sue posizioni “centriste, ma radicali”. Tra i membri della New America Foundation, oltre ai due fondatori Ted Halstead e Michael Lind, c’è gente rispettata, autorevole e ascoltata soprattutto fuori dai circoli intellettuali dell’attuale Casa Bianca: l’analista di Newsweek Fareed Zakaria, il filosofo Francis Fukuyama, l’inviato dell’Atlantic Monthly James Fallows e la preside della Woodrow Wilson School dell’Università di Princeton, Anne-Marie Slaughter. Menon nota come l’America, magari inconsapevolmente, stia andando incontro a un “cambio di paradigma” nelle relazioni militari e internazionali con il resto del mondo: “Le nostre alleanze militari in Europa e in Asia sono diventate irrilevanti rispetto alle sfide che gli Stati Uniti affrontano oggi e, in conseguenza di ciò, si stanno lentamente dissolvendo”. E’ necessaria una premessa, per inquadrare il personaggio e spiegare meglio la sua tesi: Menon è stato contrario alla guerra in Iraq, dissente dall’idea di promuovere la democrazia come strumento di sicurezza nazionale, non è affatto convinto dal libro di Robert Kagan sulla divisione ideologica e politica tra l’America-Marte e l’Europa-Venere, dissente dall’unilateralismo rumsfeldiano ma, allo stesso tempo, ripudia la posizione ideologicamente opposta alla Dottrina Bush, quella dell’isolazionismo, quella del ritirarsi dal mondo provando a guidarlo attraverso il comportamento esemplare tenuto dentro i confini della “Fortezza America”. La dissoluzione delle alleanze militari, sostiene Menon, non comporterà il disinteresse americano dagli affari del mondo, come vorrebbero gli isolazionisti di destra e di sinistra nostalgici delle parole di George Washington pronunciate al momento della fine della sua presidenza. Il primo capo dello stato americano, nel suo Farewell Address, ha delineato le basi della tradizione politica isolazionista che ha dominato le relazioni americane fino alla Prima guerra mondiale e, poi, tra le due guerre: “La grande regola di condotta per noi, riguardo alle nazioni straniere, è quella di estendere le relazioni commerciali, per avere con loro la minima connessione politica possibile. L’Europa ha una serie di priorità, che per noi non hanno alcun interesse, se non uno molto remoto. Così l’Europa deve impegnarsi in controversie frequenti, le cui cause sono essenzialmente straniere alle nostre preoccupazioni. Così, di conseguenza, non sarà saggio per noi trovarci coinvolti, attraverso legami artificiali, nelle vicissitudini ordinarie della politica europea o nelle ordinarie combinazioni e scontri tra le sue amicizie e le sue inimicizie”. Questa filosofia delle relazioni internazionali oggi è chiaramente obsoleta. Più attuale, secondo Menon, la dottrina di Thomas Jefferson, il terzo presidente americano. Nel suo discorso di insediamento, Jefferson parlò di “pace, commercio e amicizia onesta con tutte le nazioni, ma non intrappolata in alleanze”. E’ questo il punto, quello delle alleanze rigide. L’America, sostiene Menon, è stata coinvolta negli affari del mondo fin dalla sua fondazione, in modi diversi e i più vari, ma ha sottoscritto formali alleanze politiche e militari soltanto dopo la Seconda guerra mondiale. In quel momento è partita “la grande strategia” del containment, del contenimento attivo dell’impero sovietico. Alla base di quella strategia c’era la consapevolezza che l’ideologia e il potere dell’Unione Sovietica rappresentassero la principale sfida agli interessi americani, sia quelli della propria sicurezza fisica e territoriale, sia quelli economici e ideali. L’obiettivo del containment era di mantenere l’Unione Sovietica dentro i suoi confini e la sua sfera di influenza entro quella emersa dopo la Seconda guerra mondiale, quando il presidente americano Franklin Delano Roosevelt si era illuso che con i comunisti si potesse collaborare anche oltre la fase di alleanza antinazista. La teoria alla base del contenimento era quella secondo cui l’espansione sovietica avrebbe alterato il peso globale delle forze in campo, nuocendo gli interessi americani. A quel punto, per mantenere a distanza l’Unione Sovietica, l’America si è impegnata in patti, trattati e alleanze militari, inviando soldati in mezzo mondo. Le alleanze principali, ancora oggi in funzione, sono quella europea della Nato, quella con il Giappone e quella con la Corea del sud. “Cambio di regime” Crollata l’Unione Sovietica, scomparsa la minaccia comunista e raggiunta l’autonomia economica e tecnologica di Europa, Giappone e Corea del sud, queste alleanze sono rimaste in piedi, con decine di migliaia di soldati americani ancora dislocati nei paesi alleati. La politica bushiana del “cambio di regime”, delle coalizioni dei volenterosi e della riduzione delle truppe americane in Europa sembrerebbe già un superamento di queste alleanze militari della Guerra fredda, ma secondo Menon non è affatto così: “La dottrina Bush, in Iraq e in Afghanistan, è stata comunque attuata dentro la struttura istituzionale e dentro la filosofia del contenimento”. Una struttura e una filosofia di grande successo nei cinquanta anni successivi alla Seconda guerra mondiale, ma che ora non ha più alcuna giustificazione strategica. Non servono più le alleanze militari, non è più attuabile il modello del containment, entrambi istituti anacronistici. Secondo Menon, l’America entro una decina d’anni assisterà al cambiamento di paradigma delle proprie relazioni internazionali. Questa semi rivoluzione causata dal mutamento degli interessi comuni degli Stati Uniti e dei suoi alleati, secondo lo studioso della New America Foundation, porterà l’America fuori dalla Nato e a rompere consensualmente i patti militari creati sessanta anni fa. Il nuovo paradigma, si legge nel libro di Menon, non porterà all’isolamento dell’America né dovrà risolversi nella scelta di fare da soli, unilateralmente. L’America, come dimostra la sua storia, può essere perfettamente attiva negli affari del mondo anche mettendo fine alle alleanze e può continuare a perseguire i suoi interessi insieme con gli altri stati. Semplicemente comincia a rendersi conto che le alleanze militari non sono più indispensabili per la sua politica estera. Non solo, secondo Menon, le alleanze militari della guerra fredda sono già impedimenti seri che, tra l’altro, “inibiscono pensieri strategici alternativi in America e rendono immaturi i nostri partner che vivono sotto l’ombra americana”. Il futuro immaginato da Menon è questo: si passerà dalle alleanze (“alliances”) agli schieramenti (“alignments”), un modo meno rigido e più limitato di interpretare i rapporti con i paesi amici e di confrontarsi con i nemici. Dopo le divisioni sull’Iraq L’alleanza più facile da rompere è ovviamente la Nato. Allo stesso tempo, tra tutte le alleanze militari americane, la Nato è anche quella che potrebbe mutare i suoi obiettivi strategici rispetto a quelli di contenimento di un nemico che non c’è più. I trattati con il Giappone e la Corea del sud, a causa della crescita cinese e della minaccia nucleare nordcoreana sono più difficili da rompere, ma a giudizio di Rajan Menon restano comunque obsoleti, costosi e inutili. Convincere l’America a uscire dalla Nato, invece, sarebbe più facile, malgrado oggi l’ipotesi sia considerata inconcepibile negli establishment politici di qua e di là dell’Atlantico. Tutti sono consapevoli che la Nato così come è nata sessanta anni fa non serve più, sicché si prova a immaginare una riorganizzazione strutturale per adeguarla alle nuove sfide, a combattere i nuovi nemici comuni, come ad esempio il terrorismo jihadista, oppure ad affrontare le operazioni di peacekeeping. Secondo Menon queste sono illusioni particolarmente ingenue: “Quando le circostanze che hanno creato un’alleanza svaniscono, gli obiettivi pratici condivisi – ben più importanti per la salute e la longevità di un’alleanza rispetto ai sentimenti eterei – cominciano a dissolversi in modo lento ma risoluto”. Le divisioni a proposito dell’Iraq sono la prova. Così come la diversa percezione del pericolo terrorista e islamista tra gli Stati Uniti e l’Europa, anche a causa della presenza di grandi comunità musulmane nel continente europeo. L’idea di trasformare la Nato in quello che le Nazioni Unite non riescono ad essere, cioè uno strumento di intervento globale per condurre operazioni militari umanitarie e di peacekeeping, secondo Menon non può funzionare. Non solo per la differenza di vedute e di percezione delle minacce tra America e Europa, ma anche perché i nuovi paesi membri della Nato, provenienti dalle ex repubbliche sovietiche e dal vecchio Patto di Varsavia, non hanno aderito alla Nato per fermare i genocidi nel mondo, piuttosto per sentirsi protetti dal nazionalismo russo, e un po’ anche da quello tedesco, oltre che come primo passo obbligato per farsi accettare dall’Unione europea. Il requisito fondamentale di un’alleanza, specialmente di un’alleanza militare, è quello per cui i paesi membri devono essere d’accordo che ci sia un pericolo comune, chiaro e attuale. Questo accordo non c’è. Non c’è sulla crescita della Cina, paese che secondo i sondaggi di opinione europei è addirittura molto più popolare degli Stati Uniti, e di gran lunga. Quanto al terrorismo, lo stesso. La lotta al terrorismo è globale e si estende oltre l’Europa. Eppure, oltre i confini europei, i paesi della Nato non sono disposti a impegnarsi e a intervenire. In ogni caso, secondo l’autore del saggio, non si capisce per quale motivo l’alleanza dei paesi Nato debba essere più efficace contro il terrorismo rispetto agli altri stati che con l’America hanno interessi convergenti, ma non una formale alleanza. Cioè paesi come l’India, il Pakistan, l’Indonesia eccetera. Né è chiaro il motivo per cui una riconversione della Nato in funzione antiterrorismo richieda agli Stati Uniti di difendere l’Europa e di mantenere truppe sul suo territorio quando non c’è nessuna immaginabile minaccia militare contro di essa. L’interesse europeo alla presenza americana è evidente, come dimostra il dibattito di queste settimane sullo scudo stellare protettivo: protetta dagli Stati Uniti, l’Europa può tenere bassa la spesa militare, utilizzando quei soldi per lo stato sociale. L’interesse americano è un po’ meno giustificato. Prima o poi, prevede Menon, gli americani si chiederanno che cosa fa la Nato per la sicurezza degli Stati Uniti ora che la guerra fredda è finita. La Nato non ha risposto alle richieste d’aiuto sull’Iraq, se non in modo simbolico. Anche l’impegno in Afghanistan non è un modello possibile per una futura nuova curvatura dell’Alleanza. La missione Isaf in Afghanistan non è una missione esclusiva della Nato ed è stata autorizzata dalle Nazioni Unite, senza la cui legittimazione non ci sarebbe stato il consenso dei paesi Nato all’intervento. Nel caso precedente del Kosovo, in mancanza dell’egida Onu, la forza militare era comunque americana e le decisioni sono state tutte prese a Washington. L’idea che la Nato possa trasformarsi, come sta provando a fare adesso, nell’istituzione militare che attraverso le operazioni di peacekeeping si curi di ripulire i cocci dopo gli interventi militari americani, comunque non piace agli europei e, in ogni caso, è una motivazione pallida rispetto alle grandi ragioni strategiche di un’alleanza militare permanente che si giustifica solo con la necessità di difendersi da una potenza nemica aggressiva e minacciosa. Gli Stati Uniti in futuro potrebbero avere necessità di inviare truppe all’estero, per rispondere a un attacco subito, dopo un’autorizzazione Onu o, in mancanza, con coalizioni internazionali ad hoc. Senza la presenza dei propri contingenti in Europa e nel sudest asiatico, l’invio delle truppe sarà certamente più difficile ma, secondo Menon, la fine delle alleanze militari non è sinonimo di fine dell’accesso ai porti, agli aeroporti e alle infrastrutture dei paesi amici. L’America, insomma, non deve soltanto sciogliere i patti militari, ma anche siglare accordi flessibili con gli ex paesi Nato e con tutti quelli con cui condivide interessi comuni. Agli albori della Nato, i leader americani assicurarono ai concittadini che la presenza di truppe statunitensi in Europa era una misura necessaria vista la minaccia sovietica, ma anche temporanea. A un certo punto, dicevano i politici americani, gli europei dovranno, e vorranno, sviluppare una propria forza militare in modo da ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. Non è successo ma, secondo Menon, l’ora è arrivata da molto tempo. Questo non vuol dire che americani ed europei e giapponesi e sudcoreani diventeranno antagonisti, piuttosto continueranno a condividere valori e interessi, a cominciare dalla democrazia e dalla libertà, ma avranno bisogno di “una nuova partnership fondata sulla diplomazia, sull’immaginazione e sulla saggezza – semplicemente non hanno più bisogno di un patto militare”.

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