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Sorpresa: a Bill Clinton piace la politica estera di Bush

New York. Sorpresa. Bill Clinton elogia la politica estera di George W. Bush. L’ex presidente democratico ha appena scritto un nuovo libro, in uscita nelle librerie statunitensi il 4 settembre, dal titolo “Giving: How Each of Us Can Change the World” (“Donare, come ciascuno di noi può cambiare il mondo”). Clinton ripercorre l’esperienza filantropica di questi anni in giro per il mondo, spesso condotta insieme con Bush senior, e racconta le storie di uomini e donne, famosi o meno, che alle cause giuste hanno donato non soltanto soldi, ma anche tempo, idee e capacità personali. Il modello è quello di “Profili del coraggio”, il libro di piccoli e grandi ritratti con cui John F. Kennedy vinse il Pulitzer prima di candidarsi alla Casa Bianca. Clinton ha anticipato i temi del libro in una lunga intervista al mensile Condé Nast Traveler. La giornalista gli ha chiesto se la paura del terrorismo, alimentata dalle politiche di Bush, non abbia fatto diventare gli Stati Uniti uno “xenofobo” “ghetto intellettuale”. Clinton ha risposto di “no”, anche se ha ammesso che l’Amministrazione ha avuto “una comprensibile tendenza a reagire in modo esagerato dopo l’11 settembre”. In quel clima ci poteva stare, spiega: “Chiedo soltanto al resto del mondo di capirci un po’ di più. Ci sono voluti un paio di anni per recuperare le nostre condotte, ma penso che ora ci siamo”. Qui arriva il primo elogio alle politiche di Bush, secondo Clinton non apprezzate dal resto del mondo: “Ho notato che dopo queste ultime elezioni, l’Amministrazione Bush ha fatto qualcosa che non ha ricevuto molta pubblicità, ma che penso sia molto importante: ha ripreso la cooperazione, anche quella militare, con i paesi dell’America latina con cui l’aveva sospesa, perché questi paesi avevano rifiutato la nostra posizione sulla Corte penale internazionale. Io non sono d’accordo con la decisione di uscire dalla Corte, anche perché i nostri soldati sarebbero stati protetti dalle inchieste politiche”. Clinton ha criticato molte scelte post 11 settembre, ma più la filosofia dietro il ritiro dai trattati di non proliferazione nucleare, da Kyoto e dalla Corte, che la politica irachena (anche perché Clinton era favorevole alla destituzione di Saddam e, da presidente, aveva bombardato Baghdad e firmato la legge che ha fatto diventare il “regime change” la politica ufficiale americana riguardo all’Iraq). “Quattro cose buone” La differenza di approccio agli affari del mondo tra l’Amministrazione Bush e la sua, ha detto Clinton, è che per la prima “gli Stati Uniti agiscono in modo unilaterale ogni volta che possono e coopereranno con gli altri soltanto quando devono”. Prima dell’11 settembre, “quando c’ero io, la gente pensava che avremmo cooperato ogni volta che potevamo e agito da soli quando saremmo stati costretti a farlo”. Questa sottile differenza, per Clinton è importante per l’immagine: “Il presidente Bush potrebbe essere in grado o no di migliorare la posizione dell’America, visto che la gente ha ormai un’idea fissa su di lui, ma se si guarda bene Bush ha fatto tre cose che il mondo ha generalmente approvato”. Clinton si riferisce “alla cooperazione con l’America latina, all’aver concluso un accordo diplomatico con la Corea del nord e all’aver partecipato alla conferenza sul futuro dell’Iraq con gli iraniani e i siriani”. Secondo l’ex presidente, “queste cose significano che nel mondo stiamo cercando di fare meglio”. Clinton aggiunge “una quarta cosa” che Bush sta facendo e a cui il Partito democratico “non ha ancora dato sufficiente sostegno”: il cambiamento del modo in cui l’America distribuisce gli aiuti alimentari ai paesi poveri. Bush vuole sbloccare il divieto di acquistare cibo non prodotto all’interno degli Stati Uniti: “Questa cosa accelererebbe la distribuzione, aumenterebbe la quantità di cibo e aiuterebbe l’agricoltura africana. Io sono a favore”. Clinton cita anche l’impegno bushiano sul Darfur e le iniziative contro l’Aids. Insomma, la politica estera di Bush non gli dispiace affatto.

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