Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Indovina chi viene a cena alla Casa Bianca

New York. C’è qualcosa di irrazionale nel fenomenale, ma reale, entusiasmo dell’America bianca per Barack Obama, il candidato democratico alla presidenza. Il quarantaseienne senatore nero dell’Illinois piace a tutti, alla sinistra, ai centristi, agli indipendenti, ai repubblicani. Le eccezioni sono rare, stanno quasi tutte nel campo degli attoniti clintoniani e delle scettiche comunità afroamericane. I grandi editorialisti ne sono affascinati, non solo i liberal Maureen Dowd e Frank Rich, ma anche i conservatori David Brooks, Bob Kagan, George Will, e da ultimo anche il neo-opinionista del New York Times Bill Kristol, grato anche perché il senatore sta liberando l’America dai Clinton. Andrew Sullivan, addirittura, lo descrive come “il Ronald Reagan dei democratici”, per la sua capacità di trasmettere ottimismo e fiducia nel paese, malgrado le sue idee siano tutt’altro che reaganiane.
Obama è il nuovo messia della politica americana, a prescindere da ciò che vorrebbe fare da presidente. Le sue proposte non interessano, anche perché spesso sono contraddittorie. I neoconservatori lo lodano come se fosse uno di loro (“Obama neocon”, ha titolato un editoriale del Wall Street Journal), per una serie di discorsi di politica estera che non avrebbero stonato sulle pagine di Commentary, eppure Obama è l’unico del gruppo dei favoriti alla Casa Bianca a voler ribaltare la dottrina Bush, a essersi opposto alla guerra in Iraq e a non riconoscere che l’invio di nuove truppe abbia migliorato la situazione sul campo (all’ultimo dibattito televisivo in New Hampshire, Obama ha detto che le tribù sunnite hanno abbandonato la lotta armata e si sono alleate con gli americani grazie alla vittoria dei democratici alle elezioni di metà mandato del 2006). Obama piace per ciò che rappresenta, lui e la sua “famiglia straordinariamente elegante” (copyright di Chris Matthews di Hardball, uno noto per non farne mai passare una ai suoi ospiti), per il messaggio bipartisan di unità e di superamente delle vecchie guerre ideologiche. E’ il nuovo Kennedy, l’unico capace di riportare in vita sia John sia Bob, ma è anche il nuovo Martin Luther King e il nuovo Sam Cooke, grazie a un’arte retorica ispirata alla tecnica della predicazione religiosa e della musica soul. King aveva un sogno, Cooke era certo che il cambiamento sarebbe arrivato, Obama ha una speranza di cambiamento che, da sola, lo fa diventare il politico più vicino alla proiezione cinematografica del mito del presidente degli Stati Uniti. Il suo vago ottimismo, la sua raffinata modernità jazz, la sua posa languida – ha scritto la solitamente perfida Maureen Dowd che fino a pochi giorni fa lo chiamava “Obambi” – hanno infiammato non solo i democratici che da anni sono alla ricerca di qualcuno di cui potersi innamorare, ma anche tutto il paese perché finalmente l’America ha a portata di mano la realizzazione del “sogno di un presidente figo, intelligente, elegante, ragionevole, acculturato, saggio e modesto” come quello interpretato da Martin Sheen nella serie televisiva The West Wing.
La vittoria di Barack Obama in Iowa e i formidabili sondaggi in New Hampshire, entrambi stati con oltre il 90 per cento di popolazione bianca, non hanno soltanto destabilizzato la campagna elettorale di Hillary Clinton, ora flagellata dall’aura dell’inevitabilità di una sconfitta, ma hanno anche fugato il dubbio che l’America bianca non avrebbe mai votato per un candidato nero. Questo dato, in teoria, dovrebbe convincere la scettica comunità afroamericana sulle possibilità di Obama di diventare il primo presidente nero, ma un interessantissimo libro, “A Bound man”, scritto dall’intellettuale afroamericano Shelby Steele sostiene il contrario.
La candidatura di Obama ha fin dall’inizio destato dubbi nella comunità nera d’America. “Non è nero nel modo tradizionale”, ha scritto un anno fa il saggista del New York Times Scott L. Malcomson. L’idea è che la sua radice etnica, per metà del midwest e per metà africana, sia estranea alla dolorosa era della schiavitù dei neri d’America. Obama, ai loro occhi, è colpevole di non aver mai vissuto la stagione repressiva della segregazione e di non essersi formato nella dura battaglia per i diritti civili. Figlio di un africano del Kenya e di una donna bianca del Kansas, Obama è cresciuto senza il padre, prima in Indonesia con la madre, poi alle Hawaii con i nonni bianchi, frequentando le migliori scuole e, poi, addirittura Harvard.
L’editorialista del Daily News, Stanley Crouch, storico esponente della comunità nera d’America ha scritto che “Obama non è nero come me”. Il columnist nero del New York Times, Bob Herbert, aveva consigliato al senatore di non candidarsi, sospettando che dietro questa gran voglia di Obama si nasconda un’oscura manovra dei repubblicani per avere a novembre un candidato facile da battere. Ipotesi confermata da chi già adesso prevede che la sua possibile vittoria alle primarie democratiche convincerà il sindaco di New York Michael Bloomberg a scendere in campo come candidato indipendente.
Il reverendo Jesse Jackson, il leader politico della comunità afroamericana, ha rifiutato di sostenere la candidatura di Obama. L’altro reverendo in politica, Al Sharpton, lascia intendere che preferisce Clinton. Harry Belafonte non è convinto. I due principali letterati afroamericani, Maya Angelou e Toni Morrison, non hanno finanziato la sua campagna. Nemmeno Spike Lee o Denzel Washington o Quincy Jones o il fondatore dell’etichetta discografica Motown Berry Gordy o il presidente del network Bet dedicato alla cultura afroamericana, Robert L. Johnson. I rapper Sean “Diddy” Combs e Shawn “Jay Z” Carter non hanno versato un dollaro, così come la cantante Beyonce Knowles. Obama ha il sostegno di Oprah Winfrey, di Eddie Murphy, di Chris Rock e di Will Smith, tutti appartenenti alla categoria dei neri che piacciono ai bianchi, ma per esempio non di Chris Gardner, l’ex povero diventato miliardario che Will Smith ha interpretato nel film diretto da Gabriele Muccino “La ricerca della felicità”.
L’affascinante libro di Steele offre una spiegazione psicologica, sociale e culturale del fenomeno Obama e dello scetticismo degli afroamericani nei suoi confronti. Il sottotitolo di “A Bound Man” è “perché siamo entusiasti di Obama e perché non può vincere”. Steele rifiuta l’idea che Obama non sia sufficientemente nero. Steele sa di cosa parla perché, come Obama, è figlio di una donna bianca e di un padre nero.
Come tutti i neri consapevoli della propria identità, racconta Steele, Obama ha dovuto indossare una maschera per affrontare la società mainstream americana. Le maschere sono tradizionalmente due, entrambe efficaci nello sfruttare la “white guilty”, l’atavico senso di colpa della segregazione razziale che pesa sull’America bianca. La prima e più diffusa maschera è quella ribalda e aggressiva di chi sfrutta il senso di colpa rinfacciando all’America di essere ancora oggi razzista, la seconda è quella di chi sceglie di non sfruttare le colpe razziste del passato, a patto di non essere più discriminato. L’America rispetta la prima maschera, anche se non la ama, anzi la teme, mentre adora nel modo più profondo la seconda che le garantisce l’innocenza e l’autorità morale di cui ha bisogno in cambio della sua generosità e della sua buona volontà a superare il passato.
Obama non accusa i bianchi di essere razzisti. Come lui, in passato, ci sono stati il musicista Duke Ellington, l’attore comico Bill Cosby, il protagonista di “Indovina chi viene a cena” Sidney Poitier e, oggi, Oprah Winfrey, Tiger Woods, Michael Jordan. Non che siano venduti o nuovi zii Tom, quella – spiega Steele – è soltanto la loro maschera.
Steele è un conservatore, un rispettato studioso di questioni razziali e analista alla Hoover Institution di Stanford. Il suo libro spiega come, dietro l’immagine obamiana di uomo e di politico capace di sanare una volta per tutte la ferita razzista dell’America, si nasconda in realtà un’anima complicata, divisa e contraddittoria. Il paradosso di Obama è quello di un politico con l’immagine di uno capace di superare la questione razziale e quella di un uomo che la vive al suo interno in modo profondo e doloroso. Molti, spiega Steele, credono che le radici miste e la vita stessa di Obama abbiano fatto crescere un uomo nuovo, indifferente alla razza e all’identità, “ma Barack Obama non è una persona di questo tipo”. La sua biografia, “Sogni di mio padre”, racconta la storia di un ragazzo determinato a voler essere nero, come se l’essere nero fosse una conquista, non un diritto di nascita. “Questo suo bisogno – scrive Steele – lo ha messo in contraddizione con se stesso” e spiega perché Obama al di là di grandi e ispirati discorsi ideali non riesca a entusiasmare quando è costretto a spiegare che cosa vuole fare da presidente.
L’idea della candidatura di Obama, della sua plausibilità come pretendente alla Casa Bianca, si basa in buona parte sulla percezione che Obama non sia guidato dall’essere nero, che sia solo leggermente legato alla sua razza, “ma l’intero arco della sua vita – scrive Steele – è stato ampiamente influenzato da una consapevole decisione di appartenere in modo inconfutabile all’identità nera”. L’adolescenza di Obama è stata una costante ricerca del padre che non ha mai avuto, certamente un archetipo comune e anche letterario, ma quando Obama si è accorto che il padre che aveva idealizzato era soltanto un’illusione, si è rifugiato nell’identità nera come fosse un surrogato della figura paterna. Da qui l’impegno nella comunità nera della South Side di Chicago, malgrado non fosse casa sua, il patrocinio legale in difesa dei diritti civili invece che un ufficio a Wall Street e la frequentazione, ancora oggi, di una delle chiese più radicali d’America, la Trinity United Church of Christ di Chicago.
Obama è Obama, scrive Steele, grazie allo straordinario modello di valori della famiglia del midwest con cui è stato cresciuto. Obama lo sa, ma tolta la maschera del “negro iconico”, la sua appartenenza all’ideologia nera non gli permette di riconoscerlo, perché non perderebbe soltanto i voti degli afroamericani, ma anche la sua identità.
    Christian Rocca

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