Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Obama mia, Obama mia

New York. Comunque andranno a finire, queste elezioni saranno ricordate come quelle di Barack Obama, il quarantaseienne senatore nero del Partito democratico in lizza per la Casa Bianca. Non c’è soltanto che ha prima vinto i caucus in Iowa, uno stato al 98 per cento bianco, e poi travolto la potente macchina dei Clinton alle primarie della Carolina del sud, uno stato al 50 per cento nero. C’è che la corsa di Obama è già andata oltre la stretta contingenza della candidatura alla presidenza, cosa peraltro ancora ben lontana dall’essere acquisita (qualcosa di più si saprà il 5 febbraio, quando voteranno i grandi stati americani).
L’America, però, sta vivendo a pieno regime il fenomeno Obama ed è percorsa da uno straordinario entusiasmo che non conosce confini partitici e ideologici, solo clintoniani. C’è chi descrive il senatore dell’Illinois come il nuovo Kennedy, a scelta John o Bob, chi come il nuovo Reagan. Per tutti è il nuovo messia di Washington, una rock star prestata alla politica, un salvatore della patria capace, come ripete lui stesso a ogni comizio, di poter “guarire il paese” e tirarlo fuori dalle trincee delle battaglie culturali degli anni Sessanta e da quelle partitiche dei Novanta. I democratici hanno finalmente trovato un candidato di cui innamorarsi, gli indipendenti pensano di aver realizzato un sogno, i repubblicani sono disposti a perdonargli la consolidata ortodossia liberal nei contenuti e si stanno convincendo, nelle loro primarie, a scegliere il conservatore più simile a Obama, cioè John McCain.
Ma il fenomeno Obama non sta nelle sue proposte politiche, nella sua opposizione alla guerra in Iraq, nelle sue ricette economiche. Non è questo che entra nelle viscere e nella pancia degli elettori o spiega l’obamamania. Quella, semmai, è la sua debolezza. La forza di Obama è il suo messaggio di cambiamento, speranza e unità, reso credibile dalla sua storia personale di figlio di una donna bianca del Kansas e di uno studente nero del Kenya. Sebbene sia cresciuto al riparo dei valori della famiglia del midwest bianco, Obama è uno che ce l’ha fatta a superare le barriere razziali, a diventare un leader ad Harvard e a rifiutare lavori remunerativi a Wall Street per difendere da avvocato e da volontario i diritti civili dei neri nei ghetti di Chicago. Obama, a differenza dei tradizionali leader afroamericani, non rinfaccia all’America bianca le colpe della segregazione nera, ma è attento a sfruttare con grazia l’inconsapevole “white guilty” di quell’America anglosassone che non vede l’ora di riconquistare l’innocenza e l’autorità morale compromesse dal suo passato razzista. L’arma di Obama è la sua retorica ispirata alla fede e all’ottimismo, le due più grandi tradizioni politiche americane, che pesca a piene mani dall’arte della predicazione religiosa e dai gospel delle chiese afroamericane (anche se il suo speechwriter, Jon Favreau, è un ventiseienne bianco del Massachusetts che legge Bob Kennedy, JFK e Martin Luther King prima di scrivergli i discorsi). L’editorialista del New York Times Maureen Dowd ha detto che l’America sente di avere a portata di mano la realizzazione del “sogno di un presidente figo, intelligente, elegante, ragionevole, acculturato, saggio e modesto”, come quelli che si vedono nei film o nelle foto ingiallite di JFK. Caroline, Ted e Patrick Kennedy, la figlia, il fratello e il nipote del leggendario presidente stanno dalla sua parte proprio perché annusano in lui aria di famiglia ed è notizia di ieri che il premio Nobel per la letteratura Toni Morrison, nota per aver definito Bill Clinton “il primo presidente nero”, abbia deciso di abbandonare l’ex first family per sostenere Obama.
(segue dalla prima pagina)  L’entusiasmo nei confronti di Obama è contagioso e difficilmente subirà contraccolpi alla notizia dell’arresto, ieri mattina, di Tony Rezko, un costruttore di Chicago che è stato prima suo cliente e poi amico e finanziatore e dispensatore di favori immobiliari. I Clinton proveranno a riutilizzare questa carta, come ha già fatto Hillary all’ultimo dibattito tv, sebbene quando si tratta di favori immobiliari per i Clinton è come parlare di corda in casa dell’impiccato. Il loro appeal è diminuito, la crisi di rigetto evidente e le triangolazioni centriste non elettrizzano più. La carica idealista di Obama è un fattore più ammaliante dell’esperienza e della nostalgia che possono offrire Hillary e Bill. L’idea di giocare la carta razziale, suggerendo sotto voce che un nero non potrà mai vincere le elezioni, è sembrata subito disperata, oltre che cinica di cattivo gusto.
I grandi opinionisti liberal, con l’eccezione di Paul Krugman, sono quasi tutti schierati con lui ed evitano di chiedergli spiegazioni sul suo pericoloso rapporto con Jeremiah Wright, il predicatore radicale che legge la Bibbia come un’analisi sociologica del degrado della vita nei ghetti di Chicago causato dal razzismo dell’America bianca. Il reverendo Wright è l’ideologo del black power che l’ha convertito, battezzato, sposato e poi anche guidato e ispirato nella sua avventura politica (“L’audacia della speranza” che dà il titolo al libro di Obama è tratto dal titolo di un sermone del reverendo). Wright rischia di offuscare l’immagine obamiana di politico capace di sanare la ferita razzista dell’America. Molti credono che le radici miste di Obama abbiano fatto crescere un uomo nuovo, indifferente alla razza e all’identità. Eppure la scelta di aderire a una chiesa così radicale forse nasconde l’anima complicata, divisa e contraddittoria di un uomo che vive al suo interno in modo profondo e doloroso quella stessa idea di superamento della questione razziale che lo rende così irresistibile.
Gli editorialisti conservatori ne scrivono altrettanto bene, un po’ perché sono affascinati, un po’ perché Obama li sta liberando dai Clinton. L’ex capo del centro studi della Casa Bianca, Peter Wehner, l’uomo che gli ha costruito la cornice intellettuale della sua presidenza, non fa che ripetere quanto siano eccezionali i discorsi di Obama e quanto facciano capire perché il senatore, grazie alla capacità di suscitare emozioni vere, sia “uno dei più considerevoli talenti politici della nostra vita”. Wehner crede che “le debolezze di Obama siano le sue posizioni ampiamente e convenzionalmente di sinistra”, ricorda che “la politica è fatta di idee e filosofia, non solo di retorica”, ma è convinto che, “anche la retorica è importante, come hanno dimostrato tutti i grandi presidenti”. Hillary e Obama sono entrambi progressisti, “ma la differenza è che Obama è una persona aggraziata e dignitosa che attrae le persone invece che allontanarle. E’ impossibile che non piaccia”. Ai conservatori piace l’approccio etico e religioso di Obama, le sue ricorrenti citazioni bibliche e i suoi continui inviti a superare i limiti di una società, di una cultura e di una politica cinica, frivola ed egoista.
Un anno fa Obama ha lanciato la sua candidatura a Springfield, nel luogo dove nel 1858 il repubblicano Abramo Lincoln aveva pronunciato uno dei suoi più famosi discorsi contro la schiavitù, ma è stato il suo intervento alla convention democratica di Boston, nel 2004, ad averlo lanciato. Obama era un senatore locale, candidato al Senato di Washington. Quattro anni prima, alla convention di Los Angeles che incoronò Al Gore, non lo avevano nemmeno fatto entrare ed è stato costretto a tornare a casa. Il discorso di Boston è lo stesso che in questi anni ha ripetuto centinaia di volte, ottimista, speranzoso e kennedyano. John Kennedy è stato eletto a 43 anni, tre in meno di quanti ne ha oggi Obama, ma – sostengono i suoi critici – a differenza di Obama, Kennedy aveva combattuto la seconda guerra mondiale ed era da 14 anni al Congresso. (chr.ro)

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