Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Il cowboy Obama

New York. La politica estera di Barack Obama non è diversa da quella di George W. Bush e Dick Cheney, malgrado venerdì il senatore nero dell’Illinois abbia ricevuto l’appoggio del gruppo radical pacifista MoveOn.org. A sostenere questa tesi continuista della politica estera americana è un noto e rispettato intellettuale progressista e di sinistra come David Rieff, saggista di successo, analista politico e figlio di Susan Sontag alla cui memoria di recente ha dedicato “Swimming in a Sea of Death: A Son’s Memoir”.
E’ vero, sostiene Rieff, che conservatori e progressisti americani sono impegnati in una specie di “guerra civile ideologica”, ma la battaglia culturale in realtà è centrata esclusivamente sulle questioni etiche e di politica interna, come l’aborto e l’immigrazione: “Difficilmente si può dire la stessa cosa a proposito del dibattito di politica estera”. Secondo Rieff, la cosa di rilievo è che “sulla politica estera i democratici e i repubblicani concordano quasi su tutto”. Destra e sinistra, spiega Rieff in un saggio sull’ultimo numero della rinnovata rivista World Affairs, condividono l’idea che la democrazia anglo-americana sia un esperimento senza precedenti nella storia e che l’America sia l’ultima e più grande speranza per l’umanità. A questo pensiero unico si oppongono eccezioni minoritarie radicali di sinistra e di destra, secondo cui la potenza americana invece è sempre e comunque il male assoluto (Noam Chomsky) oppure un bene da non estendere fuori dai confini nazionali (Pat Buchanan). “Ma da Barack Obama a Richard Cheney il ragionamento condiviso è che il mondo abbia bisogno della leadership americana e che gli Stati Uniti abbiano un ruolo speciale da giocare nello scenario internazionale”.
La mistica dell’eccezionalismo americano e la fede messianica nel diritto di ingerenza e anzi nel dovere di Washington di raddrizzare i torti del mondo è comune ai due partiti e, tra i liberal, è particolarmente presente nella retorica di Barack Obama. Il fatto che Obama sia stato contrario alla guerra in Iraq, sebbene al momento del voto non fosse senatore, secondo Rieff fa perdere di vista che sia lui sia Hillary Clinton accettano, come i conservatori, “la premessa della virtù intrinseca del potere americano”. Rieff ha analizzato il discorso di Obama sulla politica estera dal titolo “The American Moment” che il senatore ha pronunciato al Chicago Council on Global Affairs per spiegare agli americani la sua visione degli affari internazionali.
In quell’occasione Obama non ha risparmiato critiche sull’Iraq e oltre, “ma il discorso rivela che, a parte la retorica e i dettagli diversi, Obama è impegnato al cento per cento a consolidare l’egemonia americana nel mondo, esattamente come il presidente Bush e il suo vice Cheney”. La stessa cosa aveva scritto sul Washington Post Bob Kagan, il teorico neoconservatore che è uno degli architetti ideologici della visione strategica della Casa Bianca dopo l’undici settembre.
Le parole di Obama sono inequivocabili: “Il momento americano non è passato. Respingo quei cinici che dicono che questo nuovo secolo non possa essere un altro in cui, con le parole di Franklin Roosevelt, guideremo il mondo nella battaglia contro il male e nella promozione del bene. Io credo ancora che l’America sia l’ultima e migliore speranza sulla terra”. Commenta Rieff: “La sua spiegazione della missione speciale dell’America nel mondo avrebbe potuto essere scritta dallo speech writer di Bush, Michael Gerson. Il discorso di Obama echeggia l’altamente wilsoniano discorso di inaugurazione del secondo mandato di Bush – una miscela di linguaggio religioso e di diritti umani che, come ha riconosciuto William Schultz di Amnesty International, sarebbe stato accolto in modo entusiastico dalla sinistra se fosse stato pronunciato da chiunque non si chiamasse George W. Bush”.
Simili alla dottrina Bush anche le parole sull’uso della forza: “Nessun presidente deve mai esitare a usare la forza, unilateralmente se è necessario, per proteggere noi stessi e i nostri interessi vitali quando siamo attaccati o minacciati di essere attaccati”. La questione irachena, aggiunge Rieff, è fuorviante perché se la guerra fosse andata bene il mondo liberal sarebbe ancora favorevole: “La ragione non è la malafede né un’ipocrisia straordinaria dei democratici, piuttosto il consenso sul ruolo degli Stati Uniti nel mondo di gran parte della destra e della sinistra liberal. E, inoltre, il fatto che questa visione abbia le basi, anzi crollerebbe rovinosamente se non ci fossero, nella teologia dell’eccezionalismo americano”. Archiviata l’era Bush, avverte Rieff, se alla Casa Bianca arrivasse Obama la “missione globale” americana non svanirebbe e la sinistra si renderebbe finalmente conto della continuità tra Bill Clinton e Bush e, ancora di più, “tra una nuova Amministrazione democratica e l’attuale inquilino di 1600 Pennsylvania Avenue”.
    Christian Rocca

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