Camillo - Il blog di Christian Rocca

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La deriva liberista di Bill Clinton

Uno dei più diffusi luoghi comuni, di qua e di là dell’Atlantico, è quello secondo cui la crisi finanziaria di questi giorni sia da attribuire alle politiche liberiste della destra repubblicana e conservatrice, ideologicamente e cocciutamente incapace di controllare e regolamentare le attività delle banche, dei mercati e dei capitali. E’ una cosa che si legge negli editoriali a sopracciglia alzate di tutto il mondo e che si ripete con una punta di mondanità nei salotti. Ma è falsa. Se ne fa portavoce Barack Obama, sapendo che non è affatto vera, ma se ne serve con il cinismo necessario a sfruttare una straordinaria opportunità elettorale che ha la stessa consistenza del vecchio adagio “piove, governo ladro”. Lo dice anche Walter Veltroni, anche se nel suo caso non si capisce bene per quale motivo (speriamo non per antichi pregiudizi ideologici e un po’ retrò).
E’ vero che l’Amministrazione Bush, così come il Congresso guidato dal Partito democratico, non ha agito in tempo e in modo efficace per evitare la crisi finanziaria, ma la deregolamentazione del mercato bancario e la concessione facile dei mutui è cominciata perlomeno nel 1999, su precisa indicazione della Casa Bianca. E a quel tempo il presidente era Bill Clinton, il predecessore di Obama nei cuori della sinistra americana e italiana.
C’è tutta una spiegazione tecnica, pubblicata sul Wall Street Journal, per cui la causa della crisi non è nell’era di liberismo sfrenato degli scorsi decenni (un’ipotesi “ridicola” scrivono anche i lettori del Wsj in replica a un intervento di qualche giorno fa della chicchissima direttrice di The Nation, Katrina vanden Heuvel). Al contrario, spiegano i liberisti, ad aver permesso il caos è l’eccessiva e crescente regolamentazione pubblica del settore bancario e la dimostrazione è che gli hedge fund, per niente controllati, non sono affatto in crisi.
Ma al di là di queste battaglie ideologiche, resta il fatto incontrovertibile che la legge liberista sulle banche di cui parlano Obama e Veltroni e che va forte nei salotti è stata firmata da Clinton, non da Bush. Ed è lo stesso Clinton a spiegare candidamente che quella legge la rifirmerebbe ancora oggi, non soltanto perché non è vero che abbia completamente deregolamentato il settore, ma soprattutto perché “non ha niente a che fare con la crisi di questi giorni”.
La legge che ha deregolamentato il mercato del credito non è stato un colpo di testa di Clinton, magari pressato dall’allora maggioranza repubblicana al Congresso: “Non posso accusare i repubblicani – ha detto lo stesso Clinton a Business Week – Non è stata una cosa su cui hanno forzato la mia mano, credevo davvero possibile… che ci avrebbe dato una fonte stabile di investimenti a lungo termine”. Al Senato, per dire, la legge che secondo Obama e Veltroni ha creato il disastro attuale è passata con 90 voti contro 8, e tra i favorevoli c’era tutto il gotha del Partito democratico, compresi John Kerry e John Edwards, il ticket del 2004 contro Bush e Cheney, ma anche il candidato vicepresidente di Barack Obama, Joe Biden.
Sempre Bill Clinton, subito ripreso dalla campagna McCain in uno spot, ha detto in televisione che semmai c’è una responsabilità dei democratici, del partito di Obama, “nell’aver fatto resistenza agli sforzi dei repubblicani, o miei quando ero presidente, per mettere qualche paletto e tenere a freno Fannie Mae e Freddie Mac”.
Il New York Times, nel 1999 scriveva che i giganti dei prestiti Fannie Mae e Freddie Mac, acquisiti dal governo nei giorni scorsi, avevano cominciato a facilitare la concessione dei mutui per aumentare il numero di proprietari di case tra le minoranze e i poveri: “Fannie Mae, il più grande sottoscrittore di mutui del paese, ha subito una crescente pressione dall’Amministrazione Clinton per espandere i prestiti e i mutui tra la gente a reddito basso o medio”. E quando, nel 2003, il capo degli economisti della Casa Bianca di Bush, Greg Mankiw, ha accusato i giganti dei mutui di crescere in modo smisurato e fittizio, “favorendo i compensi dei suoi amministratori” e creando “una situazione rischiosa per il nostro sistema finanziario”, sono stati in particolare i liberal a sostenere che non c’era nessun problema.
La Casa Bianca di Bush, nel settembre 2003, aveva addirittura chiesto al Congresso di avviare una grande riforma dell’industria finanziaria legata alle abitazioni con l’obiettivo di mettere Fannie Mae e Freddie Mac sotto la supervisione di una nuova agenzia federale controllata dal Tesoro. “Queste due istituzioni – disse allora al New York Times il gran capo della commissione Servizi finanziari della Camera, Barney Frank – non stanno affrontando nessun tipo di crisi finanziaria”. Obama lo sa, ora anche Veltroni.
    Christian Rocca

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