Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Harvard batte Yale 29 a 29

"Harvard batte Yale 29 a 29”, è il titolo di un fantastico documentario di Kevin Rafferty appena uscito in America, ma anche di un saggio dello stesso autore che sarà in libreria nel 2009. Il film e il libro raccontano una formidabile storia di sport. Football americano. Ivy League. Succede quarant’anni fa, nel Sessantotto. A Cambridge, Massachusetts. Stadio di Harvard, il 23 novembre. Sul campo ci sono le squadre delle due università più prestigiose d’America, Harvard e Yale. Negli annali questa è diventata “La Partita”, maiuscole comprese. Harvard è in pieno tormento anti Vietnam. Yale è più conservatrice, non ha esperienze di proteste pacifiste e non ammette ancora le donne. Ad Harvard c’è Al Gore. A Yale George W. Bush.
La rivalità accademica è storica. Quella sportiva ancora di più. Dal 1875, le due università si sfidano sul campo da football nell’ultima partita della stagione, un anno a casa dell’una, l’anno dopo dell’altra. Quel 23 novembre si gioca ad Harvard. Le due squadre arrivano imbattute alla Partita, una cosa mai successa dal 1909. Harvard ha una gran difesa e poco talento. Yale ha un semidio come quarterback, quel Brian Dowling che danza come una gazzella e lancia come un cecchino. Uno che nella sua vita non ha mai perso una partita, fin dai tempi delle scuole medie. Il vignettista Garry Trudeau, suo compagno di corso, era invidioso e sbalordito del successo di Dowling. E sul quel semidio che a Yale tutti chiamavano “God”, disegnato con la maglia numero dieci e l’elmetto regolamentare, Trudeau ha creato il personaggio di B.D. nella leggendaria striscia di Doonesbury. Sul campo, accanto a Dowling, c’era anche Calvin Hill, l’anno successivo prima scelta dei Dallas Cowboys e futura star professionistica del football. La squadra di Yale era imbattibile.
Harvard era una squadra più operaia, con tanti cognomi italiani ed ebraici, completamente coinvolti nel clima sessantottino al punto da essere convinti che fosse giusto fare a meno dell’allenatore e autogestirsi. Erano tutti pacifisti militanti, con l’eccezione di uno che era stato volontario per un anno in Vietnam e che non accettava che i suoi compagni di squadra scaricassero la loro protesta sui commilitoni impegnati in Indocina. In squadra c’era anche Tommy Lee Jones, oggi uno degli attori più riveriti di Hollywood, allora compagno di stanza di Al Gore. Tommy Lee Jones e Al Gore si divertivano a cucinare il tacchino di Thanksgiving nel camino del dormitorio. Gore era diventato un asso a suonare melodie dixie con i tasti dei nuovi e tecnologici telefoni a tastiera, che avevano appena sostituito quelli a disco. Nella squadra di Yale c’erano il compagno di stanza di Bush e il fidanzato di una timidissima Meryl Streep.
La Partita comincia come era giusto che cominciasse e come tutti erano convinti che finisse. Dowling finta e si smarca con grazia e recapita la palla nelle mani dei suoi compagni. Meta, poi un’altra. Un’altra ancora. Yale va avanti 22 a 0. In scioltezza. Harvard perde i pezzi. Il suo capitano Vic Gatto si infortuna, ed esce. L’allenatore, poi, sostituisce l’appannato quarterback e lancia il giovane e inesperto Frank Champi, uno che aveva cominciato la stagione da terza riserva e che durante l’anno non aveva praticamente mai visto il campo.  Champi era terrorizzato. Dava ordini ai compagni con la bocca impastata dall’emozione. Nessuno capiva che cosa volesse dire. Eppure, a pochi secondi dall’intervallo, il ragazzetto riesce ad azzeccare un passaggio. Harvard segna la prima meta. 22 a 6. Dopo la pausa rientra il quarterback titolare, ma non riesce a fare un passaggio decente. Harvard guadagna solo un punticino. In campo ritorna Champi. Dopo un recupero di un compagno, fa un altro lancio formidabile e Harvard passa a 13 punti. Poco male. Yale riprende a giocare come sa e Dowling fa un’altra meta: 29 a 13. Mancano dieci minuti. E’ cosa fatta. I tifosi di Yale cominciano a cantare: “Noi siamo i numeri uno”. A tre minuti dalla fine Dowling, sempre imprendibile, fa un altro passaggio pazzesco, ma il suo compagno anziché correre lungo il corridoio che lo avrebbe certamente portato in meta, inciampa e cade. La palla è di Harvard. Sedici punti sotto, tre minuti da giocare. I tifosi di Yale sono sempre più sicuri, sventolano i fazzoletti bianchi. Cominciano a sfottere: “Voi siete i numeri due”. Harvard, grazie alle buone giocate di Champi, guadagna terreno, ma non punti. Il tempo scorre. Il braccio di Champi non si stanca. Lancio, corsa, meta. Yale 29, Harvard 19, con 42 secondi al termine della Partita. Altro colpo di genio di Champi, dopo una segnalazione fin troppo favorevole dell’arbitro. Altri due punti, per la trasformazione. 29 a 21.E’ un recupero eccezionale, ma Yale non ha paura. Ora la palla va alla loro difesa e poi toccherà a Dowling gestire il tempo e il vantaggio. Quaranta secondi passano in un istante. Otto punti sono un’enormità. Senonché uno di Yale inciampa e perde la palla. In attacco ci vanno di nuovo le maglie amaranto di Harvard. L’impresa è possibile, anche se ancora altamente improbabile. Harvard tenta una volta, due, sembra pronta a desistere, ma un difensore di Yale commette un fallo di gioco. L’azione viene spostata più avanti. Le probabilità aumentano. Il pubblico è impazzito, sta ai bordi del campo. Giocatori e tifosi di Yale sono più infastiditi che nervosi, ma sanno che vinceranno la partita. Recuperare in un solo colpo otto punti in 32 secondi non è uno scherzo. Al terzo tentativo, però, Champi riesce a fare un buon lancio e a superare le regolamentari dieci yard. Ora l’azione s’è spostata avanti, è a un passo dalla meta di Yale. Ma mancano soli 14 secondi e i punti di svantaggio sono sempre otto. Champi prova a fare il colpo del secolo. Scatta, tergiversa, scarta un avversario, poi un altro, è pronto a lanciare, ma viene atterrato. Ha ancora un’ultima, disperata possibilità, anche se da posizione più arretrata rispetto a prima. E mancano solo tre secondi. Yale è sempre avanti di otto punti: 29 a 21.
L’allenatore di Harvard, nella disperazione, fa rientrare il capitano Gatto, vistosamente fasciato in più punti del corpo. La palla è a Champi. Finta, corsa, finta, ancora un’altra finta, tre, due, un secondo alla fine. Lancio in extremis. La palla arriva a Gatto. Meta. 29 a 27. Il cronometro segnala che il tempo è scaduto, la partita è finita. I fan di Harvard invadono il campo, ma la loro squadra è ancora sotto di due. C’è solo il tempo per la trasformazione post meta. Un punto se si lancia con i piedi in mezzo ai pali. Due se si riesce, in una sola mossa, a fare un altro touchdown da posizione ravvicinata. Harvard, sotto di due, tenta di fare i punti del pareggio. Yale capisce di essere finita in un film e non si capacita. Champi riceve la palla, va sulla destra, si ferma, guarda a sinistra e lancia con destrezza a un compagno che entra in area e realizza la meta dell’incredibile pareggio. L’indomani il giornale locale, l’Harvard Crimson, titola: “Harvard batte Yale 29 a 29”.
    Christian Rocca

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