Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Tax and the City

Barack Obama ha vinto le elezioni promettendo di ridurre le tasse al 95 per cento degli americani, sottraendo alla destra conservatrice il principale argomento di campagna elettorale degli ultimi trent’anni. Una volta vinte le elezioni, il presidente eletto ha fatto ancora di più: ha lasciato intendere che, al contrario di quanto aveva promesso per andare incontro alle richieste populiste dell’ala sinistra del mondo liberal, non cancellerà le riduzioni fiscali per gli americani più ricchi (quelli che guadagnano più di 250 mila dollari l’anno) volute da Bush, approvate dal Congresso alcuni anni fa e destinate a scadere alla fine del 2010. In tempi di recessione, non si possono aumentare le tasse. Obama, insomma, ha lo stesso vituperato piano fiscale di Bush (e di McCain), almeno riguardo alle famiglie e agli individui.
C’è qualcosa che non torna, però. Il governo federale, nel frattempo, ha abbandonato i principi del libero mercato per fare fronte alla crisi finanziaria di Wall Street e dei mutui. Tra una cosa e l’altra l’impegno di soldi pubblici messi a disposizione dal Congresso, dalla Fed, dal Tesoro e da numerose agenzie federali è di quasi novemila miliardi di dollari (sì, novemila miliardi di dollari). Per fare un paragone, il leggendario New Deal di Roosevelt, lanciato per superare la Grande depressione degli anni Trenta, è costato 32 milioni di dollari, circa 500 in soldi attuali. E se al New Deal si aggiunge la spesa per il Piano Marshall, l’acquisto di metà degli attuali Stati Uniti dalla Francia, l’investimento per andare sulla luna, la ricerca Nasa, gli interventi per altre crisi economiche precedenti e le guerre in Corea, in Vietnam e in Iraq, in totale Washington ha usato 4 mila miliardi di dollari. Ovvero, meno della metà di quanto è stato impegnato oggi. A questo ci sono da aggiungere i programmi sociali di Obama, a cominciare da una riforma sanitaria che copra la totalità degli americani. E il grande progetto di rinnovamento delle infrastrutture – strade, ponti, scuole, cablaggi – che è alla base del programma di rilancio del prossimo presidente. Infine, Obama ha promesso di aiutare gli stati in difficoltà di bilancio, oltre all’industria automobilistica di Detroit. Il problema sarà trovare i soldi per pagare tutto ciò. Il timore è che la conseguenza del gigantesco intervento pubblico sia quella escogitata ieri dal governatore dello stato di New York: nessun aumento delle tasse sui redditi, ma una sostanziale crescita di tariffe e balzelli sulla Coca Cola, sulla musica per l’iPod, sui canali tv via cavo e via satellite, sulla birra, sul vino, sul whiskey, sui sigari, sui cinema, sui taxi, sugli autobus, sulle partite, sulla benzina, sulle rette universitarie, sulle assicurazioni, sui vestiti, sulle scarpe, sulle auto.

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