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Bush è il presidente peggiore degli ultimi 50 anni o ha salvato l’occidente?

Al “Symphony Space” dell’Upper West Side di New York, nel cuore liberal di Manhattan, si è tenuto un gran dibattito sulla presidenza di George W. Bush, sull’eredità di questi otto lunghissimi anni, in realtà cominciati l’11 settembre 2001. Organizzato da Intelligence Squared US e Rosenkranz Foundation, col sostegno della Bbc, è cominciato con una domanda: “Bush è il peggior presidente degli ultimi cinquant’anni?”. Due relatori per il “sì” alla mozione si alternano a due contrari. Prima di un altro giro di interventi finali, ci sono le domande del pubblico. All’inizio e alla fine del dibattito gli spettatori presenti in sala votano.
I relatori contro Bush erano Jacob Weisberg e Simone Jenkins. Weisberg è il direttore di Slate, la rivista online di proprietà del Washington Post, nonché autore del libro “The Bush tragedy”. Jenkins è un giornalista inglese, editorialista del Guardian. A favore di Bush hanno parlato Bill Kristol e Karl Rove. Kristol è direttore del Weekly Standard, editorialista del New York Times e uno dei leader politici e intellettuali del movimento neoconservatore fondato da suo padre. Rove è stato l’architetto dei successi elettorali di Bush e il suo consigliere e stratega politico più influente.
L’esito del dibattito nell’Upper West Side era scontato: Bush è il peggior presidente degli ultimi cinquant’anni per il 68 per cento dei partecipanti. Il giudizio negativo è molto diffuso. Fra tre giorni Bush lascerà la Casa Bianca con un indice di gradimento del 34 per cento (Gallup), in ripresa rispetto agli ultimi mesi e migliore o simile a quello con cui si sono congedati Harry Truman, Richard Nixon e Jimmy Carter. Truman oggi è considerato un gigante del Novecento, Nixon non è stato riabilitato completamente, ma il giudizio sulla sua politica estera realista e pragmatica è decisamente migliore rispetto al momento in cui è stato costretto a dimettersi. Carter, dei tre, è l’unico che ha ulteriormente perso autorevolezza e credibilità. Bush spera che la storia lo ricorderà come Truman, i suoi critici lo considerano peggiore di Carter, ma è probabile che nei prossimi anni gli toccherà una rivalutazione a denti stretti, come è successo a Nixon.
Eletto nel 2000 d’un soffio, e con mezzo milione di voti in meno rispetto al vicepresidente Al Gore, Bush due anni dopo ha condotto il suo partito al successo alle elezioni di metà mandato, forte del sostegno del 92 per cento degli americani. Nel 2004 ha sconfitto agevolemente il suo sfidante John Kerry. Alla fine del 2005 è cominciato il declino a causa dell’impreparazione di New Orleans all’uragano Katrina. All’inizio del 2006 la guerriglia irachena ha reso obsoleta la strategia americana a Baghdad, ma la Casa Bianca ha elaborato un piano alternativo soltanto nel 2007. Gli scandali etici dei repubblicani hanno ulteriormente facilitato la vittoria dei democratici alle elezioni di midterm del 2006. Bush ha rimesso a posto le cose in Iraq con il “surge”, ma la crisi finanziaria ha riaffossato la sua presidenza, malgrado l’abbia affrontata con gli stessi uomini, strumenti e provvedimenti di cui si servirà Barack Obama.
Nell’ultimo discorso alla nazione, giovedì, Bush in una frase ha raccontato la sua presidenza: “Col passare degli anni, la maggioranza degli americani è stata in grado di tornare a vivere una vita normale, come prima dell’undici settembre. Ma io no. Ogni mattina ho ricevuto i briefing sulle minacce alla nostra nazione. E ho giurato che avrei fatto tutto quanto in mio potere per mantenerci al sicuro”. (chr.ro)

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