Camillo - Il blog di Christian Rocca

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George W. Obama

A mettere in fila le ultime tre o quattro notizie americane sul fronte della sicurezza nazionale e della lotta al terrorismo, si potrebbe cominciare a chiamare il nuovo presidente degli Stati Uniti, quello del cambiamento, della speranza e dello “yes, we can”, con il più appropriato nome di “George W. Obama”. Il nuovo Pentagono di Obama ha consegnato alla Casa Bianca un rapporto richiesto al secondo giorno di presidenza dai contenuti scioccanti per i sostenitori della crudeltà, della malvagità e della violazione delle leggi internazionali del duo Bush-Cheney: i detenuti di Guantanamo, dice il rapporto dell’Amministrazione Obama, sono trattati bene e in linea con le disposizioni della Convenzione di Ginevra. Sì, avete letto bene: per gli obamiani, finita la retorica della campagna elettorale, Guantanamo non è più un lager, non è più una vergogna internazionale, non è il luogo dove si tortura la gente, ma un carcere speciale che tratta bene i prigionieri e perfettamente in regola con le norme della convenzione di Ginevra.
La notizia è stata pubblicata sulle prime pagine di tutti i grandi giornali americani, aprendo il dibattito su molti blog sul perché, a questo punto, Obama voglia ugualmente chiudere il carcere di Guantanamo (tra un anno, mica subito). Tanto più che la seconda notizia del fine settimana obamiano è questa: la sua Amministrazione, attraverso un atto formale del dipartimento della Giustizia, ha comunicato a una Corte federale che i detenuti nel carcere militare americano di Bagram, in Afghanistan, un carcere al cui confronto Guantanamo è un resort a cinque stelle, non hanno alcun diritto legale, non possono appellarsi all’habeas corpus e non possono chiedere la revisione giudiziaria del loro status di prigionieri. Per usare le stesse parole dell’Amministrazione Obama: “Avendo considerato il caso, il governo aderisce alla posizione articolata precedentemente”, cioè dall’Amministrazione Bush.
Terza notizia, sempre del weekend in cui Barack Hussein s’è trasformato in George Walker: l’Amministrazione Obama, grazie a un altro atto formale del dipartimento della Giustizia, ha deciso di continuare a porre il segreto di stato sui programmi antiterrorismo di Bush, respingendo per la seconda volta in pochi giorni due richieste giudiziarie che, se accettate, avrebbero messo a rischio l’architettura giuridica e gli strumenti investigativi elaborati dopo l’11 settembre. Venerdì, gli uomini di Obama hanno depositato in una Corte federale una richiesta urgente per bloccare la sentenza che li obbligava a mostrare agli avvocati di una fondazione islamica la prova che le comunicazioni del gruppo fossero state intercettate. Lo stesso rifiuto, qualche giorno fa, è stato posto alle richieste processuali di un britannico catturato dalla Cia dopo l’11 settembre.
L’ultima notizia riguarda il Pakistan, paese dentro il quale, stando al titolo del New York Times di sabato, “Obama aumenta gli attacchi missilistici”. Sotto Bush, ha scritto il Times, gli Stati Uniti hanno colpito frequentemente i militanti di al Qaida e talebani impegnati in attacchi oltre il confine con l’Afghanistan, ma non si sono spinti fino a colpire chi non aveva preso di mira le truppe americane: “Gli attacchi sono un altro segnale che il presidente Obama sta continuando, e in alcuni casi ampliando, la politica dell’Amministrazione Bush di usare le agenzie spionistiche americane contro i sospettati di terrorismo in Pakistan”.

La provocazione di Mark Steyn
Tutto ciò si aggiunge alla decisione di Obama di continuare a usare le extraordinary rendition, cioè i sequestri clandestini della Cia, e le prigioni segrete in giro per il mondo, sebbene solo per trasferimenti e detenzioni “temporanee”. Obama ha previsto anche la possibilità di ricorrere a tecniche di interrogatorio diverse da quelle tradizionali, in nome della sicurezza nazionale, e lo ha spiegato al Senato il nuovo capo della Cia Leon Panetta. E, in ogni caso, entro cinque mesi, la task force nominata da Obama dovrà stabilire se saranno necessari altri strumenti per ottenere informazioni dai detenuti. In Afghanistan, poi, Obama ha già deciso di inviare altri 30 mila soldati, aumentando del 50 per cento il contingente americano, mentre sull’Iraq è probabile che sarà il calendario stabilito da Bush e dagli iracheni a dettare il sobrio e ordinato disimpegno, non le promesse della campagna elettorale. Da Guantanamo a Bagram, dai diritti dei prigionieri ai missili sul Pakistan, dall’Iraq alle truppe in Afghanistan, le posizioni di Obama sono così simili a quelle di Bush che un irriverente opinionista conservatore come Mark Steyn ha suggerito al presidente di nominare Bush come suo “zar antiterrorismo”.
    Christian Rocca

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