Camillo - Il blog di Christian Rocca

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That’s it/40

New York. “Milos”, sulla cinquantacinquesima strada, tra la sesta e la settima avenue, è il miglior ristorante greco di Manhattan, famoso per il pesce freschissimo. Il pensatore newyorchese Franco Zerlenga ordina un branzino più due verdurine bollite e un’insalata di frutta per non sprecare il tempo necessario a spiegare ai lettori del Foglio due cose fondamentali: la causa del calo di Obama nei sondaggi e il motivo per cui gli americani non vogliono la sanità pubblica. Si parte da quest’ultimo. Zerlenga in realtà è favorevolissimo all’idea di trasformare la sanità americana da un servizio come tanti altri, com’è adesso, a un vero diritto del cittadino, come in Europa. Serve a umanizzare il capitalismo, a renderlo più equo, dice l’ex professore della New York University. Eppure personalmente Zerlenga non usufruisce della copertura sanitaria gratuita che il Medicare offre a chi ha superato i 65 anni di età.
Non vuole, non gli interessa, preferisce pagare di tasca sua: “Voglio essere libero di scegliere il dottore che mi piace, non voglio dipendere dallo stato, non voglio che interferisca nella mia vita. Anche perché i diritti si trasformano spesso in doveri e infatti ho lasciato l’università quando mi è stato imposto di entrare nel sindacato. Obama è un vero liberale e non vuole imporre obbligatoriamente la copertura sanitaria. La cosa che in Europa si continua a non capire è che in America la libertà individuale, religiosa, di associazione, di parola viene prima di tutto”.
Capitolo Obama. La tesi di Zerlenga è suggestiva. Dice che il declino del presidente risale alla nomina di Sonia Sotomayor alla Corte Suprema. Nominare un giudice costituzionale, ricorda, è la scelta più importante di una presidenza. Obama ha puntato sulla Sotomayor, una portoricana, in un paese dove “i portoricani sono considerati peggio dei negri”. La nomina di Sotomayor, secondo Zerlenga, ha aperto gli occhi a quel trenta per cento di persone che, da una parte o dall’altra, considera l’America un paese ancora centrato sulla questione razziale. “Sono divisi in due categorie, come se fossero allo specchio – dice Zerlenga – da una parte ci sono quelli come Jeremiah Wright e Harry Belafonte che credono a un’America bianca che schiavizza le minoranze in nuove e moderne piantagioni e considera quei pochi che riescono a emergere come servi del padrone. Dall’altra c’è una parte dell’America bianca a cui l’immagine della piantagione non dispiace”. Secondo Zerlenga, svanita l’euforia della vittoria obamiana, entrambe si sono rese conto che il cambiamento rappresentato dalla presidenza Obama è reale. Obama, sostiene il pensatore newyorchese, è riuscito a far emergere il razzismo di questa parte dell’America, depotenziando quello nero (“come possono dire, ora, di essere vessati dallo stato bianco, quando è nero anche il capo del ministero della Giustizia?”) e facendo capire a quello bianco, con le nomine di Eric Holder alla Giustizia e della Sotomayor alla Corte Suprema, che davvero sono finiti i tempi delle piantagioni e che il nuovo “padrone” è davvero Obama. Da qui la protesta e il crescente discontento, anche tra i democratici più conservatori, che il Partito repubblicano secondo Zerlenga starebbe sfruttando benissimo: “Vogliono ridurlo al nuovo Jimmy Carter o all’ex sindaco nero di New York, David Dinkins, un mandato e via. Una deputata della Florida ha già invocato l’avvento di una ‘great white hope’, ‘una grande speranza bianca’, come nel 1908 quando il pugile nero Jack Johnson divenne il primo campione del mondo afroamericano”.

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