A che punto è la politica estera di Obama?
Milano. A che punto è la politica estera di Barack Obama? E’ ancora troppo presto per trarre conclusioni definitive, ma l’approccio pragmatico promesso dal nuovo presidente americano per il momento sembra costellato da una serie di mosse azzardate senza la certezza di contropartite valide e da un’assenza di visione strategica globale che denota la difficoltà di formulare un’alternativa multilaterale seria ed efficace, dotata di un linguaggio chiaro e coerente, da contrapporre alla chiarezza morale dell’unilateralismo di George W. Bush.
La sintesi, perfetta, è di un editoriale del Wall Street Journal: “Il presidente Obama ha promesso che avrebbe conquistato amici dell’America laddove a causa di George W. Bush aveva solo antagonisti. La realtà è che l’America sta lavorando sodo per creare antagonisti laddove prima aveva amici”. Il riferimento è alla decisione della Casa Bianca di smantellare il progetto di scudo spaziale formalmente anti iraniano, ma nella sostanza a protezione da eventuali politiche espansioniste russe, che avrebbe dovuto essere installato in Polonia e Repubblica ceca. La cosiddetta “new Europe” dell’era Bush, quella parte di giovane Europa affrancatasi dal comunismo e dalla sfera d’influenza moscovita, si era legata all’America e aveva chiesto protezione a Washington. Bush gliel’ha garantita, e quelle orientali erano le uniche piazze europee dove veniva accolto da eroe. Con Obama alla Casa Bianca, questa relazione speciale non c’è più. Non solo per lo sgarbo a polacchi e cechi, ma anche per una maggiore diffidenza nei confronti di Ucraina e Georgia, altri due paesi vicini all’America ai tempi di Bush e più tiepidi adesso.
La politica di Obama, ispirata alla scuola di pensiero realista, è di assecondare le esigenze di Mosca, anche al costo di sacrificare gli interessi dei paesi alleati, per ottenere il sostegno russo nella più ampia partita per fermare il nucleare iraniano. L’esito di questa svolta nella politica estera americana è ancora tutto da verificare e da questo dipenderà il successo o meno della presidenza Obama, ma la cosa certa per adesso è che laddove ai tempi di Bush c’erano amici dell’America, ora c’è gente infastidita e preoccupata. La stessa cosa capita in Israele. Oggi i rapporti sono più tesi che mai e i sondaggi svelano che soltanto il 4 per cento degli ebrei israeliani considera “pro israeliane” le politiche di Obama in medioriente. In Giappone, poi, è stato eletto un governo meno amico che ha promesso di chiudere le basi americane, mentre le aperture alla Corea e i grandi discorsi sulla denuclearizzazione globale hanno provocato ulteriori test atomici e missilistici da parte del regime di Pyongyang.
A giorni si saprà se la mossa russa di Obama gli avrà consentito di ottenere il sostegno di Mosca a una rosa di sanzioni internazionali più invasive per fermare il progetto atomico di Teheran. Obama aveva promesso che avrebbe aspettato la fine di settembre e, quindi, gli appuntamenti all’Assemblea generale e al Consiglio di sicurezza dell’Onu (23 e 24 settembre), oltre al successivo vertice del G20 di Pittsburgh (24 e 25 settembre), per capire se gli ayatollah iraniani, sempre meno credibili agli occhi dei governi e dell’opinione pubblica internazionale per la repressione sulle strade di Teheran, hanno reali intenzioni di negoziare un grande accordo con l’America e l’occidente.
L’Iran ha già risposto di no, sul nucleare. E di sì su tutto il resto, inviando però come base di discussione un documento di cinque pagine valutato dalle cancellerie occidentali come un ulteriore tentativo di dilatazione dei tempi. Il primo ottobre, in Turchia, si apriranno i colloqui con l’Iran alla presenza degli americani. Non è una novità, visto che si erano c’erano stati anche negli ultimi mesi di Bush, guidati addirittura dallo stesso William Burns che ora parteciperà per conto di Obama.
Gli uomini del presidente lanciano messaggi poco chiari. C’è chi parla di grande opportunità per aprire un dialogo fecondo e chi, come Hillary Clinton, si aspetta che l’incontro si risolva nel momento decisivo per smascherare i traccheggi di Teheran. Resta da capire che cosa farà Obama di fronte a un ulteriore rifiuto degli ayatollah sul nucleare, se i russi non daranno il via libera alle sanzioni internazionali. In Israele c’è forte agitazione. E c’è chi, come Bret Stephens del Wall Street Journal, crede che le scelte della Casa Bianca stiano costringendo Gerusalemme ad agire unilateralmente, per supplire alla mancanza di leadership mostrata da Washington.
I problemi obamiani si estendono ovunque. In Afghanistan ha avviato una mini escalation militare e ha appena consegnato al Congresso un memo con chiari obiettivi anti terrorismo e anti talebani. Ma, privo di quella visione strategica d’assieme che legava le iniziative bushiane, non riesce a decidere se assecondare le richieste dei generali di inviare più truppe o se tenere un atteggiamento più prudente.
