Camillo - Il blog di Christian Rocca

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2010, la fine del mondo a Washington

Metà gennaio. Sono le nove e un quarto della sera, ora di Washington. In Italia è piena notte. Barack Obama sta per cominciare al Congresso il solenne discorso sullo Stato dell’Unione. Dietro di lui siedono la Speaker della Camera Nancy Pelosi e il vicepresidente Joe Biden, quest’ultimo nelle funzioni di presidente del Senato. Deputati e senatori hanno preso posto nell’aula della Camera per ascoltare le parole del presidente. In prima fila ci sono cinque giudici della Corte Suprema, l’Alta corte americana. Tutto il governo è presente, da Hillary Clinton a Bob Gates. L’eccezione è il Segretario all’Agricoltura, Tom Vilsack. Tradizione vuole che, in questi raduni istituzionali, il presidente spedisca un membro del governo fuori Washington per garantire la continuità nel caso dovesse succedere qualcosa di inimmaginabile. Venti milioni di persone sono sintonizzate in diretta televisiva. L’attesa è enorme.
Alle 9,20, cinque minuti dopo l’inizio del gran discorso presidenziale, dall’aeroporto internazionale Ronald Reagan di Washington decolla un volo di linea guidato da un pilota in realtà addestrato da Al Qaeda e sfuggito ai controlli dell’Fbi. L’aereo viene dirottato e vira rapidamente verso Capitol Hill, la sede del Congresso. La distanza è breve, meno di cinque chilometri. L’Air Force non fa in tempo a intercettare il jet, la batteria antiaerea non riesce ad abbatterlo. In pochi istanti l’aereo si schianta fragorosamente sulla grande cupola neoclassica del Congresso, gremito dal gotha politico e giornalistico della capitale americana.
Non è la trama di un nuovo filmone di Hollywood né il plot della prossima stagione della serie antiterrorismo “24”, ma – parola per parola, tranne i nomi reali dei protagonisti istituzionali – il primo capitolo di un serissimo rapporto sulla “continuità della presidenza” preparato dai due principali centri studi di Washington: il conservatore American Enterprise Institute e la liberal Brookings Institution. Il rapporto spiega che cosa potrebbe succedere alla catena di comando americana in caso di attacco al cuore politico dello Stato e prova a suggerire al Congresso soluzioni legislative per affrontare l’inevitabile assenza di leadership e la confusione che ne seguirebbero. A immaginare questo scenario da tregenda sono state alcune delle migliori menti politiche della capitale, di destra e di sinistra, guidate da due ex presidenti degli Stati Uniti, Jimmy Carter e Gerald Ford (fino al momento della sua morte nel dicembre 2006).
La Commissione si è posta l’obiettivo di risolvere il problema della successione alla Casa Bianca in caso di attacco terroristico. La Costituzione e le leggi stabiliscono che alla morte, o indisponibilità, del presidente succede il vicepresidente. Con lo speaker della Camera al terzo posto nella linea di successione. Ma non basta, dovesse capitare un’Apocalissi sul Potomac come quella prevista dalle teste d’uovo di Washington.
Alle 9.45, continua il rapporto, l’esercito comunica al Segretario all’Agricoltura, al sicuro in una località segreta, che non è in grado di entrare in contatto con nessuno della catena di comando presidenziale: né con il presidente Obama, né con il suo vice Joe Biden, né con Nancy Pelosi. Si sono persi i contatti anche con tutti gli altri membri del governo.
Il responsabile dell’Agricoltura non sa che cosa fare. Se sono morti tutti, tocca a lui agire da presidente degli Stati Uniti, visto che era stato mandato via da Washington esattamente per questa remota possibilità. I militari spingono per un giuramento veloce, in modo da poter contare al più presto su un comandante in capo in grado di organizzare una risposta contro i terroristi. Ma il Segretario Vilsack tentenna. Sono passati ancora pochi minuti. E’ ancora possibile che il presidente o gli altri vengano trovati vivi. In quel caso riassumerebbero i poteri, ovviamente. Ma c’è anche l’eventualità che i leader dell’America siano vivi, ma feriti e impossibilitati ad esercitare le loro funzioni.
La Costituzione americana prevede una procedura che consente al vicepresidente, con il voto della maggioranza dei membri del governo, di assumere le funzioni del presidente che si trovasse in situazioni di incapacità. Ma così sarebbe troppo facile.
Gli analisti di Washington, più creativi degli sceneggiatori degli studio di Los Angeles, non solo hanno creato l’ipotesi del Segretario all’Agricoltura come unico superstite, ma per complicare le cose hanno fatto in modo che in un secondo momento si scoprisse che il Segretario di Stato Hillary Clinton in realtà si è salvata e che da parecchie ore cerca invano di contattare Vilsack.
Il Segretario all’Agricoltura vorrebbe aspettare il termine delle operazioni di salvataggio in corso a Capitol Hill, ma i militari hanno fretta e i leader internazionali cominciano a chiedersi chi sta guidando l’America. I nemici pensano di sfruttare lo stato confusionale del paese per organizzare altri attacchi o per compiere azioni che in tempi normali, con Obama ben saldo alla Casa Bianca, non si sarebbero mai sognati di fare. Il mondo si chiede chi controlli i codici nucleari americani. Appare evidente a tutti che gli Stati Uniti devono avere un presidente, e devono averlo subito.
Il Segretario all’Agricoltura attende. Solo alle 11 di sera, dopo una telefonata con il premier britannico e il presidente russo, si dimette da membro del governo e assume la carica di presidente pro tempore degli Stati Uniti. Si presenta in televisione, in questa nuova veste. Tom Vilsack. Sono pochi gli americani che avevano sentito il suo nome prima di questa sera.
A mezzanotte arriva una buona notizia. Sotto la cupola di Capitol Hill sono rimasti in trappola, ma vivi, una cinquantina di persone, molte delle quali gravemente ferite. La Cnn però dà la notizia che il presidente è morto. Un infermiere, intervistato da Fox News, dice invece di averlo visto, assieme al suo staff, in ospedale. Altri network sostengono che anche il vicepresidente e la Speaker della Camera siano in un ospedale.
E’ il caos. Ma alle prime luci dell’alba arriva finalmente una notizia certa: il presidente si è salvato. Non così il suo vice. La Speaker della Camera, ferita, si trova in ospedale. Sono riusciti a salvarsi venti deputati, quindici dei quali sono in gravi condizioni. Solo in cinque non rischiano la vita. I senatori sono morti tutti, così come tutti gli altri membri del governo e i cinque giudici supremi.
Il presidente c’è, dunque. Ma ha perso conoscenza e non è in grado di guidare il paese. Non si sa nemmeno se riuscirà a superare la notte. La Speaker della Camera è in condizioni migliori. Morto il vicepresidente, la legge le consente di annullare il giuramento del Segretario all’Agricoltura, pronunciato qualche ora prima. Sarà lei, Nancy Pelosi, il nuovo leader degli Stati Uniti. Si dimette da deputato e giura di servire la Costituzione e il popolo americano nella sua nuova veste di capo dello Stato.
Siamo a mezzogiorno del giorno successivo. In quindici ore l’America ha avuto tre presidenti: quello eletto regolarmente, vivo ma non in grado di esercitare il suo ruolo, il segretario all’Agricoltura, che ora non ha più alcun ruolo formale nel governo del paese, e l’ormai ex Speaker della Camera. La prima decisione di Nancy Pelosi è di autorizzare azioni coperte contro vari obiettivi militari in Medio Oriente e di pianificare il piano di invasione dei due paesi che ospitano le cellule terroriste responsabili della strage.
Il sistema dei pesi e dei contrappesi è saltato. La nuova presidente ha un potere pressoché assoluto. Nessuno la controlla. Il Senato è stato cancellato e i governatori dei vari Stati dell’Unione potranno nominare i nuovi senatori non prima di un paio di giorni. I pochi superstiti della Camera non sono in un numero sufficiente a far funzionare l’assemblea. Per organizzare le elezioni suppletive ci vorranno mesi. Sulla base di antichi precedenti, comincia a circolare l’idea di calcolare il quorum sul numero dei deputati superstiti. I sopravvissuti sono venti, quindi basterebbero undici deputati per far riunire la Camera bassa. Sono solo in cinque, però, quelli disponibili. Anche la Corte Suprema non è nelle condizioni di agire. Cinque giudici sono morti nella strage, i quattro che non erano andati a Capitol Hill sono due meno del quorum di sei, previsto dal regolamento. La sera stessa, Nancy Pelosi impone la legge marziale per restaurare l’ordine e proteggere il paese da altri possibili attacchi.
Due giorni dopo, Obama comincia a riprendere conoscenza. E’ debole, i medici consigliano prudenza, ma dopo un altro giorno di riposo riassume i poteri e si rivolge in diretta televisiva al paese. Nancy Pelosi, che per tre giorni ha guidato il paese, non è convinta che il presidente sia in grado di esercitare in pieno la sua leadership, ma in mancanza di regole per contestare la decisione di Obama è costretta a mettersi da parte. Esattamente come aveva fatto l’ex Segretario all’Agricoltura, ora anche lei non ha più alcun ruolo istituzionale. Non è più presidente, non è più Speaker della Camera, non è più deputato.
Il ritorno di Obama alla Casa Bianca ridà fiducia agli americani. I mercati internazionali cominciano a risalire, ma col passare delle ore si capisce che il presidente non sta bene e a Washington si diffonde l’idea che la Speaker della Camera o il Segretario all’Agricoltura siano maggiormente in grado di guidare il paese, almeno per ora. Il problema è che sia Pelosi sia Vilsack si erano dimessi dalle loro cariche per assumere le funzioni di presidente pro tempore. Ora sono privati cittadini. A capo della Camera non c’è più nessuno.
La situazione si complica quando alla Casa Bianca arriva il primo ministro della Danimarca, che si trovava in città nel giorno dell’attacco. Il presidente lo accoglie, gli stringe la mano, ma impallidisce. Sviene. Lo portano in ospedale. Alcune ore dopo la diagnosi è grave: è entrato in coma. A guidare l’America non c’è nessuno e a causa del succedersi degli eventi nessuno può prendere il suo posto. I costituzionalisti si interrogano. C’è chi consiglia di affidare le redini del governo ai sottosegretari, altri chiedono ai governatori dei 50 stati di nominare subito i loro rappresentanti al Senato in modo da consentire alla Camera alta del Congresso di riunirsi ed eleggere il nuovo presidente. Ci vorrano almeno 24 ore. L’attenzione si rivolge sul sottosegretario al Dipartimento di Stato. I militari insistono su una scelta rapida. Il sottosegretario si dimette e accetta la nomina a senatore offertagli da un governatore. Il giorno successivo novanta senatori nominati dai governatori degli Stati lo eleggono presidente del Senato. Lui si dimette e giura come presidente degli Stati Uniti. Il presidente vero è ancora in coma, ma le sue condizioni non migliorano. Due settimane dopo muore. L’ex sottosegretario, diventato presidente pro tempore, ora sa che resterà in carica per il resto del mandato, per tre anni. Quattro mesi dopo la Camera si ricompone, il Senato conferma i nuovi giudici supremi e gli Stati Uniti sono finalmente sulla strada del recupero della loro normalità costituzionale.
E’ una finzione, ma nella realtà centoventi giorni di caos e un vorticoso alternarsi di quattro o cinque presidenti potrebbero essere letali per qualsiasi repubblica democratica, così il poderoso studio organizzato dai due think tank di Washington ha suggerito al Congresso sette raccomandazioni per riordinare, accelerare e rendere certe le procedure di successione del Commander in chief.
Christian Rocca

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