L’opinionista più influente e il gran dibattito sulla supremazia morale degli Stati Uniti
L’analisi di Charles Krauthammer è impietosa con la visione dell’America e del mondo di Barack Obama. Gran firma del Washington Post, ideologo del mondo neoconservatore, con un passato da consigliere scientifico di Jimmy Carter e da speech writer del vicepresidente Walter Mondale, nel 1990 Krauthammer ha coniato su Foreign Affairs il termine di “mondo unipolare” per descrivere il ruolo di unica potenza mondiale degli Stati Uniti dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Nel 2006 il Financial Times lo ha definito “il commentatore di politica estera più influente d’America” e nell’era di Obama si è ritagliato il ruolo di voce guida del mondo conservatore, così come negli anni scorsi il Nobel Paul Krugman aveva rappresentato l’opposizione alla Casa Bianca di Bush.
Il saggio pubblicato in questa pagina, tradotto dal numero in edicola del settimanale Weekly Standard, è un adattamento della Wriston Lecture che Krauthammer ha tenuto al Manhattan Institute di New York il 5 ottobre. La tesi di Krauthammer, rafforzata dall’assegnazione di undici Nobel su tredici a cittadini americani, è questa: non si può dire che l’America sia in declino, non c’è una traiettoria predeterminata, non c’è niente di inevitabile, il declino non è una condizione, semmai una scelta precisa, perché l’America è ancora in grado di decidere se abdicare al ruolo di superpotenza del mondo unipolare o se mantenere la sua posizione di dominio.
Obama, sostiene Krauthammer, sta scegliendo la strada del declino dell’impero americano perché è un uomo politico cresciuto con l’idea che “l’America sia così intrinsecamente corrotta e colpevole che non le si può lasciare la supremazia mondiale”. Si tratta di una svolta radicale, quasi antagonista, rispetto all’impostazione del precedente presidente democratico, Bill Clinton, il quale non negava la natura di “nazione indispensabile” né la bontà intrinseca dell’esperimento americano, ma cercava di limitarne il potere “con una miriade di trattati e accordi e di convenzioni internazionali”, perché convinto che troppo potere l’avrebbe esposta alla corruzione. Con Obama, secondo Krauthammer, sparisce il timore clintoniano che il potere possa corrompere, ma arriva la certezza che l’America sia essa stessa “geneticamente corrotta”.
E’ ancora troppo presto per dire se Obama abbia imboccato questa strada o no. I segnali dei primi nove mesi di presidenza sono contraddittori: da una parte la Casa Bianca ha mantenuto la struttura della guerra al terrorismo di Bush e non ha cambiato rotta né in Iraq né in Afghanistan, anzi ha esteso le operazioni belliche in Pakistan, ma dall’altra sembra farlo controvoglia, non manca di ripetere che il mondo è cambiato, non perde occasione per scusarsi per le colpe dell’America e di ricordare che gli Stati Uniti non possono fare tutto da soli.
I sostenitori di Obama non sono d’accordo. Dicono che il presidente è semplicemente un uomo pragmatico, capace di governare in modo non ideologico e, in effetti, ci sono decine di discorsi obamiani in cui è centrale l’elemento dell’unicità americana, dell’America come ultima grande speranza per l’uomo.
La tesi di Krauthammer è condivisa da un editoriale di sabato scorso del Wall Street Journal, uno dei bastioni del pensiero conservatore: “Obama vuole la fine dell’eccezionalismo americano, ovvero l’idea che i valori americani abbiano un’applicazione universale e debbano essere promossi senza remore ed essere difesi, se necessario, con la forza militare”.
Christian Rocca
