Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Le quattrocento luci di New York

Quattrocento anni e quattrocento nomi per New York, la città più iconica del pianeta che qualche giorno fa, il tre novembre, ha eletto il sindaco. Quattrocento anni fa, nell’autunno del 1609, l’esploratore britannico Henry Hudson è stato il primo europeo a navigare il fiume che poi prese il suo nome e ad approdare con la nave “Half moon”, e un equipaggio di venti marinai inglesi e olandesi, all’isola di Manhattan. Alla fine dell’Ottocento il gran mondano Samuel Ward McAllister, arbiter sociale della città, diceva che le persone che davvero contavano a New York fossero quattrocento, anzi “i Quattrocento”, cioè quell’elite di invitati che solitamente riempiva fino al limite di capienza il salone delle feste della più sontuosa delle mansion dell’Upper East Side, casa Astor.
Per celebrare il compleanno della città e ricordare l’esplorazione di Hudson, il Museum of the city of New York (1220 Fifth Avenue, all’altezza della 103esima strada) ha organizzato una mostra di quadri e fotografie, ha pubblicato un libro, “New York 400: A Visual History of America’s Greatest City”, ma soprattutto ha compilato una più democratica lista di newyorkesi che hanno fatto la storia di Manhattan nei quattro secoli di vita dalla sua scoperta. Una decina dei cognomi presenti nella nuova lista dei “New York 400” avranno certamente sorseggiato champagne alle feste d’alta società degli Astor. Ci sono, infatti, due Astor, quattro Rockefeller e tre Roosevelt, ma scorrendo l’elenco si nota meno sangue blu rispetto ai”Quattrocento” originali e, secondo il New York Times, si tratta in maggioranza di persone che un newyorkese comune avrebbe incontrato o potrebbe incontrare facilmente in metropolitana, più che a una serata di gala.
Mica tanto, in realtà. Ci sono banchieri e finanzieri, artisti e imprenditori, campioni dello sport e uomini politici, oltre allo scopritore Hudson e al “socialite” McAllister. Non mancano quei personaggi geniali e bizzarri che giustificano il tradizionale modo di dire “only in New York”, perché solo a New York possono accadere certe cose. E allora ci sono l’ideatore della maratona di New York Fred Lebow; l’inventore dell’ascensore Elisha G. Otis e quello della lampadina Thomas Edison; l’uomo del circo, P.T. Barnum; il patron dell’Atlantic records, Ahmet Ertegun, il leader nero, Malcolm X; Meyer Lansky, di professione gangster; Larry Kramer, sceneggiatore di successo e militante anti Aids; Kitty Genovese, uccisa a coltellate a Queens nel 1964 e ignorata da 38 vicini di casa; il professore della Columbia e dirigente palestinese Edward W. Said; gli artisti Andy Warhol, Keith Haring, Jackson Pollock e Jean-Michel Basquiat; il cantante Woody Guthrie; i padri della patria Alexander Hamilton e John Jay; l’illustratore Saul Steinberg; gli attori Mae West e James Cagney; il regista Elia Kazan; la femminista Betty Friedan; e il benemerito architetto di quella meraviglia che è Central Park, Frederick Law Olmsted.
Sono soltanto quarantatrè i newyorchesi viventi entrati nella lista dei Quattrocento. Ci sono i registi Woody Allen, Martin Scorsese e Spike Lee, i commediografi Mel Brooks e Neil Simon, il magnate dei media Rupert Murdoch, lo stilista Ralph Lauren, l’architetto Maya Lin, i rocker Lou Reed e Patti Smith, il cantautore folk Pete Seeger, il reverendo Al Sharpton, il politico Mario Cuomo, l’imprenditore hip-hop Russell Simmons, il palazzinaro Donald Trump, il magnifico scrittore Tom Wolfe, il poliziotto anti corruzione Frank Serpico, interpretato al cinema da Al Pacino (Al Pacino, newyorkese doc, non c’è, così come manca chi in città chiamano “il sindaco di Tribeca”, ovvero Robert De Niro). Sono in lista, invece, il comico Jerry Seinfeld; l’albergatore di lusso Ian Schrager, già cofondatore del mitico Studio 54 e già fidanzato di Uma Thurman; i rapper Sean Combs e Jay-Z; così come le due donne giudici costituzionali: Ruth Bader Ginsburg, nominata da Bill Clinton, e Sonia Sotomayor, appena scelta da Barack Obama,
Ci sono tre degli ultimi sindaci di New York, il democratico Edward Koch, il repubblicano Rudolph Giuliani e, naturalmente, il repubblicano liberal e indipendente Michael Bloomberg, la cui campagna per la terza elezione consecutiva alle sue tasche di imprenditore dei media e della finanza è costata svariati milioni di dollari. Tra i sindaci del passato c’è il leggendario italo americano Fiorello La Guardia.
Le categorie più rappresentate sono quelle dei jazzisti – tra gli altri Louis Armstrong, Miles Davis, Duke Ellington, Ella Fitzgerald, John Coltrane, Billie Holiday, Dizzy Gillespie, Charlie Parker, Cab Calloway, Cole Porter, Tito Puente – e degli scrittori – Truman Capote, Herman Melville, Norman Mailer, Dorothy Parker, Edgar Allen Poe, Walt Whitman, Allen Ginsberg, Isaac Bashevis Singer, Edith Wharton, Tennessee Williams, Henry Miller. Uno dei romanzieri della lista è l’afroamericano Ralph Ellison, autore negli anni Cinquanta di “Uomo Invisibile”, riedito quest’estate in Italia da Einaudi e considerato dalle più sofisticate pagine letterarie americane come il libro che spiega la traiettoria politica, personale e sociale di Obama meglio di qualsiasi altra cosa.
Ci sono anche due mariti di Marilyn Monroe: il campione di baseball Joe Di Maggio e lo scrittore Arthur Miller. E, ancora, due coreografi – Alvin Ailey e Bob Fosse – e due fotografi – Diane Arbus e Richard Avedon. Ben presente anche il gruppo dei compositori musicali e dei librettisti di Broadway: Irving Berlin, Aaron Copland, George Gershwin, John Cage, Oscar Hammerstein II, Richard Rodgers e Leonard Bernstein. La cosa curiosa è che, accanto a Bernstein, nella stessa lista dei quattrocento newyorchesi che contano ci sia lo scrittore Tom Wolfe che negli anni Settanta – con un suo articolo sul New York magazine, poi diventato libro di successo col titolo “Radical chic” – ha ridicolizzato il mondo ovattato dell’aristocrazia newyorchese che amava il brivido di poter flirtare con la violenza armata delle Pantere Nere.
La lista non è definitiva, dicono i curatori del museo per sedare preventivamente le polemiche sulle esclusioni. Ma il gioco del chi c’è e chi manca è impossibile da evitare. Ci sono due Kennedy, per esempio, Bob che fu senatore di New York e sua cognata e, forse, anche amante, Jacqueline, ma non c’è una delle icone degli anni Novanta, John John Kennedy figlio di Jacque O. e del presidente John Fitzgerald Kennedy. C’è il pugile Sugar Ray Robinson, ma non c’è traccia di Mike Tyson, nato e cresciuto a Brooklyn. Ci sono, oltre a Di Maggio, tre campioni di baseball – Babe Ruth, Lou Gehrig e il primo afroamericano professionista Jackie Robinson – ma nessun giocatore di football e soltanto un cestista: Walt “Clyde” Frazier e non Kareem Abdul Jabbar, nato Lew Alcindor a New York. Non ci sono nemmeno Humphrey Bogart, Edward Hopper e Norman Rockwell. Mancano anche gli autori delle due canzoni che hanno colto meglio di altre lo spirito vitale di New York. Billy Joel che ha scritto e cantato “New York state of mind”, “lo stato d’animo di New York”, e Fred Ebb che ha scritto il testo di “New York, New York”: “If I can make it there, I’ll make it anywhere, It’s up to you, New York, New York”, “se ce la faccio qui, posso farcela ovunque, dipende solo da te, New York, New York”.
Christian Rocca

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