Camillo - Il blog di Christian Rocca

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That’s it/43

New York. Le pain quotidien, panetteria belga e mediterranea su Amsterdam Avenue, all’altezza dell’ottantaquattresima strada. Il pensatore newyorkese Franco Zerlenga, già professore di Storia dell’Islam alla New York University, ordina una scodella grande di minestrone e un’insalata di frutta extra large. S’era preparato a discutere di tutt’altro, ma a tormentarlo c’è il dibattito aperto da Giovanni Sartori sul Corriere a proposito della difficile integrazione delle comunità musulmane nella società occidentale. “Ma quale integrazione? – chiede Zerlenga – I musulmani non emigrano, la loro emigrazione è come quella di Maometto, quando ha lasciato la Mecca ed è andato a conquistare Medina.  E’ scritto nel Corano. L’immigrazione è la prima fase di un jihad di conquista, un soft jihad, che porta alla sottomissione”.
In teoria Zerlenga dovrebbe difendere Sartori, perlomeno dagli attacchi dei suoi critici, ma sarebbe troppo banale, per un pensatore brillante e un profondo conoscitore dell’Islam come il protagonista di “That’s it”. Al contrario, Zerlenga sbriciola le tesi del professorone del Corriere, pur avendo apprezzato il tentativo di fare un passo avanti. Dei critici di Sartori non si cura nemmeno, perché troppo ignoranti. “La mia tendenza – dice Zerlenga – è di consigliare Sartori di lasciar perdere, di non scrivere piu sull’Islam e dintorni, perché mi ricorda quei miei compagni di liceo impreparati che venivano interrogati e più rispondevano più dimostravano una profonda ignoranza”. Poi però parte con  l’elenco. La prima cosa a infastidirlo è il concetto di “civiltà musulmana”, al centro del dibattito. “Mi volete dire – dice Zerlenga – in che cosa consiste la civiltà musulmana? In 14 secoli ha prodotto solo conquiste militari fatte seguire dall’imposizione ai popoli sottomessi della scelta tra conversione, morte e trasformazione dei popoli non musulmani in dhimmi, in esseri inferiori. Lo ha ricordato l’altro giorno anche il capo della chiesa greca-ortodossa Bartolomeo I, a 60 minutes: in Turchia siamo cittadini di seconda categoria, ha detto”. L’altro aspetto del ragionamento di Sartori che a Zerlenga non va giù è quello su quale sia il vero Islam. “E’ una domanda che i musulmani non si pongono, perché l’islam non è un concetto astratto o filosofico. Tutti i musulmani credono ai cinque o sei pilastri fondamentali dell’Islam. Non esiste un islam fondamentalista, ci sono solo diverse sette con diversi nomi”. Il terzo punto è quello della “fede islamica”, come se l’esperienza del fedele musulmano fosse simile a quella di chi ha il dono della fede cattolica o buddista. Zerlenga spiega che “non esiste una fede islamica, l’Islam è un modo di essere, non una fede che si può avere e poi anche perdere. Chi perde la fede, chi lascia l’Islam, merita la pena capitale secondo il Corano”.
Il pensatore newyorchese, concittadino di Sartori, sostiene che al professore del Corriere sfugga completamente il concetto di umma, la comunità musulmana, che è alla base dell’Islam: “La cittadinanza è un concetto occidentale, così come l’idea degli stati nazione. A seconda dei casi sia l’uno sia l’altro sono irrilevanti per i musulmani”. Zerlenga critica anche tutto “l’arzigogolare di Sartori su pluralismo, multicultularismo, diversità”, perché secondo lui sono vecchie categorie della Guerra fredda: “Con la caduta del Muro di Berlino e la scomparsa dell’Unione sovietica, che per 70 anni ha fatto da muro divisiorio tra il mondo musulmano e il mondo democratico, è ritornato lo scontro tra civilta democratica e l’Islam”.

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