Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Lo staff della disunione

Lo stato dell’Unione non è malaccio, quello di Barack Obama è già più pericolante, ma a essere messo peggio di tutti è lo staff del presidente, il cuore dell’Amministrazione politica del comandante in capo. Il gruppo di fidati consiglieri di Obama vive un delicato momento di transizione, fisiologico e consueto al giro di boa del primo anno, specie ora che affiorano le prime difficoltà, ma anche molto preoccupante per il futuro dell’era obamiana.
L’uomo più importante del team è Rahm Emanuel, il numero 2 della Casa Bianca, “il Cheney di Obama”, il capo dello staff che avrebbe dovuto rendere docile il Congresso democratico sulla riforma sanitaria e su tutto il resto del programma obamiano. Un anno dopo, non c’è riuscito. La sua scelta strategica di non imporre progetti legislativi ben definiti e firmati dal presidente, ma di affidarsi alle manovre parlamentari per andare incontro alle richieste dei riottosi gruppi democratici di Camera e Senato ha prodotto testi monstre da migliaia di pagine capaci di scontentare tutti e  sprechi di denaro pubblico che hanno scatenato una rivolta popolare. Prima dell’inizio dell’iter parlamentare, gli americani erano favorevoli alla riforma sanitaria, ora il 58 per cento è contrario.
L’infallibilità di Emanuel è messa in discussione. I giornali non lo ritraggono più come l’uomo che risolve i problemi del presidente. L’ala sinistra della coalizione obamiana lo accusa di aver tarpato le ali riformatrici del suo capo, di averlo costretto a una serie di compromessi al ribasso, di aver fatto svanire il sogno e la speranza in cui avevano creduto milioni di americani. L’ala filo-sionista del Partito democratico e del mondo conservatore è delusa dalle politiche mediorientali della Casa Bianca e individua nel chief of staff di Obama il responsabile, perché dall’ex volontario nell’esercito israeliano ai tempi della guerra del Golfo si aspettavano influenza e azioni diverse.
Emanuel non rischia il posto, anche se qualche settimana fa è stato costretto a spiegare che non si dimetterà dall’incarico e che resterà alla guida della Casa Bianca ancora un altro anno. Obama, però, ha richiamato in servizio David Plouffe, il manager della sua straordinaria campagna elettorale, con il compito di coordinare uomini, risorse e idee in vista delle elezioni di metà mandato di novembre che si annunciano pessime per il partito. Plouffe ritrova alla Casa Bianca David Axelrod, l’inossidabile stratega politico di Obama, il consigliere più influente del presidente assieme all’amica Valerie Jarrett e alla moglie Michelle. Problemi anche sulla strategia economica. Il capo del Tesoro Tim Geithner è in ribasso, così come il capo dei consiglieri Lawrence Summers, entrambi accusati di aver aiutato le banche e Wall Street. Ora che la Casa Bianca è in modalità populista e usa toni demagogici è tornato in auge il consigliere Paul Volcker, trascurato nei primi mesi di presidenza, ma ora ispiratore delle nuove bordate contro le attività finanziarie delle banche commerciali.
Qualche problema di staff anche sul fronte della sicurezza nazionale. Il generale scelto da Obama per guidare la guerra in Afghanistan, Stan McChrystal, e l’ambasciatore a Kabul, Karl Eikenberry, non si amano e spesso danno anche pubblicamente idea di seguire strategie diverse e contraddittorie. Il direttore della Cia Leon Panetta e il capo dell’intelligence Dennis Blair sono in perenne conflitto di competenze e il flop dell’apparato antiterrorismo in occasione del fallito attentato di Natale sul volo Amsterdam-Detroit ha riacceso lo scontro. Blair è il primo candidato alle dimissioni.
    Christian Rocca

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