Lo stato della guerra
Barack Obama ha dedicato gran parte del suo discorso sullo stato dell’Unione alle questioni di politica interna, in particolare alle misure per combattere la disoccupazione, ridurre il deficit pubblico, bacchettare le banche, aiutare il ceto medio e riformare la sanità. La scelta di puntare su questi temi non è stata una sorpresa, perché sono i punti su cui negli ultimi mesi si è logorato il suo consenso e intorno ai quali si è consolidato l’inaspettato revival repubblicano. Obama ha offerto più o meno le stesse ricette di sempre (leva pubblica e regole dettate dall’alto) anche se con meno baldanza rispetto al passato. I suoi toni sono stati una punta più demagogici e populisti, a cominciare dalla proposta di congelare per tre anni la spesa federale (tranne che per sicurezza, previdenza e sanità). Il discorso non è stato tra i più entusiasmanti della sua carriera, ma l’obiettivo non era far sognare (per quello ha provveduto Steve Jobs con l’iPad). A colpire, però, è stata la scarsa attenzione dedicata alla sicurezza nazionale e alla politica estera. L’America è impegnata in una guerra al terrorismo su più fronti: Iraq, Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia. I suoi soldati muoiono ogni giorno, la libertà di milioni di persone dipende dal loro sacrificio, ma non s’è sentita una chiara spiegazione dei motivi per cui è impegnata in questo conflitto. Obama ha rivendicato le uccisioni dei militanti di al qaeda, ha promesso “conseguenze crescenti” contro gli ayatollah atomici e ha ribadito che “l’America deve sempre schierarsi dalla parte della libertà e della dignità”, eppure ha sbrigativamente annunciato di voler far rientrare le truppe. Accontentare tutti può essere utile politicamente, ma non è una strategia. Meno male che Bush ne aveva elaborata una, ancora oggi l’unica credibile, sensata e obtorto collo eseguita anche da Obama.