La lezione di Blair su come si fa politica estera a sinistra
Il video della deposizione di Tony Blair alla Commissione d’inchiesta inglese che indaga sulla guerra in Iraq dovrebbe essere trasmesso in ogni sezione del Partito democratico italiano, sul Tg3, su Red tv, YouDem o come si chiamano i canali di un Pd ancora alla ricerca di un’identità.
Le parole di Blair dovrebbero essere mandate a memoria dai capi o aspiranti tali del centrosinistra, sempre che siano interessati a capire le complessità del mondo, le sfide globali poste dai regimi dispotici e gli strumenti necessari a costruire una leadership seria, moderna e liberale. L’ex premier inglese doveva rispondere alle accuse di aver autorizzato incautamente, se non illegalmente, la guerra in Iraq assieme a George W. Bush. L’ex premier inglese ha ammesso il fallimento dell’intelligence sulle armi di sterminio, prima della guerra mai messe in discussione da nessun servizio segreto, né dalle analisi degli ispettori Onu, né dagli editoriali dei giornali liberal e nemmeno dallo stesso dittatore iracheno. Blair ha anche riconosciuto gli errori commessi dalla coalizione nei mesi successivi alla liberazione dell’Iraq. Ma senza cedimenti, senza tatticismi, senza scorciatoie, ha ribadito le ragioni legali, morali e di interesse nazionale per rimuovere uno dei più feroci e pericolosi dittatori della storia recente. Blair, soprattutto, ha spiegato i punti fondamentali dell’unica politica estera e di sicurezza possibile nell’era post 11 settembre.
L’ex leader laburista non ha cambiato idea, non s’è nascosto, non ha cercato di cancellare le tracce del suo sostegno all’intervento militare, come è capitato alla sinistra politica e giornalistica americana, ma ha spiegato ancora una volta perché è stato giusto rimuovere il dittatore iracheno. Anzi ha rilanciato, ampliando il discorso anche all’Iran e alla necessità di battersi per il cambio di regime a Teheran. Blair ha spiegato che il tema delle armi di distruzione di massa, dall’Iraq all’Iran, è collegato a quello della natura del regime che se ne vuole dotare. Il ragionamento va oltre l’obsoleta faida ideologica tra realisti e idealisti che per sette anni ha riempito le pagine dei giornali e impegnato gli analisti dei centri studi.
Saddam era un pericolo perché aveva usato le armi di distruzione di massa, perché il mondo libero e l’Onu pensavano che ce le avesse ancora, perché le inchieste successive alla sua destituzione hanno dimostrato che aveva mantenuto intatti i programmi e il know how per rilanciare i progetti nucleari. Ma c’era anche un’altra ragione: la natura dispotica del regime di Baghdad rendeva questa minaccia molto più grave e urgente da affrontare, come oggi quella degli ayatollah islamici iraniani.
L’interesse nazionale coincide con quello morale, perché nel mondo globalizzato ciò che succede dentro uno stato ha ripercussioni anche fuori dai confini nazionali. L’11 settembre, poi, ha cambiato la percezione del pericolo e il calcolo dei rischi: “Non ci possiamo più permettere la possibilità che alcuni regimi canaglia che minacciano il nostro stile di vita si dotino di armi di distruzione di massa”, ha detto.
Il ragionamento di Blair è la versione liberale e di sinistra della più ruvida e brutale dottrina dell’1 per cento elaborata dall’ex vicepresidente americano Dick Cheney: dopo l’11 settembre, diceva Cheney, se c’è anche l’1 per cento di possibilità che qualcuno stia aiutando al qaeda a farsi un’arma nucleare, dobbiamo rispondere considerandola come una cosa certa.
Al contrario di altri leader della sinistra mondiale, come Bill Clinton e Massimo D’Alema, Blair non ha rinnegato la dottrina dell’ingerenza democratica, un tempo il pilastro portante del progetto dell’Ulivo mondiale. Blair, ha ricordato ieri, l’aveva esposta per la prima volta in un discorso tenuto a Chicago nel 1999, quando alla Casa Bianca c’era Clinton e a Palazzo Chigi D’Alema. Allora si parlava del Kosovo e della minaccia rappresentata dalla pulizia etnica serba, ma Blair aveva parlato anche di Saddam e delle sue ripetute violazioni delle risoluzioni Onu. Dal Kosovo all’Iran, passando per l’Iraq, secondo Blair il principio fondamentale di una politica estera liberale e di sinistra che vuole affrontare seriamente la minaccia posta da un regime dispotico non può essere quello di sostenere un’altra dittatura: “Se avessimo lasciato Saddam al potere, avremmo dovuto affrontarlo lo stesso, forse in circostanze in cui la minaccia sarebbe stata peggiore”.
Christian Rocca
