Ripensamenti
Milano. Il secondo anno di Barack Obama alla Casa Bianca si è aperto con una decisione scioccante per l’ala sinistra della sua coalizione elettorale, già profondamente delusa da molte delle scelte del presidente sulle questioni di sicurezza nazionale e di politica estera. Con una mossa a sorpresa, ieri mattina Obama ha chiesto al dipartimento della Giustizia di considerare l’ipotesi di spostare lontano da New York il processo a Khaled Sheik Mohammed (Ksm), l’architetto degli attacchi all’America dell’11 settembre oggi detenuto a Guantanamo. Ora è probabile che il processo si terrà in una base militare, forse anche fuori dal territorio nazionale. Non è esclusa, a questo punto, la possibilità che Obama si affiderà a Guantanamo, il supercarcere antiterrorismo che stando all’ordine esecutivo firmato dal presidente avrebbe dovuto essere già chiuso, ma che resterà aperto e funzionante almeno per un altro anno.
Soltanto qualche mese fa la scelta di celebrare a Manhattan il processo a uno dei maggiori responsabili dell’11 settembre a pochi isolati dal luogo dove sorgevano le due Torri gemelle era stata definita dagli obamiani, e salutata dalla stampa liberal di tutto il mondo, come il segno più evidente del cambiamento di clima e di approccio alla guerra al terrorismo tra Obama e Bush. A novembre, l’Attorney general Eric Holder ha annunciato la decisione di processare Ksm e altri quattro terroristi a New York, scatenando le proteste dei repubblicani e, in particolare, dell’ex vicepresidente Dick Cheney. Holder è andato al Senato a spiegare le ragioni della scelta, mentre Obama ne ha parlato a lungo in varie interviste televisive. L’Amministrazione, assecondata dalle pagine degli editoriali dei principali quotidiani americani, sosteneva che non c’era nessun pericolo, che avrebbe fornito mezzi e denaro federali sufficienti per non far pesare sulle spalle dei newyorchesi, già gravate dal ricordo e dal dolore, anche i costi extra per fornire la sicurezza necessaria (200 milioni l’anno per un processo che potrebbe durare diversi anni).
A chi avanzava dubbi sulla scelta di affidare a un tribunale ordinario il processo a cinque “nemici combattenti”, Obama e Holder assicuravano che il verdetto sarebbe stato certamente di condanna alla pena capitale e che nell’improbabile eventualità di un’assoluzione i terroristi non sarebbero stati liberati per nessun motivo, ma sarebbero stati fatti rientrare a Guantanamo. La scelta di processare i capi di al qaeda in una corte penale, dunque, era soltanto politica, un tentativo di andare incontro alle richieste della base liberal e radical del movimento obamiano, convinta che la guerra al terrore fosse un’invenzione di Bush chissà per quali oscuri motivi, e non un conflitto reale.
Così come è successo con la decisione di chiudere Guantanamo, salvo poi accorgersi che le alternative sarebbero state peggiori, Obama s’è dovuto ricredere sulla scelta di processare i terroristi a New York. Il sindaco della città Michael Bloomberg, il capo della polizia Raymond Kelly e il potente senatore democratico Charles Schumer e la sua collega Kirsten Gillibrand sono stati i primi a segnalare il ribaltamento di posizione e a suggerire al presidente di prendere in considerazione sedi alternative. I repubblicani hanno chiesto di spostare il processo a Guantanamo. Ieri è arrivata la comunicazione ufficiale del presidente attraverso un portavoce. Obama sostiene di essere ancora favorevole all’idea che Khaled Shaikh Mohammed e i suoi quattro compari possano essere processati “con successo e in modo sicuro dentro il territorio degli Stati Uniti”, lasciando al dipartimento della giustizia la decisione di spostare la sede del processo.