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La guerra di Palin

Liquidare Sarah Palin come un “joke”, uno scherzo, una cosa poco seria, un’americanata difficile da spiegare se non con l’ignoranza dell’America profonda e semmai capace soltanto di facilitare il lavoro dei comici televisivi vuol dire esporsi a possibili figuracce. Il rischio è identico per chi ipotizza futuri radiosi per la super mamma di Wasilla. Gli scenari da comandante in capo per quella che il deputato Tom Tancredo ha definito “una Thatcher molto, molto, molto più bella” oggi sembrano inopinatamente possibili, ma se l’economia dovesse riprendersi e i posti di lavoro aumentare la rielezione di Obama sarebbe un gioco da ragazzi e le speranze di Palin pari a zero.
Resta il fatto che, Casa Bianca o no, Palin è qui per restare perché è un tipico fenomeno americano, uguale e contrario a quello rappresentato da Barack Obama. Quello del presidente intellettuale si presenta con forme elitarie, quello della repubblicana di Wasilla, Alaska, ha i tratti provinciali, ma l’americanità soffice di Obama e quella ruvida di Palin, la biografia cosmopolita del presidente e quella popolare dell’ex governatrice non sono prodotti di due Americhe diverse, una buona e l’altra cattiva, sono figlie della stessa cultura, della stessa era, dello stesso american dream. C’è qualcosa di irrazionale nel loro appeal, qualcosa che appare profetico e messianico, ma che in realtà è la vera essenza dell’America, una perfetta miscela di sogno e progresso, di ottimismo e di spiritualità, di mito e di riforma, di umiltà e di compassione.
L’ex governatrice dell’Alaska ed ex candidata vicepresidente degli Stati Uniti nel 2008 non sarà mai riconosciuta come una pari di Obama, è molto probabile che non diventerà mai presidente e forse nemmeno lo sfiderà alle elezioni del 2012, ma con tutte le sue lacune e imbarazzi un anno e mezzo fa ha convinto sessanta milioni di americani a darle il voto presidenziale nel ticket con John McCain e oggi è l’unica stella repubblicana riconosciuta, la forza motrice dello strano revival conservatore di questi tempi.
Se Palin fa notizia anche quando starnutisce, se suscita amore fanatico e odio infinito a ogni sua mossa e se è riuscita a trasformare la frase “Palin presidente” nelle due parole inglesi più terrificanti per un americano di sinistra, così come nel lessico libertario di Ronald Reagan lo erano “sono lo stato e sono qui per aiutarvi”, vuol dire che l’hockey mom non è solo un fumetto, non è solo un personaggio da reality show, non è un dilettante allo sbaraglio, come hanno raccontato per mesi le caricature giornalistiche.
Lo ha riconosciuto uno dei più influenti commentatori di sinistra, Frank Rich sul New York Times, uno che più distante da Palin non potrebbe essere, ma che è stato sufficientemente lucido da ammettere che la ribelle repubblicana “è di gran lunga il marchio più importante della politica americana dopo Barack Obama, una cui bisogna prestare attenzione. Coloro che si illudevano che i suoi quindici minuti fossero finiti stanno ingannando se stessi”. Il più rumoroso degli odiatori di Palin, Andrew Sullivan, ha scritto sul suo blog che il discorso pronunciato da Palin nel weekend, alla convention dei Tea Party di Nashville, “è stato il più elettrizzante che abbia mai sentito da un leader repubblicano dai tempi di Reagan”.
Palin non è affatto finita, anche se non è facile intuire quali siano i suoi progetti, sempre che ci siano e che siano di natura politico-elettorale. Un giorno sembra declinare gli inviti a candidarsi alla presidenza – “Run, Sarah, run”, candidati, Sarah, candidati, le urlavano i fan a Nashville – ventiquattr’ore dopo dice, a FoxNews, che ovviamente ci sta pensando e che sarebbe stupido non farlo. Ogni sua mossa viene letta e interpretata in vista del 2012, l’anno del giudizio su Obama, ma potrebbe anche decidere di candidarsi a fare la Sarah Palin per tutta la vita. I vantaggi non sarebbero pochi.
Oggi Sarah Palin è la regina del movimento ribelle, antistatalista e antiestablishment dei Tea Party, nato in reazione al mega intervento pubblico deciso da Obama (ma iniziato da George W. Bush) per contenere la crisi economica. Sabato, dopo aver incassato un assegno da centomila dollari che ha promesso di devolvere alla “causa”, ha trionfato al raduno di Nashville. Il suo discorso è stato trasmesso in diretta da quattro canali all-news, cosa che succede solo ai presidenti, e ha monopolizzato il dibattito di Washington per giorni, come e più del discorso sullo stato dell’Unione pronunciato da Obama la settimana precedente.
Ogni suo post su Facebook, con i quali attacca Obama, demolisce la sua riforma sanitaria e chiede le dimissioni del capo dello staff del presidente, raggiunge direttamente il milione e trecentomila fan che la seguono appassionatamente ed è ripreso con grande evidenza da giornali e tv, in un modo che le fa determinare l’agenda politica, influenzare l’opposizione repubblicana e modificare la strategia della Casa Bianca ora costretta a inseguire improbabili toni populistici per non lasciare a Palin tutto il mercato della protesta e dell’insoddisfazione.
Palin, inoltre, raggiunge la sua base parlando da Fox News, il canale conservatore con cui ha firmato un contratto a molti zeri e che le sta costruendo uno studio televisivo accanto al tinello della sua casa di Wasilla. Palin scrive sui giornali, usa Twitter, tiene discorsi facendosi pagare centomila dollari a serata e vende centinaia di migliaia di copie del suo libro, incassando numeri a otto cifre, anche grazie a un fenomenale book tour con cui ha girato buona parte del paese radunando folle immense, come solo il candidato Obama sapeva fare. Soprattutto, Palin va in giro per l’America a sostenere i candidati conservatori alle primarie del Partito repubblicano, assumendo un ruolo centrale nella definizione della linea politica del partito. Il paradosso è che la Palin nazionale è molto più a destra della Palin dell’Alaska, una governatrice a cui forse la nuova Palin non avrebbe garantito il sostegno. L’effetto Palin a volte funziona, altre no, ed è ancora oggetto di dibattito se McCain abbia fatto bene o abbia sbagliato a sceglierla come vice. Palin ha una forte presa su una piccola fetta dell’elettorato americano, decisiva alle primarie repubblicane e fondamentale nel mobilitare gli elettori. Finora i candidati più accorti e vincenti, i due nuovi governatori della Virginia e del New Jersey e il neoeletto senatore del Massachusetts che ha sottratto ai Kennedy il seggio storico e a Obama la super maggioranza al Senato, sono stati molto attenti a tenersi lontani da Palin, anche perché nell’unico caso in cui la sua operazione di radicalizzazione del partito ha avuto successo (alle elezioni suppletive di novembre in un collegio dello stato di New York) è finita con il successo dei democratici che mancava da 150 anni.
Il suo comitato d’azione politica ha raccolto oltre 2 milioni di dollari nel 2009. Con i soldi, Palin ha ampliato il suo staff di consiglieri ed esperti con cui fa riunioni politiche quotidiane, per telefono o email, in modo da colmare le enormi lacune mostrate nella scorsa campagna elettorale. Questi briefing le torneranno utili nel caso dovesse candidarsi contro Obama, ma anche se decidesse di continuare la carriera di commentatrice tv e di leader esterna del mondo conservatore.
Christian Rocca

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