L’America non finisce mai di discutere sul big government
Quattordici anni fa, nel corso del tradizionale discorso sullo stato dell’Unione del 1996, Bill Clinton annunciò a sorpresa che “the era of big government is over”, la grande stagione della spesa pubblica era finita. La decisione rappresentò un trauma per la sua parte politica e prese in contropiede i suoi avversari repubblicani che soltanto due anni prima avevano vinto le storiche elezioni di metà mandato del 1994 conquistando il Congresso con Newt Gingrich e una piattaforma liberista e antistatalista (il famoso Contratto con l’America). Clinton ebbe il coraggio e l’acume politico di abbandonare i principi socio-economici della sinistra liberal che stavano facendo affossare la prima presidenza democratica dopo dodici anni di dominio conservatore. Clinton virò al centro e, con l’aiuto dello stratega Dick Morris, si inventò la famigerata “triangolazione”, un modo cinico ma brillante di rendere i democratici più accettabili alla maggioranza conservatrice del paese, attenuando le posizioni più radicali del partito e utilizzando parole d’ordine della parte opposta.
L’era del big government era finita, ma non soltanto a parole. Le ricette che già alla fine degli anni Sessanta e alla fine dei Settanta erano state rigettate dagli elettori – più tasse, più intervento pubblico e maggiore regolamentazione statale – sono state improvvisamente accantonate dal presidente che fino a qualche mese prima voleva riformare in senso europeo la sanità americana a vantaggio di una politica fiscale e di bilancio molto più rigorosa. La svolta politica ed economica gli garantì la riconferma alla Casa Bianca e gli consentì di cancellare il debito pubblico e di lasciare al successore un surplus. Il periodo di relativa calma internazionale (o di sottovalutazione di ciò che stava covando nel mondo islamico) e il boom economico conseguente resero il compito più facile.
Barack Obama ora si trova nella stessa situazione di Clinton poco prima di quel discorso del gennaio del 1996, ma ha il vantaggio di non aver ancora preso la batosta elettorale di metà mandato (le sconfitte in Virginia, in New Jersey e nel seggio di Ted Kennedy in Massachusetts sono state semmai un campanello di allarme). L’altro vantaggio di Obama è che i repubblicani, rispetto a quattordici anni fa, non hanno ancora definito i contorni di una nuova proposta politica, capace di andare oltre l’intercettazione del malcontento creato dalla crisi economica e dalla perdita dei posti di lavoro.
La partita è in corso, è apertissima e le ultime mosse della Casa Bianca e dell’ampio mondo conservatore che gravita intorno al Partito repubblicano sembrano volte a raggiungere lo stesso obiettivo: mostrarsi in vista delle elezioni di novembre come i portatori delle ricette economiche più adeguate e credibili per superare la crisi, contenere la spesa federale e ridurre il deficit di bilancio. Il big government, momentaneamente sepolto dalla cura Clinton, ha ripreso a prosperare prima con George W. Bush e il Congresso repubblicano e ora con Obama e i democratici.
L’esplosione del movimento dei Tea Party, il crollo di Obama nei sondaggi e questo ennesimo revival del sentimento antigovernativo tra gli americani nascono dall’idea che i politici di Washington abbiano sprecato denaro dei contribuenti per salvare e aiutare i responsabili della crisi, invece che aiutare le vittime delle malversazioni. Obama ha tentato in tutti i modi di spiegare che il massiccio uso di denaro pubblico in realtà ha salvato il paese da una nuova Grande Depressione – da una “catastrofe”, ha detto ieri – e con una mossa demagogica ha anche promesso di congelare per tre anni la spesa pubblica non legata alla sicurezza nazionale, alla previdenza e alla sanità, ma ormai anche i suoi più stretti collaboratori, da David Axelrod a John Podesta, ammettono che la battaglia comunicativa sia persa.
I dati dell’economia però sono migliorati, quindi Obama non rinuncia a dimostrare che il merito è del suo mega intervento pubblico da 787 miliardi di dollari. Ieri ha snocciolato le cifre secondo cui il Recovery Act avrebbe creato circa due milioni di posti di lavoro, mentre la crescita economica nell’ultimo trimestre 2009 è stata del 5,7 per cento, contro il meno 6 per cento precedente l’approvazione del provvedimento anticrisi. Questa mattina, invece, Obama firmerà un decreto per istituire una commissione bipartisan guidata dal repubblicano Alan Simpson e dal democratico Erskine Bowles (l’uomo del rigore fiscale alla Casa Bianca di Clinton) con il compito di proporre dopo le elezioni di novembre un piano nazionale per la riduzione del deficit che l’anno scorso è stato di circa mille e quattrocento miliardi di dollari e quest’anno probabilmente anche di più. Mosse obbligate, quelle della Casa Bianca, ma è come se l’agitazione di Obama confermasse il senso di sfiducia generale e la certezza che prima o poi saranno necessarie nuove tasse per far tornare i conti, specie se il presidente vorrà continuare con il progetto di copertura sanitaria semiuniversale.
I repubblicani propongono misure alternative e cercano di togliersi l’etichetta di partito del “no”. Un giovane deputato del Wisconsin, Paul Ryan, ha proposto un piano di rilancio fatto di tagli alla spesa, privatizzazioni della previdenza e riduzione delle aliquote. Un gruppo di big conservatori, guidati dal guru antitasse Grover Norquist, si è riunito a Mount Vernon, la residenza di George Washington, per lanciare un manifesto conservatore centrato sul rigore fiscale. Gingrich è pronto a presentare un nuovo Contratto per l’America, mentre i militanti della Conservative Political Action Conference presentano un documento intitolato “Contratto dall’America”. L’era del dibattito americano sul big government non è affatto finita.
