“My name is Tommaso Debenedetti. Just kidding”
Ho appena incontrato Philip Roth al cinema d’essai vicino casa e gli ho chiesto se si ricordava di me. Ha riso, piegando in due The Arts section del New York Times.
Roth mi ha chiesto se conosco il tizio che s’è inventato la sua intervista ed era molto interessato a sapere quanti soldi potesse aver fatto con il falso. Meno di 200 euro, ho azzardato io. Gli ho anche detto che i capi di Libero credo siano molto imbarazzati e vittime loro stessi del falsario. Roth ha annuito e mi ha ribadito che se Repubblica non gliel’avesse detto certamente non l’avrebbe mai scoperto. Mi ha chiesto, inoltre, se Debenedetti sia nipote ("grandson") del famoso critico letterario Debenedetti, come gli ha detto qualcuno. I don’t know, ho risposto. Sapendo del suo amore per il cinema italiano gli ho chiesto se stesse andando a vedere "Vincere" di Bellocchio. "No, vado a vedere Otto e mezzo, è da tanto tempo che non lo vedo". Molti saluti.
