Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Turchia in Europa per essere più forte in Asia centrale

Istanbul. Dal nostro inviato. Ibrahim Tamer Hasimoglu è dal 2004 presidente dello Strategic Planning Group della Koç Holding, il più grande gruppo industriale della Turchia per ricavi, capitalizzazione, export e numero di dipendenti. Fondato nel 1917 da Vehbi Koç, il gruppo è tuttora di proprietà della famiglia Koç. La holding turca (oltre cento aziende, di cui quattordici quotate in Borsa) ha interessi nel mercato automobilistico, dei servizi finanziari, dell’energia, delle costruzioni, degli elettrodomestici, dell’elettronica di consumo. E’ in joint venture con Fiat per la produzione di autoveicoli in Turchia e con UniCredit per i servizi finanziari (Koçbank).
Il top manager del gruppo preferisce non rispondere alle domande del Sole 24 Ore sui nuovi indirizzi politici presi dal governo di Ankara, ma rigirando la domanda sulla “svolta orientale” della Turchia sull’apertura dei nuovi mercati e le nuove opportunità di business per le aziende turche, Ibrahim Tamer Hasimoglu non esita a rispondere. «La Turchia gode di una posizione geografica molto privilegiata che le consente di accedere in modo molto facile a un’ampia varietà di mercati. Ma non è soltanto la vicinanza geografica ad aiutare la Turchia nel suo tentativo di penetrare i mercati orientali. Ci sono anche le connessioni storiche, culturali e sociali del nostro paese con il Medio Oriente e l’Africa del Nord, così come con le repubbliche dell’Asia Centrale. Questi – aggiunge Hasimoglu – sono vantaggi non di poco conto per le società turche che intendono fare business in quelle zone, anche perché la gran parte dei mercati orientali è ancora poco sviluppata».
L’analisi del presidente dello Strategic Planning Group della Koç Holding è identica a quella che si sente ripetere dai politici di Ankara e dagli analisti di Istanbul: non è vero che l’occidente ha perso la Turchia; la Turchia senza abbandonare l’occidente sta provando a conquistare i mercati orientali. «Vedo una buona opportunità per aumentare gli affari con questi paesi – dice Hasimoglu – Ma c’è di più. Come si è visto con la recente crisi globale, per un’azienda è sempre cruciale diversificare i mercati in modo da minimizzare le perdite durante i momenti di flessione economica». Da qui una delle possibili spiegazioni del boom economico turco, più 6,3 per cento del pil in questo anno di crisi diffusa: «La flessibilità di poter raggiungere nuovi mercati, nel momento in cui le economie più mature sono colpite pesantemente dalla crisi, fornisce alle aziende turche un grande vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti di altri paesi».
Questo, spiega il manager del gruppo Koç, non esclude la vocazione europea della Turchia: «Va ricordato – dice – che con una quota di circa il 50 per cento del totale delle nostre esportazioni, l’Unione europea è ancora il mercato più grande per le aziende turche e non penso che in futuro questa cosa cambierà in modo significativo. Anzi credo che proprio grazie alle intense relazioni economiche con l’Europa e all’esperienza sui nuovi mercati orientali, la Turchia diventa sempre di più una base allettante per le multinazionali straniere che vogliono aumentare la presenza nei mercati dell’Est. E questa è un’altra grande opportunità per le aziende turche di espandere le proprie attività nella regione con fusioni, joint ventures e investimenti con società straniere».
L’adesione della Turchia all’Unione europea, messa in discussione da diversi paesi membri e, stando ai sondaggi, anche dall’opinione pubblica turca, secondo il manager della Koç deve restare una priorità fondamentale per il governo di Ankara: «Entrare in Europa è decisivo non solo dalla nostra prospettiva di business, ma anche dal punto di vista politico, sociale e culturale. Siamo già nell’Unione doganale con l’Unione europea, dalla piena adesione all’Europa non mi aspetto quindi un grande impatto diretto sugli affari. Ma l’ingresso in Europa darebbe una spinta significativa alla credibilità e alla stabilità dell’economia turca. Col tempo si arriverebbe a un abbassamento del rischio sia per il governo sia per le società turche che ci permetterebbe un accesso più facile e meno costoso ai fondi globali. Fossimo in Europa, ci sarebbero anche più finanziamenti esteri diretti e un aumento del potere d’acquisto del popolo turco».
Christian Rocca

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