Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Gommalacca/5

I lettori della Domenica del Sole non credo siano tra i più attenti telespettatori del Festival di Sanremo. Peccato. Si sono persi molto, moltissimo, nell’ultima edizione. Non esagero se dico che sul palco dell’Ariston, quest’anno, si è sentita la migliore musica degli ultimi tempi. Sì, la più bella. Non fraintendete. Non sono impazzito. Non parlo di nessuna delle canzoni in gara, né dei giovani dei talent show né delle semistar internazionali. Mi riferisco a quella meravigliosa musica che la conduttrice Antonella Clerici chiamava “stacchetto numero 7” senza sapere di che cosa stesse parlando.
Lo “stacchetto numero 7” era quell’arioso brano orchestrale che il maestro Sabiu lanciava per annunciare l’ingresso della conduttrice, per presentare un ospite di riguardo, per aprire un nuovo capitolo della trasmissione. Era stata spacciata per una composizione originale, ma dopo che qualcuno ha avanzato il dubbio che fosse un plagio dei Sigur Ros, il maestro ha ammesso che si trattava di un omaggio al gruppo islandese. Sono certo che l’omaggio risulti anche dal borderò della Siae.
La canzone dello stacchetto è “Hoppipolla”, dall’album Takk del 2005. I Sigur Ros non scalano le classifiche, non vanno in radio, cantano in una lingua che suona come islandese, ma in realtà inventata per far concentrare sulla musica. Più probabile, dunque, che i sanremesi abbiano sentito “Hoppipolla” nel trailer del film “Il Milionario” o in “La nostra Terra” della Disney oppure in “I figli degli uomini” di Alfonso Cuarón.
Se una canzone è stata usata per rendere struggente la già commovente storia d’amore di un ragazzino indiano povero in canna che non si rassegna a perdere la donna della sua vita, ma anche per sottolineare la bellezza naturale del nostro pianeta o per descrivere lo scenario apocalittico di un mondo senza figli, non c’è da sprecare altro tempo. Si deve correre al primo negozio di dischi, ammesso che ne esistano ancora, e comprare qualsiasi cosa dei Sigur Ros. Un’alternativa c’è: andare a Roma il 21 luglio o a Ferrara il giorno successivo. In cartellone c’è Jónsi, vero nome Jón Pór Birgisson, trentacinquenne leader dei Sigur Ros. Lui è quello con i capelli di Tin Tin, vestito come uno della Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, con la voce in falsetto. Quello che suona la chitarra con l’archetto del violoncello. Un paio di mesi fa è uscito il suo primo disco solistico, “Go”, meno epico e più leggero dei Sigur Ros, ma con un paio di brani (“Tornado” e “Around us”) su cui poter costruire decine di colonne sonore e numerosi stacchetti capaci di riscattare le bolse prime serate di Raiuno.

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