Mattis, il nuovo generale di Obama
Se Barack Obama si limitasse a scegliere generali, i suoi indici di gradimento sarebbero vicini all’unanimità invece che galleggiare sotto il 50 per cento. L’uomo che il presidente americano ha scelto per guidare il CentCom, il Comando centrale delle Forze armate americane a Tampa, in Florida, piace a tutti, a destra e a sinistra, ai politici e ai militari, ad analisti e commentatori. Si chiama James Mattis, detesta mischiare la guerra con la politica e non è tipo da passare inosservato. Sembra un eroe di un film hollywoodiano: duro, deciso, cattivo. Harrison Ford potrebbe interpretarlo al cinema. L’attore, infatti, ha comprato i diritti di “No true Glory: A frontline account of the battle for Fallujah”, il bestseller con cui Bing West, ex vicesegretario alla Difesa nell’Amminitrazione Reagan, nel 2004 ha raccontato dalla prima linea la battaglia per la conquista di Falluja. Alla guida dei marines c’era Mattis.
Non sarebbe la prima volta che il personaggio Mattis appare sullo schermo. Qualche anno fa, è stato tra i protagonisti dell’iper realistica serie tv Hbo sull’Iraq ,“Generation Kill”.
Cinquantanove anni, Mattis prenderà il posto di David Petraeus, chiamato da Obama a risolvere, sul campo, la delicata campagna afghana. «Sono i nuovi Grant e Sherman», ha scritto lo storico militare Victor Davis Hanson paragonando la coppia Petraeus-Mattis agli eroi unionisti della Guerra di secessione.
L’esperienza della “Operation Phantom Fury” a Falluja ha segnato la carriera di Mattis. Nell’enclave saddamita ha combattuto una guerriglia senza scrupoli, capace di far saltare in aria americani e iracheni, militari e civili, senza alcuna pietà. La strategia adottata nella provincia di Anbar – uso della forza, capacità di adattarsi al nemico e volontà di trasformarlo in alleato – è stata la chiave del successo nella zona irachena più vicina al despota iracheno.
Mattis è noto per le sue doti intellettuali e per il linguaggio diretto. Nel 2005, di ritorno dall’Afghanistan, raccontò a San Diego di provare piacere nello sparare «alla gente che per cinque anni è andata in giro a schiaffeggiare le donne soltanto perché non portavano il velo». Mattis aggiunse che questi fondamentalisti in realtà non appartenevano al genere umano, «per cui sparargli è davvero molto divertente».
Il generale conosce anche le sfumature in un teatro di guerra. Non si scandalizza a trattare con i delinquenti: «Siamo un paese che ha armato Stalin per sconfiggere Hitler, possiamo benissimo lavorare con i nemici di al Qaeda per sconfiggere al Qaeda». Ai suoi uomini dice: «Se mostrate rabbia o disgusto verso i civili, concederete una vittoria ad al Qaeda ». Oppure: «Ogni volta che salutate un civile iracheno, al Qaeda si rivolterà nella propria tomba». L’ordine ai suoi marines è comunque di seguire sempre il motto che ha fatto la fortuna del corpo: «Dimostrate al mondo che non ci sono migliori amici né peggiori nemici dei marines». La regola è «siate educati, professionali, ma mettete anche in conto di dover uccidere chiunque incontrate». Un’altra delle sue ormai leggendarie regole di ingaggio è questa: «Sono venuto in pace. Non ho portato l’artigliera. Ma, con le lacrime agli occhi, vi giuro che se provate a fottermi vi ucciderò tutti».
Christian Rocca
