Gommalacca/9
Detroit è Motown, la città dei motori e della musica. Imprenditori come William Durant, Henry Ford, Walter Chrysler e Berry Gordy hanno trasformato la città fondata nel Settecento dai francesi in Motor city, la capitale delle automobili GM, Ford e Chrysler, ma anche nel centro vitale della musica soul con l’etichetta Motown. La città è in crisi, anche se nel mondo dei motori si intravedono segnali di ripresa, sottolineati dalla visita di venerdì del presidente Obama agli stabilimenti automobilistici della zona. Per la musica è diverso. Non sono più i tempi d’oro di Marvin Gaye, Diana Ross, Stevie Wonder, Michael Jackson e della Motown. E’ finita l’epoca feconda dei Motor City 5, la band che ha inventato il punk.
Eppure a Detroit è nato ed è cresciuto il più straordinario cantautore degli ultimi anni: Sufjan Stevens. Trentacinquenne, Stevens ha l’aria perfettina del bravo ragazzo di provincia, suona mille strumenti e canta con la voce più magnificamente triste del pianeta. Dolce e appassionata. Emozionata e sognatrice. La sua musica è un neo folk minimale e orchestrale. Psichedelica, senza essere allucinata. Semplice e complessa allo stesso tempo. I suoi dischi vanno ascoltati per intero, da solco a solco. Non sono composti da canzoni, ma da bozzetti musicali che uno dietro l’altro diventano sinfonia. Le singole canzoni sono comunque una meraviglia. Ascoltate Holland, anche nella cover jazz che ne ha fatto Brad Mehldau. Oppure Vito’s ordination song con quell’ammaliante ritornello ninna nanna lungo quattro minuti e mezzo che dice «rest in my arms, sleep in my bed, there is a design, to what I did and said».
Holland e Vito fanno parte del suo disco del 2003 intitolato Michigan, il primo di una titanica impresa che sa molto di mossa pubblicitaria di dedicare un disco a ciascuno dei cinquanta stati dell’Unione americana. Stevens ha cominciato con il suo Stato. Le canzoni raccontano luoghi, esperienze, sentimenti del Michigan: gli alberi imponenti, le autostrade che scorrono lungo i muri di granito, i grandi laghi, in «un’infinita concatenazione di paesaggi e culture incongrue» come ha scritto un critico americano. Detroit è descritta come una mostruosa prigione di pietra, distrutta dalla sua stessa infedeltà.
Il secondo Stato del progetto America di Stevens è l’Illinois. Nel 2005 è uscito Illinoise, il disco più bello che abbia mai fatto. Da allora si rincorrono voci su dischi legati alla California, al New Jersey, all’Oregon, ma in realtà Stevens ha sfornato soltanto progetti minimali e bizzarri. Uno di questi è il delizioso cofanetto da 5 cd di canti di Natale che ogni anno componeva per la sua famiglia. Sufjan Stevens dice di non credere più nella forma canzone, nell’album tradizionale. Ora però sta registrando un nuovo disco, a Brooklyn. Lo aspettiamo fedeli, ma impazienti, da cinque anni.
Christian Rocca
