Una via di mezzo tra Gesù e Pelè
NEW YORK. Dal nostro inviato.
Il New York Observer gli ha dedicato la copertina: Scott Dadich è il salvatore della Condé Nast, il ragazzo prodigio che farà entrare le riviste del gruppo di Vogue, Vanity Fair, Glamour, New Yorker e Wired nell’era digitale. «Scott è una via di mezzo tra Gesù e Pelè», dice il giornalista che lo ha scoperto. «Dadich è una di quelle persone intelligenti capaci di fondere storia e futuro nel presente. In altri campi ci sono riusciti Miles Davis e Frank Lloyd Wright», dice un pluripremiato fotografo del New Yorker. «Con un talento come Scott, le riviste non moriranno mai», aggiunge il leggendario art director di Esquire George Lois. «Scott ha una marcia in più», conferma il direttore del New Yorker David Remnick. Difficile trovare giudizi negativi o solntato diversi. Dicono anche che sia colto, elegante e di buone maniere.
Trentaquattro anni, texano, scoperto da un pubblicitario che rimase colpito dal lettering dei menu e dai disegni dei bagel e delle tazze di caffè sulla lavagna del bar di Lubbock dove lavorava da ragazzo, Scott Dadich è diventato in pochi anni il direttore creativo di Wired e l’alter ego del suo mitico direttore, Chris Anderson. Con la rivista high tech più influente del mondo, Dadich ha vinto ogni premio possibile di design grafico per le sue copertine sempre sorprendenti.
Ora Dadich ha un altro compito: salvare il mondo dell’editoria. Non è il primo, non sarà l’ultimo. Si è piazzato in un ufficio al numero 4 di Times Square, a Manhattan. Sulla scrivania ci sono iPad, iPhone e Kindle. Il suo immaginifico titolo è direttore esecutivo dello sviluppo dei magazine digitali. E’ la nuova star dell’impero editoriale di Si Newhouse. E’ l’uomo decisivo per il nuovo presidente del gruppo, Bob Sauerberg, il cui mandato è di cambiare il modello di business di Condé Nast e di puntare su nuove fonti di guadagno, provenienti in particolare dai contenuti digitali.
L’Observer scrive che quando si dovrà raccontare la storia del rilancio di Condé Nast bisognerà partire da un pomeriggio del maggio 2009 al Caffè Centro di San Francisco. In quell’occasione Dadich chiese al direttore di Wired di lavorare a un prototipo della rivista per una tavoletta digitale non ancora sul mercato. Dadich aveva in mente il futuristico computer touch screen usato da Tom Cruise nel film di Steven Spielberg Minority Report. L’iPad sarebbe uscito un anno dopo.
Per spiegarsi meglio, Dadich disegnò su un tovagliolo di carta come immaginava la rivista su uno schermo portatile simile a quello che poi sarebbe diventato l’iPad. Il direttore di Wired e tutto il gruppo gli hanno affidato le chiavi del loro futuro. Condé Nast ha siglato un accordo con Adobe per un unico software capace di impaginare gli articoli sia per la rivista cartacea sia per la tavoletta sia per i cellulari.
Le note rigidità di Apple hanno costretto Dadich e Adobe a modificare leggermente i piani, ma il mondo Condé Nast oggi è pronto per offrire ai suoi grafici un software che permette di disegnare sulla stessa piattaforma i lay out diversi per ciascun supporto e ai giornalisti di modificare il testo una sola volta per tutte le versioni, cartacea, digitale, cellulare. «Stiamo parlando di trovare un modo per fare i magazine digitali in parallelo con quelli cartacei senza diventare pazzi – ha detto Anderson all’Observer – Ci sono tante variabili nei magazine digitali. Ci sono migliaia di elementi individuali, interattivi, versione orizzontale e verticale». I magazine, dice Dadich, sono così come li conosciamo per una sola ragione: sono fisicamente limitati dai due pezzi di carta. L’iPad e gli altri strumenti che verranno cambiano tutto. Lo strumento è un altro. Gli spazi sono diversi. Si riparte da zero. Non ha senso replicare sul nuovo mezzo il modello del formato cartaceo. «Abbiamo un pannello di vetro. Ci sono tutti queti pixel. Ci sono queste proporzioni – spiega Dadich – Come le useremo? In che modo racconteremo le storie?».
L’application di Wired per iPad è stata la star del lancio della tavoletta di Steve Jobs. L’unica realmente interattiva, pensata appositamente per l’iPad, con contenuti specifici. A giugno sono state scaricate centoduemila e 884 copie della rivista, a 4 dollari e 99 centesimi ciascuna. Ora l’app di Wired è gratis, ma per scaricare i nuovi numeri si devono spendere 3 dollari e 99 centesimi. Condé Nast non ha fornito i dati di luglio, segno che sono in discesa rispetto al lancio. Ma la strada è segnata.
La prossima tappa è il lancio dell’application del New Yorker. Uscirà a ottobre: “Scott Dadich – ha detto il direttore David Remnick – avrà un ruolo importante nello sviluppo del design del New Yorker sia cartaceo, sia digitale, sia sul web. Non solo perché conosce il design molto bene, ma perché è interessato a migliorare il prodotto».
