Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Corri vecchia America, corri

La prossima volta che Time volesse dedicare una copertina al “grande romanzo americano”, come ha fatto la settimana scorsa con l’ultimo libro dello scrittore Jonathan Franzen, dovrebbe fare una semplice ricerca d’archivio e ripescare la sua cover del 27 ottobre 1975. La stessa cosa dovrebbe fare il suo concorrente Newsweek. Stessa ricerca, stessa data. Quel giorno di ottobre di trentacinque anni fa, le copertine delle due grandi riviste americane segnalarono ai lettori «il nuovo genio del rock» (Time) e «la nascita di una rock star» (Newsweek). L’immagine era di un ragazzo magro e barbuto di venticinque anni: Bruce Springsteen. Qualche settimana prima, il 25 agosto 1975, era uscito “Born to run”, il disco manifesto dell’America di metà anni 70 con cui il giovane timido e impacciato di Freehold aveva deciso di lasciare la costa del New Jersey per diventare il Boss e raccontare la società e la cultura del suo paese.
Springsteen non è solo una rock star. Da allora è uno dei cantori più autentici dell’America contemporanea, un fotografo capace di catturare lo spirito del tempo yankee, un corifeo del grande romanzo americano sotto forma di short story musicale. Springsteen partecipa allo stesso campionato di John Steinbeck, di Woody Guthrie, di Robert Frank, di Philip Roth. Come Steinbeck racconta l’America che parte dal nulla, da umili origini, da un passato di immigrazione, di povertà e di sofferenza. L’America dinamica che vuole fuggire e teme di veder sfumare il tanto reclamizzato sogno americano. «Runaway american dream», il fuggente sogno americano, è il tema ricorrente delle sue canzoni, ma anche il verso simbolo di Born to run che è diventato il titolo di un bel libro di Louis P. Masur in uscita per Arcana il primo settembre: “Runaway Dream – Born to run e la visione americana di Bruce Springsteen”. Il 15, per Feltrinelli, arriverà in libreria anche “Nativo Americano – La voce folk di Bruce Springsteen” di Marina Petrillo.
Come Guthrie, Springsteen dà voce a chi ha poco da perdere, a chi cerca un’idea, una visione, una speranza cui aggrapparsi per poi risollevarsi e ripartire. Come nelle fotografie di Frank, concentra nei confini ristretti di una canzone la grande epopea dell’America rurale che non si ferma, che lavora, che si rigenera. Come il suo conterraneo Roth, racconta l’eterna pastorale americana. Springsteen combina note e testi per ritrarre lo spirito della nazione, la forza della working class, l’epica paesana della gente comune. Le sue istantanee sono racconti con un inizio e una fine. Brevi storie con personaggi che dialogano e interagiscono. Gente che vive ai margini, che ha segreti da mantenere o una vita da riscattare. Amicizie adolescenziali, gite al fiume, amori di strada.
Alla fine c’è sempre una speranza di redenzione che, nei dischi successivi, Springsteen ha individuato nella famiglia, nei figli, nell’amore. L’unico rifugio che possa riparare l’anima da un «mondo così sporco e crudele, così disonesto e confuso». Un cambiamento che forse non è solo la tappa necessaria di un romanzo di formazione personale, ma anche il segno dell’evoluzione di una società. Sono gli anni degli eccessi, del falò della vanità, di Madonna material girl. La fuga vera è verso la famiglia, l’intimità, il focolare di una «lucky town».
Springsteen e l’America però sono born to run. Mary, Wendy, Terry, Eddie, Bad Scooter e Magic Rat sono i protagonisti in fuga da qualcosa e in cerca di qualcos’altro. Fanno parte del vasto campionario di operai, metalmeccanici, tornitori, manovali, lavoranti, braccianti, nullafacenti e prostitute alle prese con le miserie della vita di tutti i giorni. Gente senza niente, tranne la voglia di fuggire, di riscattarsi e di farcela. Personaggi che non vogliono carità, assistenza o beneficenza, ma che cercano di vivere in un modo migliore rispetto al giorno appena trascorso.
L’uomo americano è nato per correre, dice Springsteen. Vuole uscire dal tunnel in cui si trova. Freme per lasciarsi alle spalle la noia e la stanchezza di una vita ordinaria. Si batte per dimenticare il buio in cui è sprofondato. «Salta su, è una città piena di perdenti, e io me ne vado via di qui per vincere», è il finale di Thunder Road, la prima e forse la più bella canzone di Born to Run. Il protagonista sa di non essere un eroe, di non avere molto da offrire alla sua Mary, se non un’automobile sporca e scassata con cui inseguire un sogno, nel timore che possa essere già svanito: «Cos’altro ci rimane da fare se non abbassare il finestrino e lasciare che il vento ti scompigli i capelli. La notte è tutta per noi, queste due corsie ci porteranno ovunque».
Al netto della retorica, questa è anche l’America di oggi. Un ritratto preciso, sintetico ed efficace della sua immensa provincia. L’America colma di fede, carica di ottimismo, motivata dalla ricerca della terra promessa nel gigantesco spazio geografico che si trova davanti a sé. Può sembrare un’immagine anni Cinquanta. Si sente forse il sapore commerciale e posticcio di certi musical di Broadway. Può risultare stucchevole nell’era di Internet e della globalizzazione. Ma, spente le mille luci delle grandi città, l’America delle praterie e dei grandi spazi è ancora in movimento, resta sempre un paese alla conquista, una nazione alla spasmodica ricerca del futuro. Crisi o non crisi. Forse ancora di più nei momenti di difficoltà. L’ultimo censimento conferma che ogni anno, per scelta, quaranta milioni di americani cambiano casa, città, contea, stato. L’americano medio si sposta almeno quattordici volte nella sua vita. Nessuno al mondo si muove a questi ritmi.
Uno dei motivi dell’attuale cupezza americana è legata proprio alle minori possibilità di fuga. L’idea di trasformare l’America in una società di proprietari di case, avviata da Bill Clinton e celebrata da George W. Bush, si è malamente sgonfiata assieme alla bolla immobiliare di fine 2008 e ai maneggi truffaldini di Wall Street. Un tempo l’americano cantato da Springsteen prendeva e partiva. Lasciava alle spalle un ciclo economico in esaurimento e andava altrove, verso la meta più o meno sicura di un lavoro che a casa non sarebbe mai più tornato. Ora è più difficile. Ci sono le case e i mutui da pagare. Non è diminuita soltanto l’occupazione, ma anche il valore immobiliare delle proprietà. Il debito con le banche, invece, no. Vendere casa per andare altrove a cercare lavoro non estingue il mutuo. «I vagabondi come noi, nati per correre» di Born to run sono costretti a rimanere. In questo clima di confusione e di debolezza, i cantautori americani si rifugiano in storie minuscole, intime, d’amore. In attesa di un nuovo Springsteen capace di catturare ancora una volta lo Zeitgeist.
Trentacinque anni fa, quando uscì Born to Run, lo stato dell’Unione non era molto diverso da adesso. Nel 1974 c’era stata una profonda recessione, la crisi petrolifera aveva piegato il paese, lo spirito della nazione sembrava a terra. Un presidente odiato come Richard Nixon si era dimesso. Il Watergate aveva traumatizzato il paese. La guerra in Vietnam, dopo quasi vent’anni e 47mila morti, era finita in modo disonorevole. Il futuro sembrava volersi negare ai ventenni di allora che, come i protagonisti di Born to run, temevano già di non essere più giovani.
Springsteen non li ha mai abbandonati, nemmeno quando ha dato una curvatura più intellettuale e meno genuina alla sua opera. Negli anni dell’edonismo reaganiano ha smontato i falsi miti del patriottismo, ma da americano più americano di tutti. Born in the Usa. L’uomo nato per correre è nato, cresciuto e combatte negli Stati Uniti. La trasformazione economica e sociale di quegli anni aveva creato grandi ricchezze, ma anche disagi e difficoltà. La ricetta era la stessa: «No retreat, baby, no surrender». Non ritirarti, baby, non arrenderti. La quintessenza dell’America, riconfermata dopo l’11 settembre, quando con The Rising, Sollevarsi, Springsteen ha colto l’umore del paese ferito e umiliato, ma pronto al riscatto, nella prima e più completa riflessione letteraria sugli attacchi islamisti.
Negli anni di Bill Clinton, quelli dei soldi facili, dell’economia che tirava, della borsa che volava, Springsteen ha scritto un album dedicato a Tom Joad, l’eroe di Furore, il romanzo sulla Grande Depressione reso immortale su carta da John Steinbeck, in musica da Woody Guthrie e al cinema da John Ford. Allora, in quei tempi di piena, Springsteen chiedeva che cosa stesse accadendo a una società che improvvisamente dimenticava il significato della povertà, che cresceva negli agi e viveva con un’irresponsabile spensieratezza.
Uno dei personaggi di Furore si chiama Muley Graves. Nella versione cinematografica del romanzo, Graves è costretto ad abbandonare la terra che coltiva per il pignoramento della fattoria. Il contadino non sa con chi prendersela. Gli dicono che non è colpa dello sceriffo. L’agente immobiliare non c’entra. Nemmeno la banca locale era responsabile. “Quindi – chiede Graves – noi a chi dobbiamo sparare?”. L’attuale crisi finanziaria non ha provocato i disastri sociali della Grande Depressione, ma la rabbia degli americani per le ingiustizie e le diseguaglianze emerse in questi mesi è tornata a essere un fattore politico importante, capace di influenzare e, stando ai sondaggi, anche di travolgere Washington. La ricetta pubblica di Springsteen è sempre quella del protagonista di Thunder Road: «Mostra un po’ di fiducia, c’è qualcosa di magico in questa notte».
Christian Rocca

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