Gommalacca/14
Le quattro parole più terrificanti da sentire in uno studio di registrazione sono quelle che ogni tanto pronuncia il batterista di una rock band: «Ho scritto una canzone». La Convenzione di Ginevra dovrebbe severamente vietare all’uomo addetto alle percussioni di scrivere canzoni e di cantarle. Abbandonare rullanti, piatti e bacchette per occupare il centro del palco dovrebbe essere l’ottavo e più grave dei vizi capitali, un’infamia da punire con una lettera scarlatta ricamata sul petto del reprobo. Avete presente Octopus’s garden di Ringo Starr e Yellow Submarine? Pensate a come sono cambiati i Genesis da Peter Gabriel a Phil Collins o la PFM da Mauro Pagani a Franz Di Cioccio. Dave Grohl dei Foo Fighters canta bene, ma ai tempi dei Nirvana lasciava l’incombenza a Kurt Cobain. I Queen ce li ricordiamo per Freddie Mercury, non perché a volte il microfono passava a Roger Taylor. Levon Helm e Don Henley cantavano e suonavano la batteria per la Band e per gli Eagles, ma quelli erano gruppi collettivi e loro non erano certo l’unica voce. Sì, i Kiss hanno avuto due batteristi cantanti, ma chissene dei Kiss?
C’è un’eccezione: Philip Selway. Se ne è stato buono per 25 anni a dare ritmo ai Radiohead. Qualche giorno fa ha pubblicato un disco da cantautore vero. Si intitola Familial, ed è edito dalla formidabile etichetta Nonesuch.
Selway non è l’unico dei Radiohead ad aver intrapreso una carriera solista. Thom Yorke ha pubblicato Eraser. Jonny Greenwood ha scritto le straordinarie musiche per il film There will be Blood (Il petroliere), ingiustamente private dell’Oscar perché la colonna sonora conteneva anche brani non originali. I dischi di Yorke e Greenwood sono molto Radiohead. Li riconosci alla prima nota.
Selway, invece, ha cercato di rendersi irriconoscibile. Non c’è riuscito sempre. I primi due brani, By some miracle e Beyond reason, sono molto Radiohead. I testi del quarto, All Eyes on you, ricordano l’alienazione sociale di Creep: «Così fragile e piccolo. Così spaventato, sei terrorizzato da tutti. Ti guardano tutti». Familial è un disco alla Nick Drake, però familiare (musicisti e recensori non sbagliano mai a citare lo straordinario cantautore inglese morto in piena depressione nel 1974, a ventisei anni). La canzone più bella è A simple life: «C’è un posto dove possiamo andare, c’è un posto dove noi due possiamo nasconderci. Staremo fermi, non faremo rumore, spegneremo la luce, poi ce ne andremo e scompariremo nella notte, vogliamo una vita semplice».
Christian Rocca
