Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Gommalacca/19

Questo è l’anno delle cover. La tendenza di omaggiare in modo sistematico le canzoni di qualcun altro è iniziata con Peter Gabriel. Poi c’è stata Bettye LaVette. Forse è mancanza di nuove idee, magari soltanto doveroso omaggio ai padri della patria rock. In alcuni casi, il risultato è formidabile. Peter Gabriel è uscito con Scratch my back, raccolta di canzoni rock dei Radiohead e dei Talking Heads, di Bon Iver e di Paul Simon, di David Bowie e di Lou Reed. Quando il disco è stato annunciato si temeva la catastrofe, ma è bellissimo. Non ci sono strumenti rock, ma archi e fiati. Le canzoni sembrano di Peter Gabriel, del Peter Gabriel vero, non quello stanco degli ultimi tempi. Il progetto è proseguito con gli autori originali che hanno ricambiato il favore, cimentandosi con i brani dell’ex leader dei Genesis (belle Come talk to me rifatta da Bon Iver e I don’t remember in versione Talking Heads).
Bettie LaVette, regina del soul, con Interpretations ha affrontato con coraggio i Pink Floyd (Wish you were here), i Led Zeppelin (All my love), i Traffic (No time to live) e George Harrison (Isn’t It A Pity). Meno note, ma altrettanto riuscite, sono le canzoni del cantautore folk John Prine, rivisitate in Broken Hearts & Dirty Windows da Justin Vernon, Conor Oberst, Lambchop, The Avett Brothers e altri della scena alt-country.
Amanda Palmer, ex Dresden Dolls, ha costruito un mini album di canzoni dei Radiohead per ukulele, la chitarrina hawaiana, dal titolo abbastanza esplicativo: Amanda Palmer Performs The Popular Hits Of Radiohead On Her Magical Ukulele. Il disco si compra sul sito della cantante, per meno di 1 dollaro.
Antony & the Johnson, infine. Il loro nuovo disco sta per uscire, ma è stato anticipato da un mini ellepì che si intitola Thank you for your love. A parte la canzone che dà il titolo all’album, e un paio di altre gemme, al cantante transgender riesce una doppia capriola carpiata. Canta la canzone più uncoverable della storia, Imagine di John Lennon. E ci riesce, con un inquietante sottofondo di treno della periferia americana. In natura non c’è nulla di più distante della sua voce celestiale dalla raucedine di Bob Dylan. Eppure ascoltate Pressing on (oppure la Knockin’ On Heaven’s Door del film I’m not there). Sembrano altre canzoni, nuove, sorprendenti, vitali. Ma sono le stesse. Sono cover riuscite.
Christian Rocca

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