Camillo - Il blog di Christian Rocca

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La versione di Tony e George W.

Prima Tony Blair, ora George W. Bush. I due leader che hanno elaborato la risposta agli attacchi islamisti dell’11 settembre 2001 hanno scritto la loro versione dei fatti. Dopo anni di copiosa, fortunata e spesso dietrologa pubblicistica internazionale volta a svelare i complotti, i segreti di stato e i piani occulti che, anche quando non c’erano, avrebbero guidato l’Amministrazione americana e il suo alleato britannico a invadere prima l’Afghanistan e poi l’Iraq, i due principali protagonisti di quella stagione hanno raccontato sensazioni, umori, difficoltà di quei momenti decisivi d’inizio millennio.
Un viaggio (Rizzoli) dell’ex premier britannico e Decision Points (Crown) dell’ex presidente americano sono diari sul contesto di quelle scelte. I due memoir sono diversi. Il libro di Blair è un’autobiografia politica. Quello di Bush è un elenco di decisioni personali e istituzionali. Anche lo stile è diverso. Blair è verboso, elegante e forbito. Bush è asciutto, deciso e brillante. Entrambi parlano di molto altro che di 11 settembre e Iraq, ma è la risposta alla guerra jihadista a rendere interessanti i due libri. Blair e Bush raccontano l’odore dei morti, lo stato d’ansia dell’Occidente, il timore di una seconda ondata di attacchi, ma anche i falsi allarmi, le lettere all’antrace, la pressione psicologica dei giorni in cui assieme alle Torri gemelle sembrava stesse per crollare il mondo. Bush ricorda di quando fu svegliato di notte perché la Casa Bianca era sotto attacco. Qualche ora dopo l’allarme rientrò, ma Bush scrive di lui in calzoncini corti e maglietta che corre con Laura attaccata al braccio destro perché non aveva avuto tempo di mettersi le lenti e il barboncino Barney in mano. Bush ironizza sulla precipitosa corsa verso il bunker, ma rende il disagio, la solitudine e la responsabilità di chi in quei giorni era al potere. L’ex presidente racconta anche di quel giorno in cui pareva che la Casa Bianca fosse stata colpita da un attacco biologico e tutti, da Dick Cheney a Condoleezza Rice, da Don Rumsfeld a Colin Powell, esposti al virus. C’erano solo da aspettare le analisi sulle cavie. Se 24 ore dopo i topi fossero morti – «piedi in su» come da gergo Fbi – anche il loro destino sarebbe stato segnato. Il giorno successivo, il direttore dell’Fbi chiamò la Situation Room. Chiese di Condoleezza Rice. «Ecco la telefonata che aspettavamo», disse Condi allontanandosi. Poi l’annuncio a tutti gli altri: «Gambe giù, non su». Episodi di questo tipo ci sono anche nel libro di Blair. Fanno sentire il dolore, i dubbi, il sudore delle scelte sotto pressione, in un contesto in cui tutti chiedevano di evitare a ogni costo altri attacchi e poi di reagire e punire i colpevoli. Bush ricorda che la war resolution approvata in quei giorni accolse in pieno la famigerata "dottrina Bush" (colpire i terroristi e chiunque li avesse sostenuti) con un voto 98 a zero al Senato. Blair e Bush ammettono gli errori. Non se la prendono con gli avversari, non giustificano i disastri accusando qualcun altro. «La mia presidenza si è chiusa in modo orribile», ha scritto Bush. A riscattarlo ci sono i primi due anni di Obama. Di fronte alle medesime scelte, Obama ha mantenuto l’architettura giuridica della guerra al terrorismo del suo predecessore, ha esteso al Pakistan le operazioni militari e continua a pensare che la migliore strategia anti-jihad sia quella ideata da Bush e Blair: un futuro libero, democratico e costituzionale per il Medio Oriente, a cominciare da Iraq e Afghanistan.
Christian Rocca
Sul Sole 24 Ore di oggi

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