Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

L’esilio di Saddam

Marco Pannella da anni parla di una fantasmagorica proposta chiamata “Iraq Libero”, ovvero di una possibile soluzione politica della crisi irachena del 2003 che, con l’esilio di Saddam Hussein, avrebbe evitato la guerra in Iraq. Ogni due o tre mesi, il leader radicale riprende in mano la solitaria battaglia. Interviene su Radio radicale, organizza uno sciopero della fame e chiede un’inchiesta Onu, Ue o del Congresso americano. Puntualmente, non succede nulla. Ora si ricomincia.
L’occasione mediatica è la seconda audizione di Tony Blair alla Commissione di indagine londinese sull’Iraq. Due elezioni fa, Pannella chiedeva voti in nome di Tony Blair. Secondo i radicali, Blair era l’emblema più fulgido del riformismo liberale e di sinistra, assieme a Zapatero e Loris Fortuna. Oggi Pannella considera Blair un bugiardo, un mascalzone, un traditore. Un losco figuro le cui mani non sono nemmeno insanguinate, tanto sono impegnate a mettersi in tasca i profitti bisunti dei suoi sporchi affari. Che cosa sia cambiato rispetto a quattro anni fa è difficile da comprendere, ma perlomeno si capisce meglio perché Daniele Capezzone sia scappato di là.
Posso testimoniare che, per la campagna Iraq Libero, Pannella prese spunto da un titolo comparso sull’Herald Tribune, ripreso in Italia da tutti i giornali e in particolare da Repubblica. Me lo disse lui stesso, in un albergo a New York qualche tempo dopo. Il titolo riportava la notizia di una proposta di Bush a Saddam: o l’esilio o la guerra.
Pannella, insomma, si ispirò a Bush per la sua campagna “Iraq Libero”. Le date lo dimostrano: Pannella lanciò la campagna il 20 gennaio 2003. Il giorno prima, 19 gennaio, Repubblica raccontò che a Washington stavano lavorando all’ipotesi di “un esilio dorato” per Saddam (parole di Donald Rumsfeld, non di Emma Bonino). Iraq Libero era nei piani della Casa Bianca ben prima che in quelli di Pannella. Era un’idea meravigliosa, come molte altre pannelliane. Aveva solo il piccolo problemino che Saddam non era d’accordo. Il dittatore iracheno sopravvalutava il peso del popolo della pace e confidava in Jacques Chirac e Gherard Schroeder (non ancora su Pannella, ché ai tempi spiegava dai microfoni di Radio radicale quanto fossero sue, radicali, le idee e i progetti neocon di promuovere la democrazia nei paesi arabi).
A marzo, poche ora prima dell’invasione militare, gli americani ci riprovarono: «Messaggio a Saddam: l’esilio è la sua ultima speranza. La diplomazia finisce, Bush emette un ultimatum», titolò l’Herald Tribune. Bush aveva offerto esplicitamente a Saddam la via d’uscita pacifica: l’esilio. Iraq libero, nella retorica pannelliana. La risposta di Saddam, affidata al ministro degli Esteri Naji Sabri, fu la solita: «L’unico modo per evitare la guerra è che se ne vada il principale guerrafondaio del mondo», con cui intendeva Bush. La stessa posizione odierna di Pannella.
Il leader radicale sostiene di avere le prove del complotto Bush-Blair per far scoppiare la guerra e negare l’esilio al povero Saddam. La prima prova che porta è la trascrizione di una telefonata tra Bush e Aznar, precedente la guerra. Pannella interpreta il testo pubblicato dal Pais come la conferma che Bush (cioè l’autore autentico della proposta Pannella) non volesse l’esilio. A un certo punto, secondo Pannella, il presidente americano confessa che Gheddafi avrebbe detto a Berlusconi che Saddam sarebbe stato pronto a lasciare. Una voce di terza mano, riferita peraltro da interlocutori contro cui di solito Pannella organizza manifestazioni, sit-in, satyagrah, tanto li considera inaffidabili. Ma la cosa più importante è che la trascrizione della telefonata semmai dimostra il contrario: Bush avrebbe preferito non sparare un colpo e Saddam resisteva perché faceva affidamento sul no alla guerra di Francia e Germania.
Una conferma è contenuta nell’autobiografia di Laura Bush. Il New York Times ha definito il libro banale e scontato, tranne nel punto in cui la moglie dell’ex presidente si chiede che cosa sarebbe successo se il francese Chirac e il tedesco Schroeder si fossero davvero impegnati a convincere Saddam ad accettare l’esilio e a fargli capire che gli americani facevano sul serio.
Ci sono anche documenti ufficiali a smontare la tesi pannelliana, oltre al buon senso. Douglas Feith, vice di Rumsfeld al Pentagono, è ovviamente un uomo di parte in questa vicenda. Ma nel suo libro War and decision è inconfutabile, perché cita documenti opportunamente desecretati e riportati in copia fotostatica e addirittura su un apposito sito, waranddecision.com. A pagina 539 del libro c’è un memo del Pentagono datato 23 agosto 2002 dal titolo “Amnistia e cambio di regime”. Dentro c’è l’elaborazione della strategia per evitare la guerra e concedere l’esilio a Saddam, scritta circa 5 mesi prima del risveglio pannelliano. Sul sito, invece, si trovano 4 dettagliatissime pagine intitolate “Strategia dell’ultimatum, esilio come alternativa alla guerra”. La data è 4 marzo 2003. C’è il piano diplomatico per l’esilio e la bozza di una risoluzione Onu che garantiva a Saddam e a 13 suoi parenti e sodali l’immunità per i loro crimini. Saddam disse di no. Qualcuno ora liberi Pannella dalla sua ossessione.

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