Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Che fare in Libia

Le dichiarazioni italiane, le prese di posizione europee, le condanne delle Nazioni Unite non bastano. Mettere in guardia sul rischio del fondamentalismo islamico, nel caso il regime quarantennale di Muammar Gheddafi dovesse finalmente cadere, non serve assolutamente a nulla se, nel frattempo, a Bengasi e a Tripoli e nelle altre città libiche le milizie del Colonnello continuano a sparare ad altezza d’uomo sui manifestanti. La priorità è fermare il massacro, poi contenere gli effetti dell’inevitabile caduta del regime e, infine, aiutare il processo di ricostruzione del paese. Questo è il nostro interesse nazionale, oltre che la cosa giusta, etica e morale da fare.
Non abbiamo bisogno nemmeno di usare la tragedia libica a fini di politica interna. Creare polemicucce sui cadaveri libici per meglio assestare un colpo a Silvio Berlusconi o a Massimo D’Alema, come capita di assistere in televisione e pure in Parlamento, non è da paese serio. Se Gheddafi spara non è colpa della politica filo-araba di Giulio Andreotti o di Gianni De Michelis. La colpa è di Gheddafi e, semmai, della comunità internazionale che glielo consente. L’impresentabilità del Colonnello non è imputabile né a Romano Prodi né a Massimo D’Alema né a Silvio Berlusconi, nonostante tutti e tre abbiano mostrato grande, ammirata ed eccessiva amicizia nei confronti del "re dei re" libico.
Giulio Andreotti diceva che i paesi confinanti, purtroppo, non ce li scegliamo. Naturalmente aveva ragione. Con i vicini produttori energetici e porta d’ingresso dell’immigrazione clandestina si è costretti a trovare un punto d’incontro. L’idea di un trattato di amicizia con la Libia, anche tenendo conto dei misfatti commessi in età coloniale, non era di per sé un’enormità, come testimonia il voto bipartisan espresso dal Parlamento italiano nel 2009 (tranne piccole eccezioni). Tanto più che a cominciare dal 1999, e ancor più dal 2003, Gheddafi ha ammesso le colpe del passato, ha consegnato i programmi nucleari e ha collaborato con l’Occidente. Certamente avremmo dovuto pretendere concessioni, riforme, aperture democratiche e non solo i preziosissimi contratti per le nostre aziende, anche per renderli più sicuri, ma chiudere l’era in cui i libici sparavano sui pescherecci di Mazara del Vallo o lanciavano missili su Lampedusa non era una strada sbagliata.
Anche gli americani, peraltro, hanno riallacciato i rapporti diplomatici con la Libia, dopo i bombardamenti degli anni Ottanta. Il sindaco di New York Mike Bloomberg, giustamente, non ha concesso al dittatore libico di impiantare la sua famigerata tenda a Central Park e i cable di WikiLeaks hanno dipinto il Colonnello come un «pazzo», ma nelle stesse ore in cui Gheddafi straparlava a Roma, il segretario di Stato Hillary Clinton, «per conto del presidente Barack Obama», faceva gli auguri al popolo libico per la festa nazionale gheddafiana e auspicava il rafforzamento della partnership libico-americana.
Il New York Times che ieri titolava il suo editoriale «Il macellaio libico», un anno fa ha messo la sua pagina delle opinioni a disposizione di un delirante articolo di Gheddafi che proponeva un unico Stato tra Israele e Palestina, da chiamare Isratine. Anche in America Obama è stato accusato di non aver parlato sulla crisi libica (ieri sera ha fatto la prima dichiarazione pubblica) e soprattutto di non fare niente per fermare la strage. Sarah Palin è tra le più scatenate nello strumentalizzare a fini personali la crisi di Tripoli. Come quelle nostrane, queste sono polemiche da cortile, parodia di una politica estera, intralcio agli interessi nazionali.
L’Italia è il primo partner commerciale della Libia e per questo dovrebbe esercitare un’influenza forte sulla leadership libica, invece di spiegare che non è compito dell’Europa intervenire negli affari interni del paese nordafricano. Se non ci riuscisse, come è probabile, sarebbero necessarie sanzioni economiche immediate e unilaterali di Europa e Stati Uniti, perché non si può aspettare che si muovano le pachidermiche e inefficaci Nazioni Unite (soltanto un anno fa l’Onu ha eletto la Libia nel Consiglio per la difesa dei diritti umani e, per non farsi mancare niente, tra i suoi commissari internazionali schiera quel Jean Ziegler già vincitore del Premio Gheddafi per i diritti umani).
Sarebbe auspicabile instaurare anche una no-fly zone sui cieli libici per impedire all’aviazione di Gheddafi di continuare a usare gli aerei per sparare sulla folla. L’immobilismo non è più un’opzione. Le parole non bastano più. L’Italia di destra e di sinistra dovrebbe guidare l’Europa e convincere gli Stati Uniti a usare tutto il potenziale politico, diplomatico e militare a disposizione per fermare la repressione, aiutare l’opposizione ed evitare un rischio Somalia.
L’idea del ministro Franco Frattini, secondo cui non è compito dell’Europa interferire negli affari interni della Libia, non è solo miope, sbagliata e fondata sull’illusione che il regime alla fine si salverà. È anche diametralmente opposta a un’ormai consolidata politica estera italiana, condivisa dai governi di centro-sinistra (Somalia, Serbia, Albania, Libano) e di centro-destra (Iraq e Afghanistan) e incentrata sul diritto all’ingerenza democratica e sul dovere d’intervenire per fermare i massacri a pochi chilometri di distanza da casa nostra.
Christian Rocca
Articolo sul Sole 24 Ore di oggi

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