Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Il nostro giornalismo ha il raffreddore

Spero che nessuno, ma proprio nessuno, legga il libro di Gay Talese, Frank Sinatra ha il raffreddore, pubblicato dalla Bur-Rizzoli. Potrebbero crollare all’istante le vendite dei giornali. Troppa la disparità qualitativa tra gli articoli del giornalista e scrittore italoamericano e quanto pubblicano oggi quotidiani e riviste nostrane. Oppure, magari no, dovrebbero leggerlo tutti questo meraviglioso libretto di Talese, perché magari uno, dieci, cento lettori potrebbero ribellarsi, mobilitarsi e in nome di una verità semplice, ma rivoluzionaria, chiedere a gran voce: ehi, guardate che sui giornali potete anche mettere cose da leggere, lunghe, approfondite, letterarie, articoli che divertano eccetera (nella definizione “letteraria”, in questo caso, non sono compresi gli articoli inventati, nostro onore e vanto).

Si chiamava new journalism, un tempo. Era la definizione coniata da Tom Wolfe nel 1973 per descrivere una nuova forma di giornalismo, letteraria, capace di portare il lettore vicino alle persone e ai luoghi reali con dialoghi, descrizioni, dettagli – persino, aggiunge Talese, «il monologo interiore» – e tutte le tecniche tipiche della fiction.
Radical Chic di Tom Wolfe era la cronaca di un party con le Pantere Nere nella Penthouse di Leonard Bernstein su Park Avenue uscita in due puntate sul New York Magazine. A Sangue Freddo di Truman Capote era il reportage sull’uccisione, senza apparenti motivi, di una famiglia del Kansas e sui due assassini.

Tom Wolfe sostiene che il genere sia stato inventato proprio da Talese nel 1962 con un mirabile ritratto del pugile in pensione Joe Louis, ristampato in questo libro. Talese racconta che l’ex campione, ormai pensionato di mezza età, era un fanatico della televisione, aveva un apparecchio in ogni stanza, «perfino in bagno, sopra la vasca, sistemato con un’angolazione tale da permettergli, mentre faceva la doccia dall’altra parte della stanza, di sbirciare al di sopra della tenda e vedere lo schermo televisvo riflesso in uno specchio strategicamente piazzato».

Leggere questa collezione di scritti di Talese è un piacere assoluto, specie se paragonata al Meridiano Cencelli che la Mondadori ha dedicato ai nostri migliori rappresentanti di categoria. Quelle di Talese sono storie giornalistiche vecchie di quaranta e cinquant’anni, raccontate come fossero romanzi. Il ritratto di New York, dei suoi vicoli, dei suoi scenari surreali, di tutte quelle cose che passano inosservate è una delizia. L’incontro tra Mohammed Alì e Fidel Castro a Cuba è esilarante. La vita silenziosa post Marilyn del grande Joe Di Maggio tra i vecchi amici al bar Reno e quelli al ristorante di famiglia a San Francisco è commovente. E poi c’è il famoso pezzo su Frank Sinatra, visto da vicino nei giorni in cui The Voice è intrattabile e malinconico a causa del raffreddore. Sinatra e i fan. Sinatra e gli amici. Sinatra, le arrabbiature e i gesti di generosità. Sinatra il megalomane, il cantante, il bulletto sul set cinematografico con Virna Lisi.

E allora mi chiedo perché è finita l’era del new journalism? In America resistono il New Yorker e restano tracce del genere in qualche rivista come Esquire, Rolling Stone, Vanity Fair. Bob Woodward scrive inchieste sui presidenti in carica in modo romanzesco, ma non ha la verve dei new journalist. E poi William Langewiesche, Lawrence Wright e Matt Labash. Iniziano anche i primi esperimenti di long form journalism venduti su Kindle e iPad. L’ultima iniziativa, salutata dal New York Times come la casa del long-form journalism, si chiama The Atavist e per ora offre per una manciata di dollari un pugno di storie giornalistiche interattive scaricabili sui tablet.

In Italia, zero. Gomorra poteva essere l’esempio, ma Roberto Saviano ha preferito diventare guru piuttosto che continuare a romanzare l’attualità. Ricordo un bellissimo articolo di Alessandro Piperno sul Corriere della Sera sul delitto di Garlasco, ma poco di più e comunque sempre relegato nelle pagine di cultura. L’eccezione è stata Il Foglio, in particolare con Mattia Feltri e le sue sterminate inchieste sulla morte di Lucio Battisti, sulla prigionia di Adriano Sofri (diventato un libro Rizzoli), sul mostro di Firenze, su un qualche delitto satanico in Puglia. E poi i mega ritratti di Marco Ferrante, le indagini olandesi e israeliane di Giulio Meotti, un viaggio Roma-Avellino in macchina tra una praticante e Max D’Alema e certamente me ne dimentico altri (ma, ovviamente, non il mio mese tra Montreal e Toronto sulle strade di Barney).
Aridatece er niu giornalism. Ammesso che ci sia mai stato.

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