Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Gommalacca/49

Il più bel nuovo-disco-inglese-degli-anni-Sessanta è uscito il 2 maggio scorso, anno domini 2011, a firma di un gruppo di poco più che ventenni di Seattle, negli Stati Uniti. Chiunque abbia amato i Fairport Convention e il loro folk psichedelico imparentato con il rock barocco dei Genesis e dei Family dovrà correre al primo negozio di dischi, ammesso che ne esistano ancora. Il consiglio è esteso agli appassionati dell’adattamento yankee del british folk, il genere musicale fagocitato quasi cinquant’anni fa da Bob Dylan e da Crosby Still Nash e Young, dai Grateful Dead e da Simon & Garfunkel e più recentemente da Sufjan Stevens e dai Decemberists, da Bright Eyes e dagli Avett Brothers.

Il gruppo si chiama Fleet Foxes e Helplessness blues è il loro secondo disco. Il primo ebbe un gran successo di critica, quando uscì nel 2008. Passati tre anni sembrava che il leader Robin Pecknold, stranito dagli elogi, avesse perso l’ispirazione o pretendesse troppo dal gruppo. Ma i tre anni non sono passati invano. Helplessness blues è meraviglioso, un disco antico e moderno, ricercato, colto, con un suono da jam session orchestrale pop e barocca, con cori, armonie e pure qualche sopportabile sprazzo free alla John Zorn. Il rischio di citazionismo era ovviamente alto, ma la sinfonia musicale che i Fleet Foxes sono riusciti a creare è originalissima.

Come tutti i buoni dischi collettivi degli anni Sessanta e Settanta, Helplessness blues non può essere ascoltato saltando da un brano all’altro. Non è un disco da mp3, da iPod, da ascolto shuffle, anche se non è un concept album come quelli di una volta. Va affrontato con metodo, dall’inizio alla fine. Le canzoni singole spiazzano, non danno punti di riferimento. Ascoltandolo invece dal primo brano, Montezuma, si entra subito nell’attuale territorio indie americano. A poco a poco si coglie l’anima del progetto: le chitarre acustiche e i mandolini stuzzicano ricordi e colpiscono i punti giusti, violino e arpa rimandano ad atmosfere familiari. Il brano numero 5, The Plains/Bitter Dancer, è quello della svolta. Si apre con un coro angelico e, in quell’esatto momento, si è conquistati definitivamente.
Christian Rocca

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