Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Bush III

Il discorso di Barack Obama sul Medio Oriente in realtà sono due discorsi. Il primo sulla politica americana in Medio Oriente. Il secondo sul conflitto israelo-palestinese.
La prima parte è quella fondamentale, perché codifica il fallimento del suo iniziale approccio alle questioni mediorientali e fa tornare l’America – con qualche ritardo, ma con merito – alla strategia elaborata dopo l’11 settembre da Bush e da Blair, dai conservatori illuminati e dagli internazionalisti liberal. Il Sole è stato l’unico giornale italiano che da mesi racconta questa evoluzione.
Due anni fa, Obama era andato al Cairo a dire ai regimi arabi e islamici, offrendo loro la mano della trattativa, che l’America avrebbe abbandonato la politica del "cambio di regime" di Bush e che con lui si sarebbe potuto trattare sul nucleare e su tutto il resto. Coerentemente, nel silenzio della stampa soprattuto europea, Obama ha cancellato o dimezzato gli aiuti ai gruppi democratici della regione, ha azzerato la retorica pro-democracy, ha inviato un ambasciatore a Damasco (di Assad diceva fosse un riformatore) e ha invitato gli iraniani alla trattativa.
Obama è un politico pragmatico. Quando ha capito che gli ayatollah sono quello che sono, dopo le elezioni taroccate e la repressione violenta di due anni fa, ha iniziato lentamente a cambiare registro. Quando sono scoppiate le rivolte arabe è stato ancora una volta l’ultimo, ma poi quello decisivo, ad abbandonare i satrapi mediorientali e a favorire la caduta dei regimi. Non ha esitato a bombardare Gheddafi, quando il colonnello si apprestava a commettere una gigantesca strage a Bengasi. Obama, infine, ha cambiato atteggiamento e politica anche nei confronti dei siriani, altro che riformatori.
Due anni fa Obama era per lo status quo e prometteva di non interferire sulla natura dei regimi arabi. Ora è contro lo status quo, a favore della democrazia, promette aiuti e accordi di libero scambio solo a chi sceglie decisamente la strada democratica e riconosce che l’Iraq democratico è un modello per l’intera regione. Sembra di essere tornati al 2005, scrive il WSJ. Ha abbracciato la Freedom Agenda, ribadisce Charles Krauthammer sul Washington Post.
Obama è un politico pragmatico e ha capito che irrealistica era la sua politica. Era la politica del suo predecessore quella realmente pragmatica e in linea con gli interessi americani, oltre che con gli ideali (altra frase ripetuta ieri da Obama nel discorso al Dipartimento di Stato). Se Obama fosse stato ancora più pragmatico, l’avrebbe capito anche prima. Ci sono voluti 28 mesi, come ha scritto Geilb sul Wall Street Journal, ma alla fine ce l’ha fatta. Prima o poi lo capiranno anche quelli che scrivono di lui. Ma è già più dura.

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