Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Gommalacca/52

Quando una band decide di intitolare una canzone Oliver Stone e poi di sospirare per tutto il brano, anche con un certo trasporto, il nome del regista americano amante dei complotti, forse è arrivato il momento di chiamare i vigili urbani. Tanto più che un altro pezzo, Cus’s Catskill Gym, è un delicato omaggio a Mike Tyson, l’uomo meno delicato dell’universo (anche dopo aver visto il bel documentario di James Toback del 2008). Un’altra canzone, poi, si intitola Honda Civic ed è la storia di un’automobile usata in una rapina.

Epperò stiamo parlando dei Felice Brothers (pronuncia: Felis), una strepitosa band di folk rock di upstate New York. Figli di un muratore, i fratelli Felice hanno iniziato cinque anni fa esibendosi nella metropolitana di Manhattan. Si chiamano Ian e James (Simone è uscito nel 2009 e ora è il co-leader di The Duke & the King). I Felice Brothers, giunti all’ottavo album, sono stati paragonati alla Band e naturalmente a Bob Dylan e, in effetti, ad ascoltare i loro due dischi più belli, The Felice Brothers (2008) e Yonder is the clock (2009), siamo in quella zona. Il nuovo disco, Celebration, Florida, registrato nella palestra del loro vecchio liceo, si avvicina musicalmente più al Dylan di metà degli anni 70, quello del periodo giocoso e folle del tour Rolling Thunder Revue. Ma non è un’operazione nostalgia. La musica è nuova, viva.

I brani sono molto più costruiti rispetto al passato. Cambiano tono, ritmo, melodia più volte, forse troppe, sconfinando in territori soul prima di tornare a quella miscela di folk, country, blues, rhythm and blues e rock and roll che è la quintessenza della musica americana.

Le 11 canzoni del disco – dedicato alla cittadina di plastica di Celebration, in Florida, fondata e amministrata dalla Disney a un passo dal Magic Kingdom di Orlando – è la solita banale riflessione culturale sul decadimento e la corruzione dell’America contemporanea. Scandali finanziari. Provincia malata. Concorsi di bellezza. Gli americani sono fatti così: credono di essere in uno stato di perenne quasi-declino. Ma poi sono loro stessi, con la capacità di mettersi in discussione e con dischi come questo, a dimostrare di avere torto.

Christian Rocca

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