Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Una risposta indulgente alla risposta di Luca Sofri a Giuliano Ferrara

Luca Sofri ha scritto cose molto intelligenti e anche molto vere, nella sua risposta a Giuliano Ferrara. Ma il suo racconto è incompleto. Riassumo: sul Foglio di oggi Ferrara chiede una seria ed equilibrata riflessione sul berlusconismo, dato implicitamente per moribondo, da parte dei suoi avversari di sinistra.

Luca dice che Ferrara non può essere l’arbitro di questa disputa, perché è uno dei tanti intellettuali di sinistra o ex di sinistra che in questi 17 anni è stato indulgente, at least, con Berlusconi. Con qualche ragione, Luca Sofri chiede che gli "indulgenti" (da Ferrara in giù) prima di ogni altra cosa debbano riconoscere di aver fatto una gran stupidaggine a credere, sostenere e combattere per Berlusconi.

Luca Sofri intravede in questo percorso, in questa parabola politica che da sinistra è finita a Berlusconi, un sentimento di rivalsa personale dei cosiddetti "indulgenti" nei confronti di una sinistra che conoscono bene per averla frequentata, nei confronti di amici che sbagliavano già quando erano comunisti e figuriamoci ora che con la stessa foga incitano all’incarcerazione degli avversari. Dimentichiamo Berlusconi, conclude Luca rispondendo a Ferrara, invece che continuare a parlarne.

Luca secondo me commette un paio di errori di sottovalutazione. Primo punto: se qualcuno da sinistra finisce a Travaglio, a non essere più di sinistra, a non essere più quello di prima, non è "l’indulgente" nei confronti di Berlusconi, ma il lettore del Fatto e l’elettore di Di Pietro.

Questo è un punto cruciale, perché il dipietrismo e il travaglismo che hanno conquistato la (ex) sinistra non sono cose di adesso e non sono nemmeno un precipitato del berlusconismo. Nascono con Mani Pulite, anno domini 1992/1993, due anni prima della discesa in campo del Cav. Il giustizialismo manettaro, conosciuto anche come la via giudiziaria al socialismo, è l’elemento fondante della Seconda repubblica e il cuore pulsante della nuova (ex) sinistra. E lo scrive uno che, come me, non è mai stato craxiano e non ha alcuna nostalgia per la Milano da bere.

Il Berlusconi politico nasce dopo quella fase della storia italiana e la sua epopea diventa berlusconismo in reazione all’onda giustizialista che con molte complicità l’ex partito comunista ha cavalcato per arrivare al potere. Ricordarsi, in questi casi, che al momento della discesa in capo di Berlusconi il leader della sinistra era Achille Occhetto, successivamente eurodeputato di Di Pietro; che il suo principale consigliere politico era Paolo Flores D’Arcais; che alla procura di Milano non c’era soltanto il poi leader politico Di Pietro, ma anche il successivamente senatore D’Ambrosio (DS).

Un’altra sottovalutazione di Luca Sofri è questa: lui dice che l’Italia è al disastro. Cosa vera, non mi dilungo. Ma a leggere il suo intervento sembra credere (sembra, perché non ci crede) che il disastro sia solo colpa di Berlusconi. Eppure, dal 1994 a oggi, Berlusconi ha governato 8 anni e spiccioli e la sinistra 7 anni pieni, più i quasi 2 del governo del ribaltone Dini. Senza dimenticare le presidenze della repubblica, i cosiddetti poteri neutri, la magistratura eccetera.
C’è di più, come Luca sa benissimo: non avendo mai offerto un’alternativa seria e credibile, tranne nella breve e complicata stagione veltroniana di fondazione del PD, peraltro osteggiata da molti dei capi degli ex Ds, sono stati proprio gli avversari di Berlusconi, molto più degli “indulgenti”, ad aver tenuto in vita il berlusconismo.

Se l’unico collante politico è Berlusconi – oggi come nel 1994, da Dini a Bertinotti, passando per Cossiga e Mastella, da Max D’Alema a Romano Misserville, fino a Casini, Fini e Vendola – non sarà mica colpa di Berlusconi se poi gli italiani non ci cascano (non ci cascavano?), si turano il naso (si turavano?) e votano (votavano?) Berlusconi.

Quanto alla mia indulgenza, visto che con Luca di queste cose parliamo sempre e ne abbiamo discusso proprio prima del suo post, aggiungo qualche riflessione personale. A lui non ho bisogno di ripetere che alle politiche o alle europee ho votato Berlusconi soltanto una volta, nel 2006, quando peraltro ha perso contro Prodi.
Quel voto lo ridarei altre 100 volte e non solo perché il governo Prodi è finito miseramente, grazie ai soliti magistrati che lo hanno abbattuto e ora sono inspiegabilmente osannati come eroi dal medesimo Prodi.

Quel voto lo ridarei perché in quel quinquennio a Palazzo Chigi, inaugurato dagli attacchi islamisti a New York e Washington, Berlusconi ha schierato l’Italia al fianco degli Stati Uniti, di Israele e dell’occidente, ribaltando decenni di “lodo Moro”, di “politica andreottiana filo-araba”, di Sigonella, di sottomissione servile all’asse franco-tedesco e di altre cose di cui mi sono sempre vergognato (ok, diciamo che più recentemente una buona parte della politica estera berlusconiana non mi trova per niente d’accordo – ma qui c’è la differenza tra l’indulgenza iniziale e l’adesione).

Ma non svio sull’indulgenza. Ho cominciato (e finito subito dopo) a fare politica nel 1986, con i radicali. A sinistra, quindi, per quanto quella era una sinistra semi-liberale e a-comunista. Mi interessavano quattro cose, allora: la giustizia, il sistema maggioritario, la riforma liberale dell’economia e l’informazione libera. Sono le stesse cose che mi interessano adesso.

Giustizia.
Erano gli anni di Enzo Tortora, della polemica sui professionisti dell’antimafia di Leonardo Sciascia, dell’avvento funesto nella vita politica italiana del proto-dipietrismo di Leoluca Orlando, del populismo pre-travaglista della Rete, del giacobinismo di Flores e del sospetto come anticamera della verità di padre Pintacuda. A chi diceva che bisognava andare “oltre il Pci”, D’Alema rispondeva giustamente che “oltre il Pci” c’è solo la destra. Infatti.
Sulla giustizia quindi ero berlusconiano ante litteram, quasi 10 anni prima della sua discesa in campo. Non ero il solo, peraltro. Altro che indulgenti: a fare l’elenco di chi allora si batteva contro il giustizialismo e contro il potere incontrollato delle procure della Repubblica, si trova quasi tutto il gruppo di dirigenti politici berlusconiani della prima ora.

Sistema politico maggioritario.
Anche i suoi critici glielo riconoscono. Se abbiamo un sistema bipolare, quasi bipartitico, anche con la porcata di Calderoli, lo dobbiamo soprattutto a Berlusconi.
Il bipolarismo, il di qua o di là che spesso ci fa incavolare, tanto che io non voto mai, ma che ha cancellato i governi balneari, le convergenze parallele, le solidarietà nazionali, ed è riuscito a offrirci scelte contrapposte chiare e governi tutto sommato di legislatura, non si ottiene per legge, ma grazie a qualcuno che lo incarni, che lo rappresenti fisicamente, che lo faccia personalmente suo. Quell’unica vera riforma italiana degli ultimi 20 anni, ovvero l’avvio della trasformazione maggioritaria del sistema rappresentativo proporzionale, capace addirittura di resistere all’impatto del primo ribaltone, è indiscutibilmente un merito politico di Berlusconi.

Dall’altra parte, con l’eccezione denigrata a sinistra di Veltroni (“la vocazione maggioritaria”), siamo ancora ai ribaltoni, agli inciuci, al tutti insieme appassionatamente, alle sante alleanze, al centro-trattino-sinistra. Con chi potevo stare, anche solo via "indulgenza", in questi anni? Mi era piaciuto, come era piaciuto a Luca Sofri e anche a Ferrara, il Veltroni leader a vocazione maggioritaria. L’ho sostenuto, quando per questo motivo ha finalmente cancellato i comunisti dal Parlamento (i libri di storia, un giorno, glielo riconosceranno). Ma mi sono ritirato, deluso, quando non ha voluto tagliare i cordoni col giustizialismo, vedi punto precedente, e ha riportato Di Pietro in Parlamento.

Riforma liberale dell’economia.
Non ho aspettato i saggi e gli editoriali dei professori Alesina e Giavazzi per convincermi che il liberismo, in uno stato socialista come il nostro, è di sinistra. Naturalmente stiamo sempre sull’indulgenza, non sull’adesione: a questa condizione, è ovvio che chi credeva che l’Italia avesse bisogno di meno Stato e di più Mercato fosse "indulgente" con l’imprenditore Berlusconi che prometteva la rivoluzione liberale, invece che con gli eredi dello statalismo democristiano e comunista.
D’accordo, col tempo Berlusconi si è adeguato al sistema Italia. Ma se parliamo ancora di indulgenza, almeno a parole era lui che continuava a promettere di intraprendere la direzione giusta, mentre gli altri dicevano no. E quando dicevano sì, vedi le lenzuolate di Bersani, alla prima occasione se le rimangiavano, vedi Bersani sul referendum sull’acqua. Non solo. Quando Berlusconi ha fatto timide riforme nella direzione promessa, tanto da essere addirittura lodate dall’Economist, la sinistra ufficiale, in rappresentanza della conservazione italiana, ha organizzato scioperi e ha gridato al regime fascista.

Informazione libera.
Oggi può sembrare bizzarro, ma Luca sa benissimo che allora, nel 1987, il campione dell’informazione libera era Berlusconi. Aveva appena rotto il monopolio ingessato e insabbiatore della Rai-tv con le sue moderne televisioni private con cui Luca e io abbiamo iniziato a vedere i telefilm americani, i cartoni giapponesi e il basket Nba. I suoi avversari industriali, nella magistratura e nella politica invece gliele volevano chiudere, prima impedendogli di trasmettere in contemporanea nazionale, poi con il divieto degli spot e chissà con quali altri mezzi. Sto ancora parlando del periodo pre-discesa in campo di Berlusconi (e nel caso del referendum sugli spot di pochi mesi dopo). Sento già le urla di qualche nostro lettore: ma Minzolini è arrivato molto dopo, in piena guerra. Allora a Mediaset c’era ancora Mentana e c’è pure passato Santoro.

Giustizia, sistema maggioritario, riforme liberiste, informazione libera e, dopo l’11 settembre, anche moral clarity in politica estera a difesa di libertà e democrazia contro l’estremismo teocratico assassino e dispotico. Luca consideri questi punti. So che ci sono molte eccezioni alle cose che ho scritto, ma a grandi linee sono questi i motivi della mia personale “indulgenza”.

Ecco, dunque, la mia risposta alla risposta di Luca Sofri a Giuliano Ferrara: ok, Luca, dimentichiamo Berlusconi, ma a condizione che si dimentichino anche, se non soprattutto, gli antiberlusconiani e l’antiberlusconismo. Ma per dimenticarli, purtroppo, bisogna che qualcuno cominci sul serio la riflessione equanime richiesta da Ferrara.

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