Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Gommalacca/54

Gli anni Ottanta non sono finiti venti giorni fa con l’elezione di Giuliano Pisapia. Sono finiti già negli anni Ottanta con la musica e soprattutto con la voce di David Sylvian, l’etereo cantante inglese che aveva guidato i Japan. I Japan erano la quintessenza della musica più sofisticata della decade da bere, la versione intellettuale dei Duran Duran e degli Spandau Ballet, ma con gli stessi trucchi-e-parrucchi. Dischi come Gentlemen Take Polaroids (1980), Tin Drum (1981), Oil on Canvas (1983), Exorcising Ghosts (1984) resteranno nella storia della musica pop, catalogati alle voci “new wave” e “post punk”, grazie alla miscela di elettronica, di influenze classiche e di rock progressive che ha segnato un’era.

Nel pieno degli anni Ottanta, David Sylvian ha lasciato il gruppo per intraprendere una carriera solista, salvo riunire ancora un’ultima volta, nel 1991, il fratello batterista Steve Jansen, il tastierista Richard Barbieri e il recentemente scomparso Mick Karn, cioè i Japan, chiamandoli però Rain Tree Crow.

Il primo disco solista di David Sylvian è del 1984. Si intitola Brilliant Trees. Poi sono arrivati Gone to Earth del 1986 e il grande successo di Secrets of the Beehive dell’anno successivo (conteneva, come extra, anche Forbidden Color scritta con Ryuichi Sakamoto per il film Furyo con David Bowie e Takeshi Kitano).

Il calendario segnava gli anni Ottanta, ma Sylvian anticipava il decennio successivo. Una musica sempre più rarefatta e minimalista, arricchita da improvvisazioni jazz (i trombettisti Kenny Wheeler, Mark Isham e John Hassell, il pianista John Taylor), scudisciate rock (l’ex King Crimson Robert Fripp).

L’ultimo disco buono di Sylvian, firmato con Robert Fripp, è del 1993. Si intitola The First Day. Prima e dopo, l’ex leader dei Japan ne ha pubblicati più o meno un’altra ventina. A malapena se ne salvano un paio: Dead Bees on a Cake (1999) e Blemish (2003). Il resto è inascoltabile. Sylvian si è perso. Aveva interpretato gli anni Ottanta e anticipato i Novanta, poi si è prosciugato.

Eppure ogni volta che pubblica un disco, la prima reazione è quella della ricerca del tempo perduto. All’ascolto la delusione è inevitabilmente insopportabile. Ora è uscito Died in the wool – Manafon variations. Un disco addirittura doppio. Ma è come se il primo cd fosse composto da un’unica noiosa canzone, senza musica, senza melodia, senza niente. Dodici brani inutili, uno dietro l’altro. Il secondo disco, poi, è un’installazione audio commissionata due anni fa dalla Biennale delle Canarie. Statene alla larga, riascoltate il Sylvian buono.
Christian Rocca

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