Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Gli italiani di New York/Franco Zerlenga

Anticipazione del libro Gli italiani di New York (Laterza) di Maurizio Molinari che sarà presentato domani, mercoledì, all’Ispi di Milano alle 18.
Questo è il paragrafo dedicato a Franco Zerlenga, eroe di That’s it.

Conta più il cibo che la lingua

Corre l’anno 1977 quando Franco Zerlenga, nato a Torre del Greco e arrivato a New York nel 1968, durante una giornata di lavoro nell’Istituto italiano di Cultura su Park Avenue si trova fra le mani un documento della Farnesina che lo fa rabbrividire. "Si trattava di una circolare del ministero degli Esteri nella quale si suggeriva al direttore dell’Istituto di Cultura di non avere rapporti con gli italoamericani" ricorda, tradendo con la voce un’emozione che conserva viva, misto di rabbia e stupore.

"Era passato oltre un secolo dall’arrivo dei primi immigrati italiani in America ma la patria d’origine ancora non si fidava di loro a causa dell’ostilità che circondò quella partenza in massa" sottolinea facendo leva su cognizioni e studi che lo hanno portato ad insegnare alla New York University. Da allora molto è cambiato: ambasciatori, consoli e direttori dell’Istituto di Cultura fanno a gara nel consolidare e rinnovare il legame con gli italiani all’estero ma comprendere quella ferita iniziare aiuta ad andare alla genesi della "fragile identità italiana" degli immigrati trasmessa a generazioni di discendenti.

"Tutto nasce da quel vulnus iniziale, con il Sud che si svuota a causa della mancata identificazione con lo Stati Unitario e l’Italia che subisce il fenomeno dell’emigrazione di massa come un tradimento, non solo dell’ideale unitario ma anche degli interessi molto concreti dei proprietari terrieri che vedevano fuggire Oltreatlantico una manodopera che consideravano preziosa per lo sviluppo economico".

C’è dunque una ferita originaria nel rapporto fra l’Italia e gli italiani di New York alla quale Zerlenga aggiunge un altro elemento: la lingua. "Quando gli immigrati arrivarono a decine, centinaia di migliaia parlavano i dialetti dei villaggi d’origine non certo l’italiano che non conoscevano e ciò ha prodotto la conseguenza che la prima e seconda generazione di italoamericani parlando di "Italia" in realtà intendevano una matrice geografica e linguistica molto ristretta". Da qui il fatto che la terza generazione di italoamericani conosce assai poco la lingua di Dante "perché si tratta di gente che si è trovata ad apprenderla in America, come se fosse una lingua straniera".

Il fenomeno della riscoperta dell’italiano oggi distingue molte istituzioni scolastiche, a New York e negli Stati Uniti, "ma avviene con grande ritardo" sottolinea Zerlenga – classe 1942 – e dunque "per questi milioni di immigrati è stato il cibo a sostituire la lingua come legame con villaggi e famiglie del passato". Sono state le pietanze espressione di culture dialettali, e non la lingua italiana, a comporre la memoria collettiva di una popolazione di immigrati che sul territorio si è frammentata.

Tutto ciò ha accelerato un’integrazione che secondo il 68enne ex docente "spiega perché gli italoamericani in realtà si considerano americanoitaliani, non si sono mai pianti addosso per i pregiudizi che li circondano e sono stati protagonisti di successi in ogni settore della vita di New York, dal business alla politica, sempre lavorando molto duramente". Se dunque "hanno un’identità italiana fragile" quella americana "è molto consistente" anche grazie al "patriottismo" testimoniato dai molti italiani che vestono ogni tipo di divisa, dai pompieri ai poliziotti fino alle forze armate.

"Ad essere decisiva è stata la Seconda Guerra Mondiale, molti vennero mandati dall’esercito a combattere in Italia perché bombardando la nazione d’origine avrebbero provato la fedeltà alla nuova patria" sottolinea Zerlenga, parlando di un fenomeno "doloroso ma diffuso" che "ha avuto successo nel forgiare l’identità americana delle nuove generazioni" contribuendo anche a "lasciarsi alle spalle retaggi del passato come antisemitismo e razzismo contro i neri che gli immigrati avevano portato con sé attraverso l’Oceano" assieme a termini come "mulignane" – le melanzane dal colore esterno nero – per identificare gli afroamericani.

Nato nell’Italia ancora in guerra, educato dai gesuiti ed ex studente di teologia, Zerlenga arriva a New York "per cercare una verità che nella Chiesa non aveva trovato" e, passando dalla conoscenza di Erich Fromm a quella di Alain Mandelbaum – il maggiore esperto americano di Dante – studia teatro con Herbert Berghof e Uta Hagen, arriva sulla cattedra della New York University dopo l’11 settembre 2001 per insegnare "Storia dell’Islam" su impellente richiesta di un ateneo che vede in lui la possibilità di approfondire la conoscenza dei nuovi pericoli.

E’ la molteplicità di esperienza a distinguere l’identità newyorkese di Zerlenga, che appena può si rifugia nel ristorante napoletano di Bleecker Street il cui nome "Keste", come lui stesso spiega, "viene dal partenopeo Chist’è, ovvero That’s it".

(tratto da Gli italiani di New York – Laterza – di Maurizio Molinari)

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