Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Gommalacca/55

C’è questa incomprensibile moda dell’ukulele, la piccola chitarrina hawaiana. Che perlomeno si intreccia con il costante flusso di nuove interpretazioni di canzoni dei Radiohead e di Bob Dylan. Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam, ha confezionato un disco dal titolo Ukulele songs, canzoni originali e standard degli anni Venti, Trenta e Sessanta che non sarebbero neanche male se, causa ukulele, non sembrassero identiche a se stesse. Qualche mese fa è stata Amanda Palmer, ex Dresden Dolls, a pubblicare un disco di canzoni dei Radiohead suonate con l’ukulele (Amanda Palmer Performs The Popular Hits Of Radiohead On Her Magical Ukulele). Il coro belga di giovani voci femminili, Scala & Kolacny Brothers, invece è diventato noto per una versione spiritata di Creep, il manifesto dell’alienazione e dell’inadeguatezza sociale cantato da Thom Yorke, usato per il trailer del film Social Network. Ora le ragazzine dirette da Stijn Kolacny e accompagnate al pianoforte dal fratello Steven Kolacny hanno pubblicato un disco tristissimo e meraviglioso sullo stesso registro di Creep, quasi una colonna sonora per una setta dedita al culto del suicidio di massa. Le canzoni sono tredici, compresa una versione live di Creep. Sono cover degli Oasis, dei Kings of Leon, dei Metallica, dei Foo Fighters, dei Depeche Mode, degli U2 di With or Without you, dei Nirvana di Smell like a teen spirit, dell’Alanis Morisette di Ironic. La cover meno riuscita, quasi fuori posto, è Solsbury Hill di Peter Gabriel, troppo ottimista e positiva malgrado il trattamento delle ragazzine belghe.

A proposito di ragazzine e di Radiohead, il disco più bello di questo momento è Follow me down di Sarah Jarosz, texana poco meno che ventenne e nuovo prodigio del folk contemporaneo. Cantante, autrice di musiche e testi, suonatrice di ogni tipo di chitarra, mandolino e banjo (no ukulele), Sarah Jarosz è riuscita con l’aiuto dei formidabili Punch Brothers di Chris Thile a rendere ancora più indimenticabile il grido disperato dei Radiohead contenuto in The Tourist. Una versione acustica e country del brano conclusivo di Ok Computer che, nonostante l’urlo deprimente «Hey man, slow down, slow down / Idiot, slow down, slow down», sembra avere dentro di sé una forza esplosiva e nascosta capace di superare il logorio della vita moderna. Un capolavoro assoluto. Molto belle anche le composizioni originali di Jarosz, assieme alla versione di Ring them bells di Bob Dylan, ma si consiglia di ascoltare anche la versione creata dal frullatore di suoni di Sufjan Stevens per la colonna sonora di I’m not there, il film di Todd Haynes ispirato alla vita pubblica e privata di Sua Bobbità.
Christian Rocca

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