Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

Quando a Scalfari la scalata, il lodo e la sentenza Mondadori parevano legittimi

Ormai conosciamo bene i dettagli della vicenda Mondadori: la famiglia Formenton aveva promesso di vendere le sue azioni al socio De Benedetti, poi ha cambiato idea e le ha vendute all’altro socio Berlusconi. Un lodo arbitrale ha dato ragione alle aspettative di De Benedetti, basate sulle promesse dei Formenton. Una Corte d’Appello, composta da tre giudici – uno dei quali negli anni seguenti si è accertato processualmente essere stato corrotto da Previti per conto di Fininvest – ha annullato il Lodo e ha dato ragione all’unanimità a Berlusconi. Successivamente, il potere politico (Andreotti) ha favorito la conciliazione tra i due litiganti per tenere sotto controllo l’eccessiva concentrazione editoriale berlusconiana e riequilibrare la situazione. Tramite Ciarrapico si è arrivati a una spartizione della Mondadori-Espresso che ha portato Berlusconi a cedere a De Benedetti, dietro indennizzo, Repubblica, l’Espresso e i quotidiani locali del gruppo. Quando, più recentemente, si è scoperto che uno dei tre giudici della Corte era stato corrotto, la Cir di De Benedetti ha chiesto un risarcimento milionari che ora, stando alle sentenze, Fininvest deve versare nell’ordine di 560 milioni.

Mi è venuta però voglia di andare a rileggere che cosa scriveva, allora, Eugenio Scalfari. In un articolo pubblicato il 3 dicembre 1989, – il giorno seguente il repentino cambio di schieramento della famiglia Formenton da De Benedetti a Berlusconi, ovvero l’oggetto del successivo Lodo, della successiva sentenza e quindi del risarcimento di cui parliamo oggi – Scalfari non gridò al complotto, non proclamò uno sciopero della fame, non scrisse che si era compiuto un oltraggioso furto della Mondadori da parte del Caimano (allora lo chiamava "il banana", ma il concetto era lo stesso).

Per niente. Scalfari si limitò a segnalare, fin dalle prime righe, che «la famiglia Formenton aveva capovolto le sue alleanze passando da uno stretto legame con la Cir a un legame altrettanto stretto con la Fininvest di Silvio Berlusconi».

Cose che capitano nel duro mondo del capitalismo, tanto da aggiungere:

«Non è compito mio occuparmi delle motivazioni che possono aver indotto la famiglia Formenton a questo giro di valzer. Se ci sono, si tratta comunque di motivazioni legittime, visto che in un’economia di mercato il valore di scambio predomina largamente sul valore d’uso e che tutto si può vendere e comprare: beni immobili, titoli, opere dell’ingegno e perfino prenotazioni per ballare un valzer al suono dei violini».

Tutto normale, dunque. Legittimo. Anche se a Scalfari, ovviamente, non piaceva il concetto berlusconiano di informazione troppo legata al potere. Dal punto di vista societario, però, la scalata berlusconiana in Mondadori secondo Scalfari non aveva nulla di illegittimo. Anzi, scriveva, quelle pro Berlusconi dei Formenton sono «motivazioni legittime».

A quel punto Scalfari aveva principalmente il problema di giustificare ai suoi lettori l’aver affidato a De Benedetti il controllo di Repubblica e, ora che le cose in Mondadori si erano messe male, anche di promettere che col nuovo padrone a Segrate (Berlusconi) niente sarebbe cambiato finché ci fosse stato lui al timone del giornale fondato nel 1976. La battaglia di Repubblica diventò subito quella di limitare la concentrazione editoriale e pubblicitaria berlusconiana, secondo Scalfari in violazione di qualsiasi regola ora che Berlusconi aveva tre televisioni e l’impero mondadoriano. Nessun accenno al furto della Mondadori.

Il 26 luglio 1990, poco dopo che il Lodo Mondadori aveva riconsegnato Segrate a De Benedetti, Scalfari scrisse che «otto mesi fa l’ottimo Silvio Berlusconi dette l’assalto alla Mondadori, all’Espresso, e quasi quasi ce la fece». Nessuna traccia di comportamenti illeciti, nelle parole di Scalfari. «Ma oggi – continuò – quel pericolo è passato almeno per quanto riguarda Repubblica, salvo imprevisti colpi di scena». Per quanto «imprevisti», Scalfari previde dei possibili colpi di scena, perché evidentemente era a conoscenza dell’appello di Fininvest.

Arriviamo al 25 gennaio 1991, subito dopo la sentenza della Corte d’Appello che dà ragione a Berlusconi e ai Formenton, ritenendo valida la volontà dei proprietari di Mondadori di vendere a Berlusconi invece che a De Benedetti. Scalfari ovviamente non sa che uno dei tre giudici è stato corrotto (solo uno, gli altri due non sono mai stati indagati ed erano d’accordo con il corrotto), quindi non accusa il Cavaliere di aver comprato la sentenza. Ma non è nemmeno particolarmente sorpreso del dispositivo della sentenza e si limita a firmare un breve commento per ribadire che Repubblica non è ancora passata definitivamente in mano al Cavaliere e che non sarà mai un giornale a sovranità limitata. Scalfari più che un giudizio in Cassazione immagina un accordo tra le parti, che poi effettivamente ci sarà, e continua a garantire sulla linea editoriale di Repubblica.

Nel frattempo è passata la legge Mammì e Scalfari sostiene che la Fininvest proprietaria di Mondadori sia in violazione delle norme della Mammì. Di nuovo: nessuna accusa di aver rubato la casa editrice né di aver barato in qualche modo. Scalfari definisce il caso "la telenovela Berlusconi-Mondadori-De Benedetti".

Il primo maggio 1991, Scalfari commenta l’accordo finale (che poi finale non sarà, come sappiamo) tra Berlusconi e De Benedetti, voluto da Giulio Andreotti e garantito nientedimeno che da Ciarrapico. L’accordo tra le parti prevede la cessione di Repubblica, Espresso e quotidiani locali dalla Mondadori berlusconiana alla Cir di De Benedetti in cambio di un indennizzo.

Scalfari si straccia le vesti? No, inizia così il suo editoriale: «Si è concluso finalmente, dopo sedici mesi di contrasti e polemiche, il duro conflitto che ha opposto dentro la Mondadori due schieramenti azionari rivelatisi non conciliabili se non nella spartizione delle attività dell’azienda».

Finalmente, scrive Scalfari, si è concluso. Le parole scippo, furto, latrocinio eccetera non sono state usate neanche questa volta.

Nell’articolo post accordo Scalfari lamenta soltanto la fine del sogno di un mega polo editoriale Mondadori-Espresso (le concentrazioni editoriali spaventano solo quando sono degli altri, si sa), ma ripercorrendo la vicenda di Segrate ricorda che «purtroppo i successivi sviluppi della situazione e un repentino quanto imprevedibile cambio di maggioranza da parte di una di queste componenti rese impossibile il consolidamento di quel disegno editoriale».

Nessun complotto, ma ancora una volta il giudizio è lo stesso: un legittimo cambio di schieramento.

Scalfari però è contento: ha salvato Repubblica, ha sconfitto quel potere politico che secondo lui voleva soffocare la libera stampa e ha ringraziato la legge Mammì (maddai?!?) per aver imposto regole rigorose tali da costringere Berlusconi a dismettere Repubblica, Espresso e i quotidiani Finegil.

I commenti di Scalfari scritti allora, in real time, erano questi, purtroppo i successivi sviluppi della situazione e un repentino quanto imprevedibile cambio di opinione hanno convinto Repubblica a riscrivere quella storia.

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