Camillo - Il blog di Christian Rocca

Cose che non resteranno

The Arcimboldi Concert


Concerto molto diverso rispetto a quello di tre giorni fa al San Carlo di Napoli, nonostante Keith Jarrett agli Arcimboldi di Milano non abbia cambiato divisa (pantaloni neri e camicia rossa). Il trio con Jack DeJohnette e Gary Peacock in gran forma ha suonato brani diversi rispetto al San Carlo, tranne uno o forse due. Due set e due bis come a Napoli. Ma per il resto Jarrett è stato meno Jarrett del solito, meno mossette, pochi gridolini, rari canticchiamenti ad accompagnare le sue trasvolate sulla tastiera. Un concerto più morbido e soffuso, notturno e melodico, più da Melody at Night che da grandiosità alla Koln Concert, con meno ostinati, con pochi ritmi ossessivi. L’eccezione è stata una meravigliosa versione alla Jarrett di Summertime e un’elegante improvvisazione free nel finale.
Il pubblico milanese è sembrato parecchio più intimorito da Jarrett rispetto a quello napoletano: per metà concerto non ha avuto il coraggio di applaudire alla fine degli assoli dei musicisti, poi ha cominciato a farlo timidamente e alla fine non si è prostrato in standing ovation come quello partenopeo. In sala mancavano i bodyguard neri che a Napoli, forse per un pregiudizio antropologico, erano pronti a lanciarsi come falchi contro registratori illegali o fotografi non autorizzati (e invece accanto a me, a Milano, c’era qualcuno che registrava col telefonino). Un buon concerto, anche quello di Milano. Stiamo parlando sempre di Jarrett, anche se uno spettatore si è rivolto al Maestro Franco Fayenz lamentandosi di uno scadimento di Jarrett al ruolo di pianista di piano bar. Giudizio irriguardoso, ma sul palco del San Carlo c’era un Jarrett decisamente più in palla

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