Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Gommalacca/61

Era dai fasti di «stamo a fa’ la colla» delle Calippo girls che la società culturale italiana non si appassionava così tanto ai tormentoni dell’estate. Quest’anno sotto gli ombrelloni cari a Gommalacca è un testa a testa. Il primo è «scialla», un’espressione giovanile romana traducibile in «stai sereno, take it easy», sdoganata da Maria Laura Rodotà sul Corriere della Sera e da settembre celebrata nell’omonimo film di Francesco Bruni. L’altro tormentone è «TQ», la più improbabile operazione di marketing dai tempi del lancio della New Coke. TQ è un manifesto per letterati d’astanteria, per Trentenni e Quarantenni in cerca di editore pagante, per cervelli in foga che non avrebbero la stessa urgenza di comunicare se solo il neoliberismo imperante non impedisse alle masse popolari di acclamare la loro Opera collettiva di aspiranti grandi romanzieri e di critici letterari precari ingiustamente relegati in panchina.
Secondo Alberto Arbasino, «in Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di bella promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di venerato maestro».
Il merito degli intellettuali della generazione TQ è di aver ribaltato il cursus honorum arbasiniano: finalmente siamo ai “soliti stronzi” che diventano “venerati maestri” senza essere mai stati “belle promesse”.
Ci sono eccezioni, ovviamente. Tra la musica e la letteratura ci sono anche ex “belle promesse” diventate “venerati maestri” senza essere passati per la fase “soliti stronzi”. Uno di questi è Flavio Giurato, sessantaduenne cantautore romano, fratello del giornalista Luca e del cineasta Blasco. Flavio Giurato ha pubblicato soltanto quattro dischi nella sua carriera, uno dei quali è un capolavoro letterario e musicale. Il disco si intitola Il tuffatore, l’anno è il 1982, lo trovate su iTunes.
Chi ascolta Il tuffatore per la prima volta rimane di sale davanti all’ambiziosa costruzione musicale, libera, senza concessioni o ammiccamenti; resta senza fiato di fronte alle improvvisazioni al piano, alle percussioni di Ray Cooper, al sax di Mel Collins. Un disco grandioso e disincantato, arrogante e tenero, degregoriano e battistiano allo stesso tempo. Una suite, più che un disco, capace di raccontare storie d’amore made in Orbetello, dolorose perdite di amici, allegre serate ai concerti. Un’opera unica e irripetibile con frasi memorabili che gli sparuti fan di Giurato si ripetono a vicenda da 30 anni, al modo di incomprensibili tormentoni generazionali: «Una donna alta non è mai banale, sarà per lo sguardo necessariamente superiore»; «voglio essere un tuffatore, per rinascere ogni volta dall’acqua all’aria»; «le delusioni sono unite dalla ferrovia»; «che tu a Milano stai-stai come a Roma», «che tu da sola non sai dirti che sei buona e brava». E poi quel geniale «basta, finiscila» che fa il verso all’unico momento in cui Giurato è consapevole di salire in cattedra per spiegare il mondo.
Ventinove anni dopo, Il tuffatore è il perfetto antidoto allo spirito del tempo volgare e mitomane di oggi.
Scialla, per tutto il resto c’è TQ.
Christian Rocca

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