Camillo - Il blog di Christian Rocca

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Gommalacca/62

Alla fine il 2011 sarà ricordato come l’anno musicale delle ragazze. Non per merito di Lady Gaga. E nemmeno a causa della morte improvvisa e annunciata di Amy Winehouse. Sul serio. Anna Calvi, Joan as Policewoman, Sarah Jarosz, Amy LaVere, Gillian Welch, Jesse Sykes. Mai come quest’anno sono state loro, queste splendide ragazze e grandi musiciste, a guidare la nuova scena rock, alt-country, indie e anche pop di qua e di là dell’Oceano.

C’è il fenomeno Adele, innanzitutto, o dell’arte di sintetizzare in modo sublime pop commerciale e musica di qualità. Ci sono il meraviglioso folk contemporaneo di Sarah Jarosz (Follow me down), il country sinfonico di Alison Krauss (Paper Airplane), la classe superba di Lucinda Williams (Blessed) e tante altri esempi a sottolineare la tendenza.

Tra i migliori dischi del 2011 non possono mancare Anna Calvi della debuttante chitarrista italo-britannica Anna Calvi e The Deep Field della quarantenne americana Joan as Policewoman. Con le loro canzoni eleganti e raffinate, black e soul, epiche e appassionate, Anna e Joan sembrano aver involontariamente inaugurato un nuovo filone musicale, ora che al gruppo si è aggiunta inaspettatamente anche Amy LaVere.

Nata in Louisiana, ma cresciuta musicalmente a Memphis, Tennessee, la contrabbassista Amy LaVere è uscita dai confini confortanti dell’alternative country con un’inaspettata opera rock e soul, dai toni dark ma illuminati da una chitarra western alla Bill Frisell. Stranger Me è un progetto molto più ambizioso rispetto ai primi due dischi, tanto che in questo caso il produttore è Craig Silvey, lo stesso di Suburbs degli Arcade Fire.

In Stranger Me, Amy LaVere racconta la fine di un amore, la rottura di una collaborazione professionale, la scomparsa di un amico e mentore, in una confezione musicale dolce e ruvida non molto diversa da quella creata da Anna Calvi e Joan as Policewoman.

C’è anche l’attesissimo ritorno di Gillian Welch, dopo otto anni di assenza discografica. The Arrow and the Harvest è un gioiellino nella tradizione della musica rurale cara a Welch, ma in fondo troppo monocorde per raccomandare un ascolto ripetuto (l’eccezione è la ballata The way it will be, meravigliosa e straziante nel trasmettere all’ascoltatore il dolore incomprensibile di un amore finito).

La sorpresa più entusiasmante è un’altra. L’autrice si chiama Jesse Sykes. Nel 2004 aveva stupito con Oh, my girl, con la sua voce vellutata e con l’aspetto carismatico di una Joni Mitchell dai capelli corvini. Arriva da Seattle, accompagnata come in passato dai The Sweet Hereafter, i Dolce Aldilà, guidati dal suo ex fidanzato. Il nome del gruppo fa intuire subito che siamo musicalmente in territorio Grateful Dead, in quella zona di contaminazione lisergica tra folk e rock tipica degli anni Sessanta.
Marble Son di Jesse Sykes & The Sweet Hereafter è un disco formidabile, sulla scia di altri due lavori etichettati 2011 e osannati su queste colonne per gli stessi motivi, Helplessness Blues dei Fleet Foxes e Circuital dei Morning Jacket.

A pensarci bene, forse il 2011 non sarà ricordato soltanto come l’anno della ragazze, ma anche come il momento cruciale del revival di una stagione irripetibile, quella della controcultura californiana, quella dei Grateful Dead, di Crosby, Still, Nash & Young, dei Jefferson Airplane, quella di un rock progressivo e psichedelico che nel caso di Jesse Sykes e dei Sweet Hereafter non è affatto oltraggioso chiamare rock sykedelico.
Christian Rocca

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